Lavori e tradizioni d'un tempo nella Silva Lucana.

Autunno, tempo di vendemmia

09/10/2013 in Enogastronomia
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Di Redazione

Autun­no, tem­po di . Dal­l’u­va si rica­va il nettare caro a Bac­co. Oggi però anche la vendem­mia e la susseguente trasfor­mazione del­l’u­va in è diven­ta­ta una oper­azione indus­tri­ale nel­la nos­tra zona del Gar­da come altrove.

Pren­di­amo, per esem­pio, il Lugana, un vino bian­co eccel­lente, che in questi ulti­mi anni è usci­to da quel pic­co­lo alveo che si chia­ma ter­ra del Lugana, una striscia di ter­ri­to­rio anti­co: la Sil­va Lucana, che un tem­po si esten­de­va da Peschiera del Gar­da a Sirmione e Desen­zano, tra il lago di Gar­da e le prime propag­gi­ni delle Colline moreniche del Gar­da.

Oggi, i vigneti del­l’u­va Treb­biana da cui si rica­va il vino Lugana, si esten­dono anche fuori del­l’an­ti­ca Sil­va Lucana. Cer­to, è tut­to rego­lare, ma solo in nome di un mag­gior prof­it­to e sem­pre nel nome di oper­azioni indus­tri­ali.

I tem­pi in cui il sin­go­lo con­tadi­no non impianta­va vigneti per poi vendere l’u­va a ques­ta o quel­la Can­ti­na spe­cial­iz­za­ta, ma il vino se lo face­va da sé e per con­sumo domes­ti­co, bas­ta­vano: una ger­la (tipo quel­la di Bab­bo Natale), un tino più o meno grande a sec­on­da del­la quan­tità di uva disponi­bile, poi una grande tinoz­za, un pic­co­lo recip­i­ente sem­pre in leg­no per rac­cogliere il mosto dal­la tinoz­za chiam­a­to “bas­sanel” e poco altro. I con­ta­di­ni che ave­vano una mag­gior quan­tità di uva, e che non pote­vano sem­plice­mente pigia­r­la con i pie­di nel tino, chia­ma­vano qual­cuno che possede­va un pic­co­lo tor­chio, torchi­a­vano l’u­va e la immet­te­vano nel tino e si ricava­va il mosto, aspet­tan­do che “bol­lisse” per immet­ter­lo nelle dami­giane. Da queste sem­pli­ci oper­azioni arti­gianali, è nato anche il “Licen­sì”, vale a dire quel­la pic­co­la licen­za che il con­tadi­no chiede­va al Comune per pot­er vendere all’os­te­ria il vino per chi vol­e­va gustare un buon bic­chiere di nettare di Bac­co, del ter­ri­to­rio.

(Sil­vio Ste­fanoni)

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