Decima puntata del lungo viaggio di Andrea Trolese.

Cattedrali nel deserto

31/10/2013 in Turismo
Di Redazione

La notte a Mary trascorre indo­lore, la stanchez­za ci sopraf­fà sen­za dar­ci nem­meno la pos­si­bil­ità di ren­der­ci con­to del­lo sbal­zo di realtà che ci cir­con­da.

Causa vis­to, non pos­si­amo entrare in Uzbek­istan pri­ma del 29, il che sig­nifi­ca trascor­rere obbli­ga­to­ri­a­mente un’altra notte in questo lim­bo di anacro­nis­ti­ci total­i­taris­mi. Rasseg­nati, par­ti­amo così alla vol­ta di Turk­menabat, a pochi chilometri dal con­fine. La stra­da miglio­ra sen­si­bil­mente, ma gli inces­san­ti avval­la­men­ti sfinis­cono le nos­tre cinghie liberan­do una ruo­ta dal tet­tuc­cio e las­cian­dola qua­si appog­gia­re sul brac­cio di Edoar­do che se ne pen­zo­la al sole fuori dal finestri­no pos­te­ri­ore.

Non appe­na Dede real­iz­za con un cer­to stu­pore di avere un pneu­mati­co sull’avanbraccio, inchio­di­amo nel nul­la per rime­di­are al ced­i­men­to e lì final­mente com­pren­do per­ché in Turk­menistan vi sia lo Zoroas­tris­mo. È evi­dente che al tem­po Zoroas­tro sia sta­ta l’unica divinità a far­si cari­co di una situ­azione sim­i­le. La mole di lavoro da sostenere deve aver spaven­ta­to qual­si­asi altro Dio.

Men­tre un team di spag­no­li ci sor­pas­sa col sor­riso di chi è ben felice di non essere al tuo pos­to, ripar­ti­amo cir­con­dati da dune di sab­bia, la quale in questo trat­to di stra­da sem­br­erebbe aver dato scac­co all’inospitale step­pa.

Turk­menabat, in pieno stile sovi­eti­co, si pre­sen­ta con un maestoso vialone d’accesso costel­la­to di palazzi gov­er­na­tivi dal­la mole immen­sa. Sulle fac­ciate e nelle piazze le stat­ue e le foto del pres­i­dente s’impongono alla vista dei pas­san­ti su ambo I lati. Ovvi­a­mente, e in altret­tan­to stile sovi­eti­co, tut­to ciò che non vien toc­ca­to da questo vialone da para­ta risul­ta essere semi­ab­ban­do­na­to e fatis­cente. Deduco che quelle devono essere zone dove il pres­i­dente non guar­da mai. L’hotel dove ci fer­mi­amo è pro­prio uno di questi palaz­zoni dal­la fac­cia­ta in fin­to mar­mo e dalle ringhiere in altret­tan­to fin­to oro. La scali­na­ta d’accesso è da fes­ti­val di San­re­mo e in tut­ta rispos­ta, come da copi­one, nelle camere man­ca l’acqua cal­da. Pic­co­lo assag­gio prati­co dei residui dit­ta­to­ri­ali.

Dopo un po’ di riposo, un giro al bazar e qualche pic­co­lo lavoret­to di restau­ro alla Peg­gy, arri­va ora di cena, ovvi­a­mente non pri­ma di aver irrepara­bil­mente dan­neg­gia­to il nos­tro uni­co crick idrauli­co.

Mi ero scorda­to il piacere di par­lare rus­so e ancor più mi ero scorda­to il piacere di par­lar rus­so, sedu­to tra vod­ka, pomodori e cetri­oli in salam­oia. Intorno a noi dei doganieri gras­si e scuri scom­met­tono sol­di al tavo­lo da bil­iar­do, la tele­vi­sione sopra le nos­tre teste trasmette a inter­mit­ten­za un film porno e la repli­ca delle Olimpia­di. Noi sedi­amo con un paio di autoc­toni tra brin­disi, vol­gar­ità e quel­la sen­sazione d’amicizia che può nascere solo ed esclu­si­va­mente attorno ai tavoli di questi pae­si. Il barista indos­sa una maglia di Topoli­no e prepara la piz­za, men­tre la pal­la strobo appe­sa al sof­fit­to lo fis­sa immo­bile; chissà da quan­to tem­po non vive il suo tem­po delle mele.

Fil­ip­po un giorno, nel bel mez­zo dell’Iran, disse che pri­ma o poi, usci­ti dall’islam pro­fon­do, l’alcool sarebbe rien­tra­to a gam­ba tesa. Direi che fu pro­feti­co.

Ma il lato pos­i­ti­vo è che oggi pos­so autorevol­mente scon­sigliare a chi­unque di affrontare una fron­tiera con 38 gra­di, cinque ore di son­no e dei pos­tu­mi da vod­ka. D’altra parte paese che vai, usan­za che tro­vi.

For­tu­na ha volu­to che in fron­tiera i mil­i­tari al con­trol­lo-pas­s­apor­ti ci abbiano pre­so subito in sim­pa­tia, alleg­geren­do di non poco il peso del­la ser­a­ta prece­dente. Men­tre un altro team d’Italiani si avvic­i­na ai can­cel­li, mi tro­vo improvvisa­mente a far da inter­prete di dogana,disturbato da un poliziot­to che cer­ca di dis­trar­mi dal mio nuo­vo dovere, mostran­do­mi video di sketch comi­ci o pre­sun­ti tali. Peri camion­isti sono ormai un col­le­ga.

Men­tre decine di vespe volano e nid­i­f­i­cano in ogni dove, un bam­bi­no con la magli­et­ta del Milan e un col­bac­co ci salu­ta. Questo si che è “melt­ing­pot”.

Do svi­dani­ja Zoroas­tro”.

Andrea Trolese