Molta narrativa vi sarebbe da fare, ma nessuna penna può descrivere l’impressione che suscita il paese aggrappato al suo suggestivo castello medioevale

Capitani e finanzieri nel castello disegnato dalla «spia» Goethe

02/03/2002 in Avvenimenti
Di Luca Delpozzo
Malcesine

Mol­ta vi sarebbe da fare, ma nes­suna pen­na può descri­vere l’impressione che sus­ci­ta il paese aggrap­pa­to al suo sug­ges­ti­vo castel­lo medio­e­vale, e delle erte mon­tagne che rin­ser­ra­no l’ultimo trat­to del Gar­da: un tor­rione pen­tagono a stra­pi­om­bo sul lago e vec­chie muraglie. L’incomparabile sito viene così indi­ca­to nel «Dizionario topografi­co dei Comu­ni» (1866): «Sul­la sin­is­tra del ver­so la fron­tiera del Veronese col Trenti­no e nelle vic­i­nanze del monte Bal­do, giace Mal­ce­sine. L’aspetto nei din­torni di Mal­ce­sine è molto orri­do di sua natu­ra, non aven­do in vista che un fian­co del monte e gli erti mon­ti del bres­ciano». Luo­go for­ti­fi­ca­to in età altome­dievale, fu posse­du­to da Beren­gario, che allargò la cin­ta muraria e dai vescovi di Verona nel X sec­o­lo. Nel 1157 il castel­lo resistette all’assedio delle truppe teu­toniche di Fed­eri­co Bar­barossa. Gli Scaligeri trasfor­marono nel 1277 il castel­lo, e, con Masti­no II, vi instal­larono la Garde­sana dell’Acqua, una sor­ta di fed­er­azione di Comu­ni garde­sani gui­da­ta dal Cap­i­tano del Lago. In segui­to Gian Galeaz­zo Vis­con­ti riconosce­va l’indipendenza del­la Garde­sana, las­cian­do pieni poteri alla Comu­nità di Mal­ce­sine. Il «maniero sull’acqua» divenne quin­di roc­caforte del­la Repub­bli­ca di Venezia, la quale, per la dife­sa dei con­fi­ni, vi tenne allog­giati i Cap­i­tani del Lago dal 1509 al 1702; essi ave­vano a dis­po­sizione una pic­co­la flot­ta arma­ta da cap­pel­let­ti (cav­al­leg­geri albane­si assol­dati dai veneti, così det­ti dal pic­co­lo zuc­cot­to rosso «onde copri­van­si il capo»). Wol­fang Goethe, intrapren­den­do il noto «Viag­gio in Italia», sog­giornò a Mal­ce­sine il 13 e 14 set­tem­bre 1786, e qui gli capitò la famosa avven­tu­ra; dis­eg­nan­do uno schiz­zo del castel­lo venne scam­bi­a­to per una spia. L’equivoco fu chiar­i­to, al cospet­to del sin­da­co, da un mal­cesinese che ave­va conosci­u­to il poeta a Fran­co­forte. Le inseg­ne di San Mar­co resistet­tero sul castel­lo ai vari pas­sag­gi degli eserci­ti, finché ven­nero scalpel­late dai france­si nel 1797, dopo le Pasque Verone­si. Gli aus­triaci, nel 1809, sovrap­ponevano alla Torre pen­tag­o­na un ter­raz­zo in cemen­to facen­dovi fun­zionare un telegrafo otti­co per comu­ni­care allar­mi e mes­sag­gi alle zone dis­tan­ti. Con l’annessione di Mal­ce­sine, avvenu­ta nel 1866, al Reg­no d’Italia, il castel­lo diven­tò «pre­sidio di con­fine» ver­so nord e sede del­la Guardia di Finan­za. Dopo la grande guer­ra, perse ogni ruo­lo difen­si­vo e mil­itare. Il mas­tio, di pianta pen­tag­o­nale dell’altezza di cir­ca 30 metri, muni­to di scarpatu­ra alla base, con muri del­lo spes­sore di 2 metri, cos­ti­tu­isce forse l’elemento più anti­co, come infor­ma il Per­belli­ni. Car­lo Per­o­gal­li nei «Castel­li Ital­iani» lo accen­na di volo: «Mal­ce­sine (Verona): Castel­lo medio­e­vale, ripreso, vis­itabile, emi­nen­za pae­sag­gis­ti­ca». Oggi le sale interne rac­chi­udono il del Gar­da: una rasseg­na di armi, imbar­cazioni, reper­ti arche­o­logi­ci e ricor­di risorgimentali.

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