ritrovo alle 5 pomeridiane per l’albionico tè e i dolcetti impomatati dalla panna.

Anche sul Garda il rito del tè

Di Luca Delpozzo

La grande estate è alle porte. L’aria di lago compie miracoli salutari. Ne consegue una certa animazione che si riflette nelle salette dei bar tradizionalmente deputate alla quattro chiacchiere pomeridiane. Che per le signore, soprattutto quelle con targa milanese, hanno una cadenza precisa: ritrovo alle 5 pomeridiane per l’albionico tè e i dolcetti impomatati dalla panna. È quel che avviene in questo ormai tardo aprile, animando una tradizione viva anche durante l’inverno quando la clientela è però drasticamente indigena (salvo il sabato e la domenica). Ma quali argomenti affrontano, sedute anche all’esterno dei ritrovi, però troppe sigarette tra le labbra, le argute conversatrici. Busillis sì, ma di facile smantellamento. Sosta all’insegna blasonata che, di sotto al veneziano municipio ormai fuori corso, prende aria dal Porto Vecchio. Ambiente comodo, personale che sa il fatto suo, direttrice impeccabile nonna Colomba. Abbandonato il banco (tanto ci resta il figlio che sovrintende il servizio), lei naviga tra la clientela trovando approdo tra il gentil sesso. E, fattosi il nido e postasi al centro dell’attenzione, eccola proporsi quale assecondata regista di discussioni garbate seppur non di rado animate. A tener banco di questi tempi è la pubblicità televisiva. Contestatissima e con ragione. I buoni spot non mancano, anzi ve ne sono di ottimi. I più comunque non solo lasciano a desiderare: hanno il torto di considerare i consumatori quasi fossero totalmente sprovveduti. Degli indios, poniamo, che si lasciano incantare dagli specchi e dalle pietruzze colorate. Sin qui il discorso, appunto condivisibile, resta un po’ nel vago. La musica cambia facendosi protesta vera e propria, certificata da lettere inoltrate a emittenti di grande o di modesto raggio (fors’anche a qualche giornale) «per lo scempio esercitato sulle nudità di neonati». Questo pollice verso, comprensibilmente, incontra l’ostacolo di bastian contrari (da interpretarsi al femminile: non conosciamo corrispettivo più diretto) che giustificano appieno gli autori di quelle scene. Nonna Colomba, che ha la combattività di un’eroina medievale, non demorde. I suoi assalti lancia in resta si moltiplicano, pronte le avversarie a levare scudo difensivo. E per quanto i foglietti quotidiani volino via rapidi dal calendario non pare che nessuna partecipante alla disfida sia passata alla schiera contrapposta. Le fiere nemiche delle istantanee che evidenziano quanto fossero più poetiche le pose dei bimbetti ancora qualche decennio fa adonescamente immortalati su una pelle di capra (o un vello di pecora?) costituiscono la maggioranza che, però, ha il suo bel daffare nel tener testa a una minoranza non meno combattiva. Di tanto in tanto, per tagliare l’aria e attutire le tonalità delle voci, interviene Luigi Andreis, consorte di nonna Colomba, che, pittore non vocato alle esposizioni (verrebbe da definirlo collezionista delle proprie opere) ma di vivace esperienza, ha non aereo studio sopra il lungo locale. Presto voltata pagina, ecco il capitolo della medicina. Io soffro di… Santo cielo che dolori patisco… Mia figlia, azzurra conferma del suo ginecologo di fiducia, è in lieta attesa. Auguri. E auguri anche che Carlo, come sembra il maschietto verrà chiamato per presto essere vezzeggiato come Carletto o come Carluccio (se non Uccio addirittura: fa più fino), non conosca atelier di fotografo pubblicitario. Nonna Colomba non sopporterebbe l’affronto. No proprio.

Danilo Tamagnini

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