Tracce degli antichi rettili sono state scoperte alle Marocche di Dro nel basso Sarca

Alto Garda, terra di dinosauri

13/09/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Bruno Festa

A una man­ci­a­ta di minu­ti dal con­fine nord ori­en­tale del­la provin­cia di Bres­cia, alle Maroc­che di Dro, nel bas­so Sar­ca trenti­no, c’è una zona pro­tet­ta e sot­to osser­vazione, come del resto gli altri “biotopi” del­la vic­i­na provin­cia, con­fi­nante con la nostra.Di recente, Mar­co Avanzi­ni — geol­o­go del tri­denti­no di Scien­ze nat­u­rali — è inter­venu­to con altri esper­ti, dopo che un agente fore­stale, Mat­teo Cam­po­lon­go, ave­va nota­to delle strane orme, una serie di depres­sioni, impresse sul­la super­fi­cie di un grande bloc­co calcareo.Era l’au­tun­no scor­so e, con il pas­sare dei mesi, le ipote­si sono divenute certezze. Infat­ti, dopo sopral­lu­oghi ed esa­mi, è sta­to assoda­to “sen­za alcun dub­bio” che si trat­ta­va di orme di dinosauri.La zona delle Maroc­che è bene conosci­u­ta dai bres­ciani che si recano in Trentino.Collocata poco dopo la cit­tad­i­na di Riva, è riconosci­bile per una grande serie di mas­si che offrono chiara­mente l’idea di un cumu­lo con­seguente a frane successive.E fu pro­prio uno di questi movi­men­ti fra­nosi, cadu­to cir­ca 2000 anni orsono, a far pre­cip­itare a valle un’enorme mas­sa di mate­ri­ale, stac­cat­a­si dal­la parte alta del monte Brenta, che si è anda­ta a schi­antare sopra un inse­di­a­men­to romano.In quel luo­go, di mate­ri­ale ne è cadu­to molto in momen­ti suc­ces­sivi, al pun­to che quel­la delle Maroc­che di Dro può essere con­sid­er­a­ta la mag­giore frana del­l’ar­co alpino.Le certezze mat­u­rate da Avanzi­ni e dagli altri esper­ti del Museo tri­denti­no han­no solide basi. Infat­ti, è da una deci­na di anni che lavo­ra­no con con­vinzione sul­l’ar­go­men­to e, ormai, le “piste dei dinosauri” dei Lavi­ni di Mar­co, nei pres­si di Rovere­to, sono ben conosciute anche ai bresciani.La for­mazione roc­ciosa delle Maroc­che (cal­cari gri­gi) cor­risponde a un’ epoca suc­ces­si­va a quel­la dei Lavi­ni di Marco.Dopo aver appro­fon­di­to la conoscen­za delle orme di dinosauro scop­erte recen­te­mente alle Maroc­che, Avanzi­ni è in gra­do di sostenere che sono molto sim­ili a quelle del­lo Sche­li­dosaurus, un esem­plare di cui sono state trovate trac­ce in Gran Bretagna.Ma c’è una sec­on­da pista, las­ci­a­ta da un prosauropode. Si trat­ta, in un caso, di un quadru­pede erbiv­o­ro, una certez­za che deri­va dal­l’anal­isi delle “dita” tozze, larghe e ton­deg­gianti, sen­za che all’estrem­ità vi appa­ia la pre­sen­za di unghie appun­tite. Carat­ter­is­ti­ca, quest’ul­ti­ma, pro­pria dei car­nivori che — pur aven­do anch’es­si cinque “dita” — appog­gia vano a ter­ra solo le tre cen­trali. Uno dei dinosauri di Dro era lun­go 6/7 metri e pesante qualche centi­naio di chilo­gram­mi. Era, indub­bi­a­mente, più pic­co­lo e di tipo diver­so rispet­to ai sauropo­di che las­cia­rono le pro­prie orme ai Lavi­ni di Mar­co. Ad un sec­on­do esem­plare — car­niv­o­ro, ques­ta vo]ta — appar­tiene, invece, 1a sec­on­da pista. Era, prob­a­bil­mente, un bipede cer­atosauro di medie dimen­sioni (5 metri e mez­zo con le zampe pos­te­ri­ori poco più lunghe di un metro e che si sposta­va a un, veloc­ità di 4 chilometri all’o­ra: un ani­male di questo tipo pote­va anche super­are i nove chilometri di velocità.Dall’analisi delle impronte emer­gono moltissime informazioni.Ad osser­var­le, ad esem­pio, si nota che le prime orme ripor­tano la trac­cia degli arti pos­te­ri­ori sovrap­pos­ta a quel­la degli ante­ri­ori e che la dis­tan­za tra un’or­ma e l’al­tra è ridot­ta in questo caso l’an­i­male non ave­va anco­ra iniziati la corsa.Procedendo nel­l’e­same delle orme, si nota invece che le trac­ce pos­te­ri­ori e ante­ri­ori pog­giano si pun­ti diver­si e che la di stan­za tra le stesse aumen­ta. È un’indi­cazione che il dinosauro accresce­va rit­mo e velocità.E sta­to pos­si­bile accertare (in base a queste e ad altre vari­abili e inse­gui­ta a una serie com­p­lessa di cal­coli) la dis­tan­za tra gli arti, oltre che il peso e 1a veloc­ità del­l’an­i­male che nel nos­tro caso, era più pigro dei suoi sim­ili e viag­gia­va tra uno e due chi­lo metri all’ora.

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