Le antiche case del vino: sopravvive solo quella di Armando. Erano le tradizionali cantine sotto la Rocca Soltanto una ospita ancora mosto e bottiglie

Canevî, dove il Bardolino si affinava in villeggiatura

07/02/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
(a.p.)

I canevìni era­no impor­tan­ti, eccome: l’ombelico del mon­do, quel­lo vini­co­lo di riv­iera. Pas­sa­va di lì tut­to il miglior , ad affinare con pazien­za. Veni­va por­ta­to, si dice­va, «in vil­leg­giatu­ra» a Gar­da pri­ma di met­ter­lo in ven­di­ta. Quan­do? Fra l’Ottocento e la guer­ra. Poi, il decli­no. Con­tin­uo. Canevî viene da càne­va, can­ti­na. Ce ne sono una venti­na, sot­to la Roc­ca. Una dozzi­na pas­sato il cimitero, e sono i canevìni alti, altri sette-otto accan­to alla par­roc­chiale, i canevìni bassi. Han­no una par­ti­co­lar­ità che li rende uni­ci sul Gar­da, nel Veronese, nel Vene­to. Son cresciu­ti attorno a delle grotte, a dei crol­li del colle. Sopra, ci han­no costru­ito le case. Sot­to, dalle fendi­ture del­la roc­cia pas­sa aria, che tra­ver­sa chissà come e chissà dove la Roc­ca. La tem­per­atu­ra, così, res­ta costante: 8–10 gra­di tut­to l’anno. Per trovare qual­cosa di sim­i­le bisogna andare in Lom­bar­dia ai con­fi­ni svizzeri, in Valchi­aven­na. Là li chia­mano crot­ti e son qua­si tut­ti sta­ti riu­ti­liz­za­ti per far­ci ris­toran­ti, osterie, enoteche. Qui a Gar­da niente: qual­cuno è abban­do­na­to, cadente, qualche altro trasfor­ma­to in garage. Uno solo, l’ultimo, rimane des­ti­na­to all’uso enoico. È il canevî dell’Armando «Pivèl» Pina­monte, uomo di staz­za ben piaz­za­ta, di paro­la poca, di disponi­bil­ità infini­ta. Uomo di sport, anche. Classe 1947, ma non lo diresti: ne dimostra almeno dieci di meno. Fa bene la fres­cu­ra del canevî e la con­sue­tu­dine con i campi da pal­lone. Fino al 1978 l’Armando face­va il trib­u­tarista. Ave­va gio­ca­to a pal­lone a buonis­si­mi liv­el­li: medi­ano metodista, cinque sta­gioni all’Audace, in serie D. Poi ave­va con­tribuito a portare in pro­mozione la squadra del Bar­dolino. Da Bar­dolino gli venne il sug­ger­i­men­to. Fu Giulio Liut, eter­no diret­tore del con­sorzio vini­co­lo, a sug­gerir­gli d’utilizzare il canevî di famiglia (l’aveva com­pra­to papà Loren­zo una deci­na d’anni pri­ma) per far . Nacque la can­ti­na Canevi­ni: stop alla par­ti­ta doppia e via con la vinifi­cazione. Oggi fare e vendere vino è la sua uni­ca occu­pazione. «Com­pro tut­ta l’uva che mi dan­no a Gar­da, dalle vigne delle Rasole e delle Ris­are, qualche po’ a Bar­dolino e a Cus­toza. Mi aiu­ta mio fratel­lo Alessan­dro», rac­con­ta. È rimas­to l’unico pro­dut­tore di Gar­da: se il paese può anco­ra con ragione appartenere all’area del­la doc bar­dolin­ista lo deve ad Arman­do. Meriterebbe una medaglia. Fa il Bar­dolino Clas­si­co (buono), il (il suo vino migliore), un Bian­co di Cus­toza, uno spumante brut, qualche friz­zan­ti­no. «Ci si vive», ammette. Vende diret­ta­mente in can­ti­na: ven­gono da lui a pren­dere bot­tiglie anche da . Al piano di sopra è sem­pre pronta una fet­ta di salame, un pez­zo di pane, una sardé­na sott’olio, per gli ami­ci che gio­cano a carte e bevono un gòto. Un por­to di mare, par­don, di lago. Aper­tu­ra alle 14, fino alle 19, dal lunedì a saba­to, sal­vo se c’è allena­men­to. Per­ché Arman­do allena i ragazz­i­ni del Gar­da, dopo aver sedu­to su tante pan­chine dei cam­pi­onati dei dilet­tan­ti in provin­cia. «Ma a inseg­nare ai bam­bi­ni c’è più diver­ti­men­to», dice. Pas­sione vera. Per il pal­lone, per il vino, per l’ultimo canevî.

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