La Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito si occuperà presto dell’F15 che nel 1999 sganciò i suoi ordigni nel Garda

Bombe nel lago, ora indaga Roma

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Di Luca Delpozzo
(f.m.)

«Vogliamo chia­mare in com­mis­sione il pilota. Così sapre­mo esat­ta­mente cosa è fini­to nel ». La sen­a­trice veronese di Rifon­dazione comu­nista, Tiziana Valpi­ana, fa parte del­la com­mis­sione d’inchiesta sull’uranio impov­er­i­to che, con i poteri del­la mag­i­s­tratu­ra, inda­ga sui 530 casi di mor­ti sospette di mil­i­tari ital­iani impeg­nati nelle mis­sioni di «keep peac­ing», da quel­la in Koso­vo in poi. Il bom­barid­ere F15 del­la Nato tor­na­va pro­prio dal Koso­vo il 16 aprile 1999 quan­do, a causa di un inci­dente in cor­so all’aeroporto di Aviano, venne dirot­ta­to ver­so la pista di Ghe­di, per rag­giun­gere la quale fu costret­to a sgan­cia­re il suo cari­co al largo del lago di Gar­da. Sul­la natu­ra di quel cari­co, che non è sta­to ritrova­to nonos­tante le lunghe e cos­tose ricerche effet­tuate da Eserci­to e Mari­na mil­itare, si tor­na ora ad indagare.Riprende la sen­a­trice Valpi­ana: «All’epoca, per sicurez­za, fu impos­to il fer­mo pesca su tut­to il lago e mi bat­tei per ottenere, come del resto avvenne, il ris­arci­men­to anche per i pesca­tori del­la spon­da scalig­era. In realtà per for­tu­na, anche se fos­sero fini­ti sul fon­do del lago ordig­ni con uranio impov­er­i­to il loro peri­co­lo ver­rebbe van­i­fi­ca­to pro­prio dall’acqua, per­ché l’effetto tossi­co e can­cerogeno si ver­i­fi­ca a con­tat­to con il calore. Tut­tavia è impor­tante ricostru­ire anche quell’episodio nell’ambito di un’inchiesta che ha per scopo pri­mario quel­lo di sta­bilire se esiste un nes­so di causa effet­to tra l’esposizione all’uranio impov­er­i­to e l’insorgere di malat­tie spes­so mor­tali, tra cui il lin­fo­ma di Hodgkin».L’incidente avvenne ver­so le 12,45 del 16 aprile. Molti abi­tan­ti di Toscolano Mader­no videro un aereo volare bas­so, a non più di 800 metri di altez­za, e sgan­cia­re sei bombe a gui­da laser a cen­tro lago, tra Pun­ta San Vig­ilio e la cos­ta bres­ciana. Lo stes­so bom­bardiere ave­va sgan­ci­a­to i due ser­ba­toi sui mon­ti di Asi­a­go. Il procu­ra­tore capo di Bres­cia, Gian­car­lo Tar­qui­ni, avvian­do l’indagine per la ricer­ca degli ordig­ni, scrive­va: «In relazione al tipo di bombe sgan­ci­ate dall’F15, sus­siste la pos­si­bil­ità, più o meno conc­re­ta, del­la rot­tura del con­teni­tore det­to “can­is­ter” all’impatto con l’acqua, e del­la pre­sen­za nelle acque del Gar­da di numerose “bomblet” che pos­sono esser­si armate sul­la base di una sem­plice rotazione». Da allo­ra ad oggi sull’effettiva pre­sen­za di questi pic­coli ordig­ni dev­as­tan­ti quan­to una mina antiuo­mo, con­tenu­ti in bombe più gran­di, non si è rius­ci­ti ad avere certezza.

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