Secondo il prefetto di allora il centro del Garda aveva due facce: medioevale e malsana quella interna, solare e ricca quella sul lago. Nel 1928 il grande cambiamento: la Gardesana orientale porta il turismo

Bardolino «ridente» saluta l’alba del ’900

17/12/2003 in Attualità
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Di Luca Delpozzo

«Passerà sul­la riva? O in alto tra il paese e la colline?» Se lo chiede­va nel dicem­bre del 1926 Gian­fran­co Bet­teloni, poeta e scrit­tore figlio del più famoso Vit­to­rio. Dub­bi can­cel­lati nel gen­naio del 1928 e sem­pre resi noti dalle colonne del­la riv­ista . «Dicono che a Bar­dolino la stra­da starebbe bene alta. Lo dico anch’io. Han­no ragione: il lago più si è alti sul pelo del­l’ac­qua più è mirabile». Il rifer­i­men­to era alla Garde­sana ori­en­tale real­iz­za­ta a ridos­so degli anni Trenta per met­tere in comu­ni­cazione i vari cen­tri che si susseguono lun­go le sponde del Benà­co. Lo sfor­zo è impo­nente: la sis­temazione con molti trat­ti di costruzione ex novo, di 54 chilometri di stra­da real­iz­za­ti con una larghez­za min­i­ma di otto metri. L’opera, impor­tante sia dal pun­to di vista ingeg­ner­is­ti­co che eco­nom­i­co, venne uffi­cial­mente inau­gu­ra­ta alle 10 del 28 otto­bre del 1928 arrecan­do una notev­ole trasfor­mazione del pae­sag­gio. A trarne van­tag­gio il tur­is­mo gra­zie alle comu­ni­cazioni più rapi­de. Inevitabile anche il cam­bi­a­men­to di Bar­dolino: l’es­pan­sione del cen­tro abi­ta­to, lo sfo­go edilizio che pian piano con­tin­ua la lenta ma inesora­bile dis­truzione del­l’en­troter­ra. Ma com’era Bar­dolino all’al­ba del ’900. La è del con­te Lui­gi Sor­mani Moret­ti sen­a­tore e prefet­to di Verona nel 1898. «Avanzi di mura mer­late, viuzze strette, tor­tu­ose e cer­ti inter­stizi far casa e casa che in man­can­za di fogne ser­vono trop­po facil­mente d’im­mon­dez­zai sen­za sco­lo e però tal­vol­ta puz­zo­len­ti e mal­sani. Bar­dolino ha tut­t’o­ra nel suo inter­no l’aspet­to medio­e­vale. Il paese s’apre invece ridente sul lago per le grosse ville: Guer­ri­eri che dis­tingue­si far l’al­tro pel vis­to, ben dis­pos­to gia­rdi­no, Terzi, Fab­rel­lo ora Giu­liari e Bot­tag­i­sio nonché per i suoi mod­erni caseg­giati sul­la spi­ana­ta del por­to. Al por­to si arri­va per una recente larga con­tra­da dove si forò, testè in un ango­lo un pro­fon­do poz­zo tubo­lare ad assi­cu­rare, non inquina­ta e buona, l’ac­qua pota­bile. La res­i­den­za comu­nale, un edi­fi­cio modesto, ristret­to con ampia sala però è abbas­tan­za ben tenu­to ma i locali delle scuole ele­men­tari di gra­do supe­ri­ore las­ciano a desider­are assai. San Severo, infine è ridot­to ora ad uso di pub­bli­ci even­tu­ali trat­ten­i­men­ti anche teatrali». Un quadro tetro reso due decen­ni più tar­di solare dal­la pen­na di Gian­fran­co Bet­teloni che non dimen­ti­ca la «guer­ra incru­en­ta tra il popo­lo e i sig­nori» per la creazione del lun­go­la­go ottenu­to inter­ran­do la spi­ag­gia tut­ta intorno all’an­ti­co por­to (l’am­pli­a­men­to avvenne con il sin­da­co Gior­gio Metl­zler. I lavori iniziarono nel set­tem­bre del 1964 e finirono il 28 feb­braio del 1966 per una spe­sa com­p­lessi­va di cir­ca 85 mil­ioni) unif­i­can­do i due corni del Gol­fo. Un’­opera osteggia­ta dai pro­pri­etari delle ville che si affac­cia­vano diret­ta­mente sul lago. Nel dopoguer­ra Bar­dolino, che non ave­va subito grossi dan­ni bel­li­ci intraprende la scelta di una con­ver­sione eco­nom­i­ca tut­ta ori­en­ta­ta all’at­tiv­ità tur­is­ti­ca che con­tribuì in pochi anni al largo benessere eco­nom­i­co tes­ti­mo­ni­a­to da una mas­s­ic­cia urban­iz­zazione del­la Riv­iera. Ste­fano Jop­pi Nel 1960 a una estate piovosa, con il liv­el­lo del lago a metà set­tem­bre a quo­ta più 128 cen­timetri invece dei pre­ven­ti­vati più 70 sopra lo zero idro­met­ri­co, seguì un autun­no con piogge abbon­dan­ti. I dan­ni mag­giori furono provo­cati non tan­to dal­l’ac­qua alta quan­to dal­la bur­ras­ca scate­natasi nel­la notte tra il 14 e il 15 otto­bre 1960. Il lago, quel­la notte, si scatenò con una vio­len­za ter­ri­bile. Le onde, altissime, si infrangevano con­tro il molo del por­tic­ci­o­lo. L’ac­qua arrivò in Piaz­za Mat­teot­ti fino alla nic­chia dov’è sit­u­a­ta l’edi­co­la del­la Madon­na del Lat­te. Ai lati del­la piaz­za c’er­a­no le pas­sarelle e il negozio del bar­bi­ere Isot­ta alla­ga­to. Le barche furono por­tate in sec­ca in piaz­za in atte­sa che il lago rien­trasse nel pro­prio alveo. Addirit­tura alcu­ni con­ta­di­ni furono costret­ti a vendem­mi­are in bar­ca. La foto illus­tra pro­prio quell’avvenimento: a pop­pa si vede un ces­tone di vimi­ni pieno di grap­poli di corv­ina, men­tre il con­tadi­no-rema­tore si avvic­i­na alle viti. Alle sue spalle una don­na e un ragaz­zo atten­dono, for­bici in mano, di iniziare la . Pas­sarono cir­ca 40 giorni pri­ma che tor­nasse tut­to come pri­ma. Alla cer­i­mo­nia del 4 novem­bre intorno al mon­u­men­to ai Cadu­ti, real­iz­za­to da Albi­no Loro, e inau­gu­ra­to nell’aprile del 1923, c’erano le pas­sarelle (vedi foto nell’ultima pag­i­na di Obi­et­ti­vo su Bar­dolino). (s.j.) Due giorni da favola, nel­la qui­ete di Vil­la Riz­zar­di. In questo mon­u­men­tale com­p­lesso che da Por­ta Verona all’in­ter­no del paese giunge sino al lun­go­la­go Mirabel­lo sog­giorno nel­l’agos­to del 1990 per tre giorni lady Diana Spencer, la “Rosa” d’Inghilter­ra che ha fat­to pian­gere il mon­do intero con la sua trag­i­ca scom­parsa. Nel­la vil­la principesca, ospizio per i sol­dati con­va­les­cen­ti durante la Pri­ma Guer­ra Mon­di­ale, Lady D trascorse gior­nate di asso­lu­ta tran­quil­lità nonos­tante la pres­sione di fotografi e gior­nal­isti giun­ti in gran parte da Lon­dra. Ospite del­la con­tes­sa Cristi­na Riz­zar­di Guer­ri­eri la principes­sa di Galles trascorse ore intense divise tra nuo­tate nel lago di Gar­da, ser­a­ta in Are­na (rov­ina­ta dal­la piog­gia) e la fuga not­tur­na a Venezia. Un week- end sereno con gita in moto­scafo sul Benà­co, nuo­ta­ta al largo e ritorno con attrac­co al molo del Cir­co­lo Can­ot­tieri pos­to a due pas­si dal­la vil­la. Qui sbar­cò tra l’indifferenza dei bag­nan­ti che non si era­no accor­ti del per­son­ag­gio. La sera nel­la can­ti­na del­la Vil­la un incon­tro con poche per­sone del paese per una fes­ta in sem­plic­ità alli­eta­ta dal­la chi­tar­ra di Arnal­do Bonomet­ti pron­to a dedi­car­le la nota “Diana” di Paul Anka. Il giorno dopo il rien­tro in patria con la mam­ma Francess Shand Kydd. (s.j.) Frut­ta e con­fet­ture. Gra­zie al cli­ma, al ter­reno e alla gran voglia di lavo­rare del­la gente il ter­ri­to­rio di Bar­dolino ha sem­pre dato tan­ti frut­ti e tan­ta frut­ta, come si vede nel­la foto qui accan­to. Oltre l’uva, quin­di, pere, mele, limoni, cedri e altro anco­ra. Tan­to è vero che il far­ma­cista e chim­i­co Felice Vival­di impiantò una red­di­tizia fab­bri­ca di marmel­late. Fu podestà di Bar­dolino dal 1924 al 1928. A fine Otto­cen­to con i sol­di incas­sati dal­la ces­sione del­l’at­tiv­ità di speziale nel­la cen­tralis­si­ma Piaz­za Mat­teot­ti, il cav­a­liere Vival­di mise in pie­di una fab­bri­ca di marmel­la­ta all’in­ter­no del­la sua ampia abitazione di Via Croce a due pas­si dal cen­tro stori­co. Nel­lo stes­so peri­o­do avviò la pro­duzione di liquori: dal ver­mouth all’elysir di Chi­na alla man­dor­la ama­ra. Prodot­ti di nic­chia che fecero brec­cia sul mer­ca­to garde­sano. Ma mai quan­to la mar­rona­ta, la con­fet­tura di mar­roni prodot­ta ad inizio anni ’30. In quel peri­o­do una venti­na di per­sone, qua­si tutte donne, era­no a servizio del Vival­di con turni, in piena pro­duzione, tut­t’al­tro che leg­geri. «Si com­in­ci­a­va alle otto e si anda­va avan­ti fino alle tredi­ci, dopo la pausa pran­zo si tira­va drit­to fino alle dieci di sera», rac­con­tano ancor oggi in paese. Mar­rona­ta inizial­mente ripos­ta in scat­ole di leg­no rivesti­ta di car­ta stag­no­la. Si passò poi alle scat­ole di car­tone e al barat­to­lo di vetro. Con­fezioni di varie dimen­sioni: da quar­an­ta gram­mi fino ad un chi­lo. La dis­tribuzione avveni­va tramite un car­ret­to per le zone cir­costan­ti. Quan­do la fama del­la mar­rona­ta del cav­a­lier Vival­di superò i con­fi­ni bena­cen­si il prodot­to veni­va trasporta­to alla stazione fer­roviaria di Peschiera da dove in treno rag­giunge­va i mer­cati del Nord: Tori­no, Bres­cia, Cre­mona e Pado­va le mete più bat­tute. La pro­duzione era tut­ta arti­gianale e arrivò a coin­vol­gere intere famiglie di bar­do­line­si. Ci si por­ta­va a casa il lavoro, cioè i mar­roni da sbuc­cia­re e da resti­tuire nel­la casa di Via Croce, una vol­ta puli­ti anche del­la pel­lic­i­na. La remu­ner­azione era a cot­ti­mo: tan­ti chili di castagne sbuc­ciate tan­ti sol­di. I Vival­di arrivarono fino a 60 dipendenti.

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