Sindrome dei Balcani. Nuovi dubbi sugli ordigni sganciati nell’aprile ’99 da un caccia e mai trovati. Setacciati due terzi del basso Garda, ma i tecnici sono scettici

Bombe nel lago, giallo all’uranio

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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

È il 16 aprile 1999, sono i giorni del­la guer­ra nel Koso­vo. Un F15 del­la Nato, in dif­fi­coltà per man­can­za di car­bu­rante dopo un’improvvisa chiusura del­la base mil­itare di Aviano, si alleg­gerisce sgan­cian­do due ser­ba­toi sui mon­ti del vicenti­no. Poi, pas­san­do sul Gar­da, las­cia cadere sei bombe nel lago: tre a gui­da laser e tre a grap­po­lo. Alla fine atter­ra all’aerobase di Ghe­di. Le polemiche di allo­ra riemer­gono oggi, per la vicen­da del­l’u­ranio impov­er­i­to e delle mor­ti sospette dei mil­i­tari che han­no oper­a­to in Koso­vo e, pri­ma anco­ra, in Bosnia. Alber­to Gior­get­ti, dep­u­ta­to di Allean­za nazionale, ha pre­sen­ta­to un’interrogazione in Par­la­men­to. «La Nato — ricor­da Gior­get­ti — non ha volu­to fornire alcu­na infor­mazione cir­ca la local­iz­zazione e le carat­ter­is­tiche delle bombe. Le ricerche non han­no dato alcun risul­ta­to, nonos­tante siano state con­dotte con sofisti­cate tec­nolo­gie. Nes­suno esclude che le bombe con­tengano uranio impov­er­i­to». Il dep­u­ta­to chiede di sapere se «il Gov­er­no abbia rice­vu­to comu­ni­cazione dagli Sta­ti Uni­ti e se, in caso con­trario, non inten­da accertare l’esistenza di un reale peri­co­lo». Ulti­ma doman­da: «Quali azioni imme­di­ate e urgen­ti si inten­dono pro­muo­vere per local­iz­zare le bombe e pro­cedere al loro recu­pero?». A Riva del Gar­da il con­sigliere comu­nale Sal­vador Valan­dro ha pre­sen­ta­to una mozione. «Decine di ragazzi mil­i­tari ital­iani — scrive — impeg­nati nel­la ex Jugoslavia si stan­no amma­lan­do o, peg­gio, moren­do. Uccisi da armi che sem­bra assur­do e macabro definire amiche. Chiedo al sin­da­co di atti­var­si pres­so il min­is­tero degli Esteri, del­la Dife­sa e il Pres­i­dente del­la Repub­bli­ca, affinché ven­ga tute­la­ta la salute e la vita di quan­ti sono impeg­nati in quelle zone, com­pre­si i volon­tari civili». Velandro sol­lecita poi «una relazione det­tagli­a­ta sul­lo sta­to delle bombe sgan­ci­ate nel lago». Fa anche una pro­pos­ta: «I con­tribu­ti ind­i­riz­za­ti alle asso­ci­azioni degli ex com­bat­ten­ti vengano così des­ti­nati: una parte alle famiglie dei gio­vani mil­i­tari mor­ti nei Bal­cani per cause anco­ra ignote, e il resto alla , per com­mis­sion­are una per­izia tec­ni­ca», riguardante i peri­coli del mate­ri­ale che giace sui fon­dali. Molto prob­a­bile che gli ordig­ni sgan­ciati dall’F15 amer­i­cano non siano all’uranio. Il mate­ri­ale radioat­ti­vo era infat­ti imp­ie­ga­to sug­li A10 statu­niten­si e sug­li Har­ri­er ingle­si AV 8B. Però si vor­rebbe conoscere la ver­ità. «Fornire­mo la map­pa dei proi­et­tili in Koso­vo», ha dichiara­to Mark Leaty, por­tav­oce del­la Nato. Chissà se l’af­fer­mazione vale anche per il Gar­da. «Esiste la pos­si­bil­ità, più o meno conc­re­ta, del­la rot­tura del con­teni­tore, det­to can­is­ter, all’impatto con l’acqua, e la con­tem­po­ranea pre­sen­za di numerose bomblet, che pos­sono esser­si armate sul­la base di una sem­plice rotazione», affer­ma­va nel giug­no ’99 il procu­ra­tore di Bres­cia, Gian­car­lo Tar­qui­ni. Parla­va delle bombe a grap­po­lo o a fram­men­tazione o clus­ter, tre delle sei sgan­ci­ate, che pos­sono aprir­si liberan­do (cias­cu­na) 200 bom­bette. Le quali, se non scop­pi­ano all’impatto, sono peri­colose come mine antiuo­mo. Chiedere ai tre pesca­tori di Chiog­gia rimasti fer­i­ti per l´esplosione di uno di questi ordig­ni gial­li, poco più grande di una lat­ti­na Fan­ta. Pesca­to con le reti, era scop­pi­a­to sul ponte del­la loro imbar­cazione. Ieri, in un’intervista al quo­tid­i­ano «L’Adi­ge» di Tren­to, due dei quat­tro tec­ni­ci nom­i­nati dal­lo stes­so procu­ra­tore Tar­qui­ni per seguire e coor­dinare le ricerche ese­gui­te dal­la Mari­na mil­itare ital­iana, han­no esclu­so la pre­sen­za di bombe all’uranio impov­er­i­to. Lui­gi Bis­car­di, coman­dante provin­ciale dei Vig­ili del fuo­co di Bres­cia, ha dichiara­to: «No, non ci sono bombe di questo tipo. E, anche se ci fos­sero, avreb­bero la peri­colosità di comu­ni pezzi di fer­ro. Dopo tan­to tem­po non si è trova­to anco­ra nul­la per­ché la zona è pro­fon­da. Il fon­dale, ricop­er­to di fan­go, non è per niente limpi­do. Inoltre non si conosce il pun­to pre­ciso di sgan­cio. Ha oper­a­to una squadra for­ma­ta da quat­tro, cinque uomi­ni: sub dotati di tec­nolo­gie, sonar e altro. L’aereo è entra­to sopra il lago da pun­ta san Vig­ilio, uscen­do a Sirmione». Il tenente colon­nel­lo Pao­lo Gia­ret­ta, capo servizio con­trol­lo spazio aereo dell´aeroporto di Vil­lafran­ca, un altro esper­to scel­to dal pm di Bres­cia: «Abbi­amo già setac­cia­to due terzi del bas­so lago, una grande fas­cia. I sub del­la Mari­na mil­itare han­no fat­to un gran lavoro, inizian­do vici­no alle coste e spo­stan­dosi gra­data­mente ver­so le acque più pro­fonde. Risul­tati? La scop­er­ta di centi­na­ia di resid­uati bel­li­ci, non le bombe del­la Nato. Non cre­do che la squadra abbia inten­zione di con­tin­uare a lun­go, dato che il grosso del lavoro è sull´Adriatico».

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