È un Baldo diverso dal solito quello che emerge dal convegno "Baldo pericoloso", tenutosi nella sala civica della pretura di Caprino veronese

Attenti al Baldo!

02/02/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Antonella Traina

Una mon­tagna da conoscere e amare, ma anche da temere e rispettare per le pecu­liar­ità che la ren­dono unica.È un diver­so dal soli­to quel­lo che emerge dal con­veg­no “Bal­do peri­coloso”, tenu­tosi nel­la sala civi­ca del­la pre­tu­ra di Capri­no veronese. Quat­tro ore di relazioni all’in­seg­na del conoscere per pre­venire. Ma “esam­inare i rischi serve anche per amare di più una realtà e saper­la gestire in modo cor­ret­to”, ha spie­ga­to nel­la sua intro­duzione Mau­r­izio Deliberi, mem­bro del Ctg e fra gli orga­niz­za­tori del convegno.Una mon­tagna facile da rag­giun­gere e, per questo, molto prat­i­ca­ta, ma di cui spes­so viene sot­to­va­l­u­ta­ta la pericolosità.“Ma il Bal­do è peri­coloso”, ha esor­di­to Gian­fran­co Pran­di­ni, respon­s­abile del servizio di com­pren­so­ri­ale del­la Comu­nità mon­tana del Bal­do. “Nel­la sola zona di Mal­ce­sine ogni anno sal­go­no in quo­ta 1500 per­sone con la funi­via. Ed è gente che si muove, fre­quen­ta sen­tieri, boschi, prat­i­ca sport come moun­tain bike e para­pen­dio, con rischi per la salute del ter­ri­to­rio ma anche per la pro­pria incolumità”.E sono più di un migli­aio gli inter­ven­ti ese­gui­ti in un anno dai volon­tari. Spaziano dal­la manuten­zione, dagli incen­di boschivi alla col­lab­o­razione nelle oper­azioni di soc­cor­so. E i volon­tari sono il motore del­la Pro­tezione civile. “Ogni comune dovrebbe essere dota­to sin dagli anni ’80 di un pro­prio piano di Pro­tezione civile, ma questo non è avvenu­to. Qual­cosa è cam­bi­a­to nel ’92 quan­do è sta­ta emana­ta una nor­ma­ti­va speci­fi­ca sul­la Pro­tezione civile, che ren­de­va il sin­da­co respon­s­abile uni­co e coor­di­na­tore degli inter­ven­ti e delle strut­ture. Ma è anco­ra poco”. Con­tin­ua Pran­di­ni: “Nel ’98 i nove comu­ni del­la Comu­nità mon­tana han­no sot­to­scrit­to l’ade­sione ad un servizio uni­co che coor­di­na i diver­si inter­ven­ti. È un pas­so avan­ti che per­me­tte di super­are i cam­panil­is­mi esisten­ti e di razion­al­iz­zare le scarse risorse in mezzi che abbiamo”.Sull’importanza del servizio di Pro­tezione civile e sul ruo­lo di pre­ven­zione che può svol­gere si è sof­fer­ma­to anche Vit­to­rio Mascagno, respon­s­abile provin­ciale del Cor­po fore­stale del­lo sta­to. “All’o­rig­ine degli incen­di ci sono cause sociali, ambi­en­tali e storiche diverse da regione a regione”, ha spie­ga­to Mascagno. “Bas­ta pen­sare a pratiche come l’ab­bru­ciatu­ra per rin­verdire i pas­coli o con­sen­tire l’ed­i­fi­cazione; lo spopo­la­men­to deter­mi­na l’a­van­zare dei boschi, che aumen­ta il ris­chio incen­di, ma con­sente anche all’am­bi­ente mon­tano di svilup­par­si in modo naturale”.“Fare opera di pre­ven­zione è un modo per riap­pro­pri­ar­si del pro­prio ter­ri­to­rio da parte di chi ci vive. Si attua con inter­ven­ti di pulizia sul ter­ri­to­rio, e con l’e­d­u­care i tur­isti por­tan­doli a vis­i­tar­lo che è anche un modo per trasmet­tere la pro­pria cul­tura. Da questo può nascere anche una fonte di red­di­to con­sis­tente per la gente di montagna”.Sono 25 i volon­tari del Cor­po nazionale di Soc­cor­so alpino e spele­o­logi­co che oper­a­no sul Monte Bal­do, sul Care­ga e in Lessinia. “Ma il 70 per cen­to del­la nos­tra attiv­ità si svolge sul Bal­do”, ha spie­ga­to Ernesto Ches­ta, volon­tario del Soc­cor­so alpino di Verona. “È una mon­tagna in cui è facile rag­giun­gere anche le quote ele­vate, ma è invece dif­fi­coltoso da affrontare il ritorno se non si conosce il ter­ri­to­rio che cam­bia a sec­on­da delle stagioni”.Fino allo scor­so anno il Soc­cor­so alpino ave­va una media di cir­ca 25 inter­ven­ti l’an­no, almeno due dei quali per inci­den­ti mor­tali. Dal ’99 in poi c’è sta­to un dras­ti­co calo, solo nove inter­ven­ti, prob­a­bil­mente dovu­to alla mag­gior preparazione psi­cofisi­ca degli escur­sion­isti e anche all’­opera di pre­ven­zione ed edu­cazione fat­ta dai volon­tari stessi.Di grande inter­esse nat­u­ral­is­ti­co poi la relazione sul­la cicu­ta, una delle tante specie velenose che vivono sul Bal­do. “Quan­do è pic­co­la è facile con­fonder­la con il prezze­mo­lo”, spie­ga il nat­u­ral­ista Daniele Zan­inì, ” e ques­ta la rende peri­colosa .Ma la cicu­ta non è l’u­ni­ca specie velenosa e mor­tale che vive sul Bal­do. Qua­si altret­tan­to peri­coloso è il mag­gio­cion­do­lo, un alberel­lo che in pri­mav­era pro­duce delle infiorescen­ze a for­ma di grap­po­lo, gialle, belle da ved­er­si e che ricor­dano quelle del­la robinia, che com­mestibili si man­giano tran­quil­la­mente impa­nati e frit­ti. “I fiori del mag­gio­cin­odolo, pre­cisa Zani­ni, sono velenosi ed evi­tati persi­no dalle muc­che che non van­no nem­meno a pas­co­lare sot­to i suoi rami.“Antonellà Traina

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