Sindrome dei Balcani. Un appello sugli ordigni sganciati nel lago da un F15 americano

«Cercate ancora quelle bombe»

Parole chiave:
Di Luca Delpozzo
William Geroldi

Dove sono finite le bombe sgan­ci­ate il 16 aprile del ’99 nel da un aereo amer­i­cano, un F15 Eagle, di ritorno dal Koso­vo, in deb­ito di car­bu­rante, costret­to a mol­lare gli ordig­ni nel Bena­co per alleg­gerir­si e rag­giun­gere l’aerobase di Ghe­di? È il grande inter­rog­a­ti­vo che con­tribuisce a man­tenere un alone di mis­tero su ques­ta vicen­da, tor­na­ta alla rib­al­ta del­la cronaca in segui­to alla vicen­da dell’uranio impov­er­i­to. A dar mano forte a chi sol­lecita chiarez­za, come i sin­daci del­la spon­da bres­ciana del Gar­da, inter­viene il prefet­to Anna Maria Can­cel­lieri, ieri in visi­ta a Pueg­na­go ai comu­ni del­la Valte­n­e­si. Il rap­p­re­sen­tante del­lo Sta­to ha promes­so il suo inter­es­sa­men­to per sol­lecitare l’individuazione degli ordig­ni. Tra San Vig­ilio, Sirmione, Maner­ba? Oppure più in là, ver­so la spon­da veronese? «Dif­fi­cile dir­lo — com­men­ta Antoni­no Chilà, un per­i­to bal­is­ti­co, cara­biniere con il gra­do di mares­cial­lo che ha appe­na com­pi­u­to una per­izia com­mis­sion­a­ta da un pri­va­to — anche per­chè occorre ten­er con­to di alcune vari­abili: l’altezza alla quale l’aereo viag­gia­va al momen­to del­lo sgan­ci­a­men­to (si ipo­tiz­za sui 600 metri), la posizione rispet­to alla super­fi­cie del lago, il momen­to del con­tat­to delle bombe con l’acqua, le cor­ren­ti, la pro­fon­dità del fon­dale». Quel giorno l’aereo ave­va dovu­to rip­ie­gare per l’atterraggio su Ghe­di, anzichè Aviano chiu­so in segui­to a un inci­dente. La vari­azione ave­va colto l’F15 a cor­to di car­bu­rante, obbli­gan­do­lo ad alleg­gerir­si per risparmi­are. Le ricerche con­dotte in segui­to con sonar e tele­camere non appro­darono a nul­la. «Anche se riten­go — affer­ma Chilà — che bisog­na­va ricor­rere a tec­nolo­gie più sofisti­cate. Cre­do pure che sarebbe nec­es­sario avvaler­si dell’aiuto di un geol­o­go con una buona conoscen­za dei fon­dali del lago». Se le bombe non si trovano sig­nifi­ca che sono al «sicuro», e quin­di innocue … «Non direi, spero che nei prossi­mi mesi si pro­ce­da invece a ulte­ri­ori ten­ta­tivi di recu­pero. Mi rifi­u­to di pen­sare che pos­sano restare lag­giù solo per­chè si crede che non siano peri­colose. Ne va del­la seren­ità e del­la tran­quil­lità di una zona in cui qualche tur­ista potrebbe essere sem­pre ten­ta­to di met­ter­si alla ricer­ca delle bombe». È pro­prio sul­la sicurez­za degli ordig­ni che Chilà nutre qualche pre­oc­cu­pazione. Pre­mes­so che dalle doc­u­men­tazioni for­nite dagli amer­i­cani, quegli esplo­sivi non dovreb­bero avere nul­la a che spar­tire con l’uranio impov­er­i­to, un altro capi­to­lo è la tipolo­gia delle bombe finite in acqua. A sus­citare i tim­o­ri di Chilà sono tre bombe a grap­po­lo (le «clus­ter bomb» e altre tre a gui­da laser), involu­cri a loro vol­ta pieni di tante pic­cole bombe (cir­ca 200) del­la grandez­za di una lat­ti­na di coca-cola. Fun­zio­nano così: l’aereo sgan­cia la clus­ter bomb dota­ta di una car­i­ca esplo­si­va che la fa aprire ad una deter­mi­na­ta quo­ta. Le pic­cole bombe escono e cadono al suo­lo gui­date da un pic­co­lo para­cadute, esplo­den­do al con­tat­to con l’obbiettivo. C’è anche una vari­ante che prevede l’atterraggio sen­za esplo­sione trasfor­man­do il ter­reno in zona mina­ta. Chilà ha pre­so in esame bombe analoghe indi­vid­u­ate nei fon­dali del mar Adri­ati­co, al largo di Chiog­gia. Bombe scar­i­cate dagli aerei al rien­tro dal Koso­vo che si sono aperte facen­do uscire il poco ras­si­cu­rante con­tenu­to. E uno di questi ordig­ni, impiglia­to nel­la rete di un pesca­tore, solo per mira­co­lo non ha com­pi­u­to una strage. A dire il vero, spie­ga Chilà, le clus­ter non avreb­bero dovu­to aprir­si poichè il pilota provvede al disin­nesco al momen­to di lib­er­arsene. Pec­ca­to che non si pos­sa però eclud­ere il ris­chio di una rot­tura del «gus­cio» al momen­to del­la col­li­sione con l’acqua o in segui­to all’urto con delle roc­ce. Chilà lan­cia un ammon­i­men­to: «Se le clus­ter cadute nel lago di Gar­da si sono aperte nell’impatto con l’acqua, le bombe all’interno si sono sparpagli­ate sul fon­dale. Cor­ren­ti, sposta­men­ti, urti potreb­bero deter­minare le esplo­sioni dei sin­goli ordig­ni: e sic­come nes­suno sa dove siano fini­ti, il ris­chio per l’incolumità pub­bli­ca non va sot­to­va­l­u­ta­to». Un’ultima anno­tazione. Il Movi­men­to sociale Fiamma tri­col­ore, il cui respon­s­abile del­la sezione di Desen­zano Gio­van­ni Bar­bi ha com­mis­sion­a­to la per­izia a Antoni­no Chilà, ha dif­fu­so un comu­ni­ca­to in cui si «aus­pi­ca viva­mente che la Provin­cia di Bres­cia, in sin­er­gia con le province di Tren­to e Verona, inter­ven­ga sul­la ques­tione facen­dosi inter­prete pres­so la Sta­to ital­iano dei gius­ti­fi­cati tim­o­ri per la salute e la sicurez­za delle per­sone oltre che per met­tere i cit­ta­di­ni nel­la con­dizione di sapere riguar­do la reale volon­tà di recu­per­are i peri­colosi ordig­ni esplosivi».

Parole chiave: