Dalle cronache dell’epoca storie di scrigni dimenticati. E negli anni ’50 ci fu chi propose di acquistare intere ville per poter scavare

A caccia di casse nei giardini

24/09/2004 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

Oltre alle cas­sette sot­ter­rate nel gia­rdi­no di Vil­la Cervis ne furono occul­tate altre nei gia­r­di­ni di Gar­done Riv­iera? Sfoglian­do i gior­nali di oltre mez­zo sec­o­lo fa cus­todi­ti negli archivi, ecco il “Cor­riere del­la Sera” che nel­l’edi­zione del 15 feb­braio 1950, così inti­tola­va una breve nota: «L’al­tal­e­na dei “tesori” a Gar­done Riv­iera. Le due cas­sette sepolte val­u­tate oltre due mil­iar­di». E già nelle prime righe del servizio la spie­gazione: «La notizia del pre­sun­to tesoro che i tedeschi avreb­bero nascos­to a Gar­done nel­l’aprile 1945, con­tin­ua a sus­citare vivo inter­esse in tut­ta la regione del Gar­da, in quan­to nuovi ele­men­ti fan­no seri­amente sup­porre che non si trat­ta di sola fan­ta­sia». La notizia si riferi­va all’oc­cul­ta­men­to di ogget­ti preziosi (gioiel­li, lin­got­ti d’oro, mon­ete per un val­ore, appun­to, di due mil­iar­di degli anni Cinquan­ta) sepolti in due con­teni­tori nel gia­rdi­no in riva al lago del­la dipen­den­za di un alber­go che il gior­nale milanese non cita, ma il cui nome si legge sul quo­tid­i­ano bres­ciano: Vil­la Acquarone, dipen­den­za del­l’Ho­tel Monte , già sede del coman­do mil­itare tedesco l’Ort­skom­man­datur durante la Repub­bli­ca di Salò. Due grup­pi di res­i­den­ti nel­l’Al­to Adi­ge si pre­sen­tarono ai pro­pri­etari: uno con la sper­an­za di ottenere il per­me­s­so di scav­are nel gia­rdi­no; l’al­tro per acquistare addirit­tura la vil­la «offren­do una cifra di gran lun­ga supe­ri­ore al suo val­ore reale». Si par­la – anno­ta sem­pre il “Cor­riere” «di oltre 150 mil­ioni di lire». Le ricerche ven­nero effet­tuate, non dagli altoatesi­ni, ma dal­la polizia, come si legge sul foglio bres­ciano del 22 feb­braio 1950. «In realtà si è cer­ca­to anche con valen­ti radioeste­sisti, fra cui un sac­er­dote, ma con esi­to neg­a­ti­vo. Il fat­to però che la sorveg­lian­za degli agen­ti pros­egua tut­to­ra, con­fer­ma le ipote­si che le sper­anze di pot­er rin­trac­cia­re le famose cas­sette di fer­ro non sono anco­ra tra­mon­tate». Tre cas­sette di fer­ro – come già rifer­i­to nel­l’edi­zione di “Bres­ciaog­gi” del 15 set­tem­bre – furono invece rin­venute una deci­na di giorni pri­ma, il 9 feb­braio, nel gia­rdi­no di Vil­la Cervis, qua­si seg­re­ta­mente. “La Gazzetta del Popo­lo” di Tori­no riferì, al propos­i­to, che l’u­ni­co inquili­no di Vil­la Cervis ad accorg­er­si del­l’­op­er­azione di recu­pero dei bauli con­dot­ta dagli uomi­ni del que­store comm. Fer­rara, fu il popo­lare clown Gia­comi­no Cireni «noto in tut­to il mon­do e che, per oltre quindi­ci anni, lavorò in Rus­sia alla corte degli Zar. Conosci­u­to da tut­ti col sem­plice nome di Gia­comi­no, l’ex clown è anco­ra vivo e veg­e­to, e da tre anni vive nel­la casa dei Cervis. Gia­comi­no Cireni, che ha gira­to tut­ti i con­ti­nen­ti, ma spe­cial­mente la Rus­sia, dove col Cir­co Cipioni–Ciniselli lavorò dal 1903 sino allo scop­pio del­la riv­o­luzione, ha molti doni del­lo zar Nico­la II, tra cui un cronometro d’oro col­lo stem­ma impe­ri­ale. La sua comic­ità era in quei tem­pi prover­biale, e Gia­comi­no rap­p­re­sen­tò, per alcune gen­er­azioni, il numero più desider­a­to e cer­ca­to da gran­di e pic­ci­ni. In tut­ta ques­ta fac­cen­da del ritrova­men­to delle casse Petac­ci, egli però non c’en­tra min­i­ma­mente; ma per puro caso, fu forse l’u­ni­co tes­ti­mone che, la sera del 9 feb­braio, vide uscire da casa Cervis e cari­care su una macchi­na fer­ma davan­ti all’abitazione le cas­sette famose». I tre bauli furono por­tati a Bres­cia, in Ques­tu­ra «e aper­ti negli uffi­ci del­la Sezione polit­i­ca in pre­sen­za dei sig­nori Cervis», si legge sul “Cor­riere” del 23 feb­braio. Con­tengono indu­men­ti vari, abbon­dan­te­mente cospar­si di naf­tali­na, tra cui una uni­forme del duce, sti­val­oni com­pre­si; ma soprat­tut­to con­tengono molte carte, molti doc­u­men­ti, dis­tribuiti in pac­chet­ti sig­illati. È sta­to redat­to un ver­bale e poi le casse sono state richiuse e man­date a Roma. E oggi quei doc­u­men­ti – o parte di quei doc­u­men­ti – sono prob­a­bil­mente all’Archiv­io di Sta­to. La stam­pa riportò ampia­mente in quei mesi anche la notizia del ritrova­men­to in casa Cervis del “tesoro” rin­venu­to in due stanze murate. Nei locali – si legge sem­pre sul “Cor­riere” del 23 feb­braio – furono trovati molti ogget­ti di val­ore: «tap­peti, arazzi, pel­lic­ce, vasel­lame, argen­to, ecc. ecc. Il mares­cial­lo dei Bel­loni, coman­dante la stazione di Mader­no, chiam­a­to a redi­gere l’in­ven­tario, riem­pì ben diciot­to fogli. Tante belle cose – e di gran val­ore – ma niente scartoffie, niente doc­u­men­ti. Ed era­no i doc­u­men­ti che le autorità vol­e­vano». I quali furono poi scop­er­ti nei tre bauli sepolti nel gia­rdi­no, come già rac­con­ta­to. Alcu­ni gior­nali scrissero che i doc­u­men­ti (ma anche altro) appartenevano a Claret­ta. I Cervis, dal con­to loro, ne riven­di­carono la pro­pri­età. Furono per questo avvi­ate due cause: una civile a Roma e una penale a Brescia.

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