Carlo Avigo i rubinetti e l’animo verdiano

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Di Luca Delpozzo

Esplo­rare il pro­prio paese al di là dalle vie, vicoli e piazze, solo per incon­trare per­sone che ne fan­no parte, in un tes­su­to fat­to di lavoro, di impeg­ni e di pas­sioni, por­ta con facile pre­vi­sione, alla scop­er­ta di per­sone che sono diven­tate per­son­ag­gi. Sta­vol­ta il per­son­ag­gio è Car­lo Avi­go (nel­la foto a lato). Lui si las­cia incon­trare dietro ad una vec­chia cinepre­sa a dare un sig­ni­fi­ca­to di ami­cizia in un incon­tro con­viviale tra vec­chi ami­ci in una altret­tan­to vec­chia oste­ria dove la cel­e­brazione di un incon­tro diven­ta un even­to e come tale è doc­u­men­ta­to e diven­ta viva tes­ti­mo­ni­an­za di ami­cizia, alle­gra e da documentare.

La cinepre­sa dei ricor­di poi diven­ta una fiu­mana da inseguire con il piacere di sen­tir­si app­a­ga­to per esservi entra­to. Car­lo nasce­va in una famiglia di lavo­ra­tori, quan­do la gente vive­va lon­tano dalle diav­o­lerie di oggi e le per­sone era­no più vicine tra loro; il padre mura­tore spes­so emi­gra­to all’estero per il suo lavoro, uno zio cameriere, e l’altro zio sopran­nom­i­na­to Bin­da (allo­ra il tifo sporti­vo era pura schi­et­tez­za!), idrauli­co e dal quale ha appre­so il suo mestiere, lavo­ra­tori e affi­atati i tre fratel­li che era­no spes­so assieme tra di loro e, per questo, furono alle­gra­mente sopran­nom­i­nati “ratel­li Bandiera”.

Carlo Avigo e un rubinetto (1)Nel 1949 a dod­i­ci anni, finite in fret­ta le scuole, impara con lo zio idrauli­co ad arro­to­lare il “canèf” sui tubi e poi avvitare rubi­net­ti, pro­fes­sione che eserci­ta anco­ra un poco, tan­to per ten­er­si allena­to con figlio mas­chio al quale ha inseg­na­to il mestiere, men­tre le tre figlie fem­mine han­no anche loro note musi­cali nel sangue. Come molti allo­ra e tut­to­ra, pro­va a impara­re a suonare uno stru­men­to nel­la Ban­da musi­cale di Desen­zano, che è diven­ta­ta poi una fuci­na di alle­gri suona­tori e di artisti, si appas­siona al flicorno, il flicorno tenore che ha la prevalen­za nel­la lir­i­ca pro­prio come un tenore in carne ed ossa. Facile la con­seguen­za che diven­ta pas­sione: la lir­i­ca e quel­la di Ver­di in par­ti­co­lare. Il rega­lo di un libro su Ver­di da parte del­la sua fidan­za­ta, oggi sua moglie, è sta­ta la sec­on­da scos­sa che lo ha por­ta­to ad una pro­fon­da conoscen­za del­la musi­ca e di in particolare.

Basti dire che, poco tem­po fa, ricor­do di aver chiesto ad una delle sue figlie dove fos­se suo padre, che non ave­vo incon­tra­to in una delle man­i­fes­tazioni del paese, otte­nen­do, con un sor­riso, la rispos­ta “Oggi è domeni­ca, è anda­to a Bus­se­to”; ques­ta è pro­prio la pro­va prova­ta del­la sua pas­sione. Ascoltar­lo men­tre rac­con­ta è come essere all’opera, sulle note si spazia tra la Travi­a­ta, l’, il Nabuc­co e ci si perde nell’attraversare i prati attorno a Bus­se­to appren­den­do di un Ver­di appas­sion­a­to agri­coltore e di rara cul­tura anche in quel set­tore, ma pare di sen­tire, attra­ver­san­do un gia­rdi­no, la Sin­fo­nia da la Forza del Des­ti­no e il can­to del tenore a intonare “Oh tu che in seno agli angeli”. Nel­la sua espe­rien­za e pre­sen­za nei luoghi Ver­diani ha avu­to momen­ti, qua­si una sin­drome di Sten­dal, dati dall’intensità dell’emozione vis­su­ta, del resto questo è con­di­vis­i­bile anche da noi per­ché la musi­ca prende e molto sorprende.

Episo­dio e pas­sione che lo ha por­ta­to fino ad essere riconosci­u­to nelle sue numerose vis­ite da un appas­sion­a­to ed anziano fra i ciceroni di quei siti, tan­to che cos­tui, poi lo invi­ta ad essere pure lui a con­durre i vis­i­ta­tori mag­a­ri soltan­to per i gia­r­di­ni. Car­lo così pote­va scor­rere la domeni­ca, incon­tran­do Ernani ed Elvi­ra, osser­vare di lon­tano i Lom­bar­di alla pri­ma Cro­ci­a­ta e sog­giacere all’intensa evo­cazione del Temis­to­cle Sol­era nel can­to ded­i­ca­ta “O mia patria, si bel­la e per­du­ta”, vagan­do fra il can­to degli Ebrei e gli applausi delle pla­tee e dei log­gioni fino all’acclamare quel “Viva Ver­di” fino a diventare sim­bo­lo del Risorg­i­men­to, di quegli altri Fratel­li Bandiera, quel­li nazion­ali non solo desen­zane­si. Va cita­to un altro episo­dio quan­do il nos­tro Car­lo incon­tra a Bus­se­to nel gia­rdi­no, un vis­i­ta­tore prove­niente dagli Sta­ti Uni­ti, in ita­lo amer­i­cano appas­sion­a­to che ha sub­ì­to anch’egli la sin­drome di Stend­hal per la forte emozione prova­ta; han­no fat­to ami­cizia e si sono appar­tati per ore in un vici­no ris­torante (il miti­co Barat­ta!) rin­cor­ren­do, fra il tintin­nio dei bic­chieri, le note delle opere ver­diane da entram­bi ben conosciute. C’è un sto­ria in più, fra la tante e da citare, e ques­ta è solo umana oltre le note del pen­ta­gram­ma e è una vicen­da che ne tes­ti­mo­nia l’assoluta onestà. Suc­cede che un giorno nel lavo­rare attorno ai suoi rubi­net­ti nel bag­no del­la casa di un cliente, si tro­va a sco­prire un pic­co­lo pac­chet­to di ban­conote mes­so in un nascondiglio.

Pronta­mente lo con­seg­na alla pro­pri­etaria, che esprime mer­av­iglia e ringrazia. Si è saputo poi che la mer­av­iglia di quel­la sig­no­ra era soprat­tut­to per­ché quel denaro era lì nascos­to dal mar­i­to, non per sot­trar­glielo, ma per evitare che ques­ta spendesse trop­po. Episo­dio di vita ser­e­na di paese anche questo, forse il dial­o­go tra coni­u­gi non era pro­prio lin­eare, ma era comunque un modo forse inusuale ma comunque di risparmi­are. Car­lo tor­na come sot­to­fon­do asso­lu­to a Giuseppe Ver­di, nel­la sua como­da casa ha scaf­fali di lib­ri, dis­chi e spar­ti­ti, se ne rica­va di lui l’immagine di una sua rara cul­tura anche attra­ver­so la musi­ca e quel­la del Cig­no di Bus­se­to in par­ti­co­lare, ma non esclu­si­va per­ché i con­tat­ti che ha qui a Desen­zano, dove abiti­amo, lo por­tano a dialog­a­re alla pari con tut­ti. Questo, riferisce con orgoglio, lo deve al suo aver vis­su­to la scuo­la di musi­ca come una casa, una casa di famiglia, all’aver sgob­ba­to lavo­ran­do, all’aver dialoga­to con tut­ti e con il rispet­to appre­so dai nos­tri padri. Poi tor­na a Bus­se­to e dice che per lui è come se andare in un san­tu­ario, e quan­do lo incon­tri­amo ci rac­con­ta le sue sen­sazioni fra le cose del nos­tro Paese attra­ver­so una melo­dia, una sin­fo­nia, viene poi da intonare insieme un coro e far­si accom­pa­gnare dal suo flicorno ”tenore”. (Nell’immagine in alto: il Museo di Verdi)

Alber­to Rigo­ni — Rigù

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