Se si alza sono guai seri: in poche ore spinge l’acqua nelle piazze e nelle case

Àndre, quel vento gelido che fa tanta paura

28/11/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
a.p.

C’è una paro­la che in questi giorni pas­sa di boc­ca in boc­ca tra i garde­sani che, pre­oc­cu­pati, osser­vano i liv­el­li del lago dal­la piaz­za del por­to: àndre. La si sente sus­sur­rare appe­na, qua­si si volesse esor­ciz­zarla: l’àndre fa pau­ra. L’àndre è un ven­to, uno dei più insidiosi del Gar­da. Un «ven­to teso», come lo ha defini­to Pino Cresci­ni nel «Vocabo­lario dei pesca­tori di Gar­da». Un ven­to che spi­ra feroce per cinque o sei ore di fila, tor­nan­do poi a far­si sen­tire per due o tre giorni di segui­to. E che arri­va d’inverno. L’àndre è uno di quei ven­ti che ren­dono di tan­to in tan­to davvero «mari­no» il . «Fluctibus et fremi­tu adsur­gens Benace mari­no». «Il Bena­co, che si gon­fia con flut­ti e impeto di mare»: è così che ha descrit­to il Gar­da in ver­si cele­ber­ri­mi Vir­gilio, poeta man­to­vano che conosce­va bene il lago. E la simil­i­tu­dine delle Geor­giche vir­giliane ha ispi­ra­to anche Goethe, quan­do fu in riva al Gar­da lun­go l’itinerario del suo «Viag­gio in Italia». Dopo la citazione lati­na di Vir­gilio, Goethe scrive­va infat­ti: «È il pri­mo ver­so lati­no il cui con­tenu­to mi è vivo dinanzi e che, in questo momen­to, men­tre il ven­to sof­fia sem­pre più forte spin­gen­do le onde sem­pre più alte, ver­so l’approdo, è vero come lo era diciot­to sec­oli or sono.» Poet­i­co o no, però, se l’àndre si leva adesso che il lago è così alto, sono guai seri. Già nel­la famosa allu­vione del 1960 i dan­ni mag­giori furono causati pro­prio dal ven­to, che spinse per ore l’acqua nelle piazze e nelle vie, alla­gan­do case e locali pub­bli­ci. La pos­si­bil­ità che quell’evento si ripeta non è poi così remo­ta: ecco per­ché il nome del ven­to lo si sus­sur­ra appe­na in riva al Gar­da. Da dove viene questo stra­no nome del ven­to? Sec­on­do il Malfer andre viene da «andare». Per Cresci­ni è invece «eti­mo sconosci­u­to», a meno che se ne ipo­tizzi un accosta­men­to pro­prio col ver­bo bres­ciano al trenti­no «vàn­der», oppure col berga­m­as­co «andì» o col friu­lano «vàn­di», che ven­gono a loro vol­ta dal lati­no «vanere», che sig­nifi­ca «ven­ti­lare, agitare, sbat­tere». «Potrebbe anche venire», ipo­tiz­za Cresci­ni ‚« dal veronese «vandàr», che sta per «portare qua e là» e a sua vol­ta deri­va da lati­no vol­gare «van­nitare», ossia «ven­ti­lare il for­ag­gio». Ma sono dis­qui­sizioni acca­d­e­miche che oggi pas­sano in second’ordine. Oggi, col lago alto, l’andre incute tim­o­re, e se ne sus­sur­ra appe­na il nome, qua­si per non rischiare d’evocarne la pre­sen­za. (a.p.)

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