A partire dal 1956, Mario e la moglie Elisabetta hanno accolto decine di profughi

Casa Hoffer, piccola «ambasciata» ungherese

31/10/2001 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Paolo Tagliente

«Dai doc­u­men­ti stori­ci e dai ricor­di degli unghere­si esuli in Italia emerge che Lei e Sua moglie, la sig­no­ra Erzsé­bet Mag­a­sházy, con il Vostro nobile e gen­eroso oper­a­to, offriste un notev­ole con­trib­u­to al miglio­ra­men­to delle con­dizioni di vita dei profughi in Italia». Così, recita la let­tera giun­ta all’inizio di otto­bre a casa del rivano Mario Hof­fer — al civi­co 6 di viale S. Francesco — che, fir­ma­ta dal­l’am­bas­ci­a­tore ungherese, annun­ci­a­va ai due coni­u­gi il con­fer­i­men­to di un attes­ta­to di ben­e­meren­za da parte del­la repub­bli­ca magia­ra e li invi­ta­va nel­la cap­i­tale per la solenne cer­i­mo­nia di con­seg­na, svoltasi giovedì scor­so alla pre­sen­za del pres­i­dente Ciampi.Ottobre 1956: i car­ri armati sovi­eti­ci mar­ciano su Budapest, sof­fo­can­do nel sangue la riv­ol­ta popo­lare che chiede­va democrazia. Il pri­mo min­istro Imre Nagy, che ave­va appog­gia­to l’in­sur­rezione viene depos­to e nel 1958 gius­tizia­to: il suo pos­to viene pre­so da “filoso­vi­eti­co” Janos Kadar. Seguono epu­razioni e vendette, le lib­ertà per­son­ali ven­gono sopresse e migli­a­ia di unghere­si fug­gono all’es­tero. In questo dram­mati­co quadro stori­co, s’in­serisce l’at­tiv­ità di Mario Hof­fer e di sua moglie Erzsè­bet “Elis­a­bet­ta”, vero e pro­prio pun­to di rifer­i­men­to per gli esuli e le loro famiglie. Mario ed Elis­a­bet­ta han­no vis­su­to in Unghe­ria fino al 1949: lui rivano indus­tri­ale tes­sile, lei nata a Budapest fun­zionario min­is­te­ri­ale si sono sposati nel 1945, ma la nazion­al­iz­zazione delle fab­briche attua­ta dal gov­er­no nel 1948 li ha ridot­ti sul las­tri­co, con­strin­gen­doli alla fuga in Italia: i due val­i­cano la fron­tiera con un figli­o­let­to di 4 anni e i soli vesti­ti addos­so. For­tu­nata­mente Mario possiede una casa di famiglia (quel­la dove vivono tut­to­ra) e da là inizia la loro nuo­va vita. Lui inizia a lavo­rare alla Radi di Rovere­to, ma Elis­a­bet­ta è schi­ac­cia­ta dal­la nos­tal­gia per il pro­prio paese («Il dolore psi­co­logi­co era tale — spie­ga — che non sen­ti­vo più i sapori delle pietanze») e, a par­tire dal 1956, può mostrare quan­to grande fos­se l’amore per la sua ter­ra e la sua gente. «Decine di con­nazion­ali arriva­vano a casa nos­tra — rac­con­ta, sedu­ta insieme al mar­i­to sul grande divano nel salot­to del­la loro bel­la casa — e a noi sem­bra­va nat­u­rale ospitare queste per­sone, dan­do loro da man­gia­re e un tet­to sot­to cui dormire». In breve tem­po, il pas­s­aparo­la dei profughi rende noti Mario ed Elis­a­bet­ta che, oltre ad offrire “appog­gio logis­ti­co”, dan­no il via ad una serie di impor­tan­ti inizia­tive. «Dal 1960 — rac­con­ta la sig­no­ra — io ed una mia ami­ca abbi­amo inizia­to ad orga­niz­zare dei campi per boy al lago di Ten­no. Ogni anno, 100–150 figli di profughi unghere­si arriva­vano da ogni ango­lo del mon­do». Lì, ragazzi e ragazze pos­sono par­lare la loro lin­gua, conoscere le tradizioni, gli usi e i cos­tu­mi del­la loro ter­ra natìa. Una vol­ta all’an­no, insom­ma, una spon­da del­l’az­zur­ris­si­mo lago diven­ta­va magia­ra. Questi sono solo alcu­ni dei motivi per cui, ora, nel 45º anniver­sario del­la Riv­o­luzione del 1956, la Repub­bli­ca Ungherese ha deciso di trib­utare tut­ti gli onori a Mario e Elis­a­bet­ta. «È sta­to incred­i­bile — com­men­tano con lo stu­pore di chi ritiene d’aver fat­to solo il pro­prio dovere — a Roma c’era il pres­i­dente Ciampi e tut­to il jet-set, con ambas­ci­a­tori e alte per­son­al­ità di ogni cam­po. Tut­ti a ren­dere omag­gio a noi…»

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