La storia lupatotina del «fornareto» che conquista i mercati d’Italia e d’Europa. Mamma Teresa un giorno convoca i tre figli e spiega che un forno non basta più per dar da vivere a tutti. Così il giovane Rana prova con i tortellini. Inizia in via Volta l

Che pasta d’uomo. Chi è quella bionda vicina al Giovanni?

11/07/2006 in Economia
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Di Luca Delpozzo
Renzo Gastaldo

, il Re del Tortelli­no. Una sto­ria di San Gio­van­ni Lupa­to­to, di chi è venu­to in paese e ha saputo crearvi un’azienda. Oggi il pas­ti­fi­cio ha 700 dipen­den­ti diret­ti, ma qua­si 2000 met­ten­do in con­to anche la rete com­mer­ciale, copre qua­si il 40 per cen­to del mer­ca­to nazionale e si avvic­i­na a tale soglia anche nel mer­ca­to europeo, fat­turan­do com­p­lessi­va­mente poco meno di 200 mil­ioni di euro.La sto­ria di Gio­van­ni Rana parte nel 1937 quan­do, ulti­mo di sei fratel­li, nasce a Stra’ di Cologna Vene­ta da Tere­sa e Gae­tano, com­mer­ciante di granaglie. Fre­quen­ta le ele­men­tari a Veronel­la e poi fa qualche anno di avvi­a­men­to indus­tri­ale. Nel 1943 il fratel­lo Francesco si trasferisce a fare il for­naio a Cadi­david e lì conosce Albi­na Gal­vani, lupa­toti­na che poi diven­terà sua moglie.«Visti i non entu­si­as­man­ti suc­ces­si sco­las­ti­ci», rac­con­ta Gio­van­ni Rana, «nel 1951 mia madre mi mandò a lavo­rare da mio fratel­lo, che intan­to si era mes­so in pro­prio con un forno a leg­na a San Gio­van­ni Lupa­to­to, in via Garo­foli, nel­la corte di Plinio Turaz­za. Bisog­na­va alzarsi all’una di notte e non mi piace­va per nul­la. Dis­si a mia madre che vole­vo tornare a scuo­la, ma lei mi rispose che avrei dovu­to sfruttare l’occasione pri­ma. Così con­tin­u­ai a fare il for­naio insieme con i miei fratel­li Giuseppe e Francesco».«Sono arriva­to in paese gio­vanis­si­mo e a San Gio­van­ni Lupa­to­to mi ha accolto imme­di­ata­mente bene», dice l’industriale. «Qui ho pas­sato i migliori anni del­la mia vita e ho trova­to ami­cizie che tut­to­ra man­ten­go». Non è infat­ti raro ved­er­lo di domeni­ca mat­ti­na al bar , uno dei locali stori­ci del paese. «Quan­do Luciana Litizzet­to mi pro­pose come Pres­i­dente del­la Repub­bli­ca, gli ami­ci al bar mi vol­e­vano invece sin­da­co del paese. La gente qui mi ha sprona­to nel­la mia impre­sa e se Gio­van­ni Rana è oggi quel­lo che è, il mer­i­to è anche di tut­ti quel­li che han­no lavo­ra­to con me. Molti sono lupa­to­ti­ni. Io ho lavo­ra­to tan­to, anche saba­to e domeni­ca, e molti col­lab­o­ra­tori mi han­no segui­to, capen­do sem­pre le esi­gen­ze dell’azienda. Cer­to che il bene del pas­ti­fi­cio era il bene anche loro, ma comunque il pub­bli­co riconosci­men­to va dato».Giovanni Rana fa il pane e anche lo con­seg­na, in bici, ai cli­en­ti del pan­i­fi­cio e ai negozi di ali­men­ta­ri. «Quan­do entra­vo nel­la bot­te­ga dell’Onesta Ciu­cel­li ave­vo sem­pre l’occhio fis­so sulle donne che com­pra­vano i tortelli­ni», ricor­da Rana. «Un giorno le chiesi se i tortelli­ni pote­vano essere un affare e lei mi rispose di sì, che con i tortelli­ni mi sarei garan­ti­to il futuro. Ave­va ragione».Un giorno mam­ma Tere­sa chia­ma a raduno i figli e fa loro pre­sente che il forno non avrebbe garan­ti­to di che vivere a tre famiglie. «Mio fratel­lo Francesco decise di aprire una pas­tic­ce­ria, Bep­pino con­tin­uò con il forno e a me si prospet­ta­va di fare il for­naio a Cadi­david», rac­con­ta Rana. «Cinzio Val­li, uno zio del­la mia futu­ra moglie Lau­ra, che com­mer­ci­a­va nel set­tore, mi ave­va anche trova­to bot­te­ga. Ma io gli dis­si chiara­mente che non avrei rac­colto la sua offer­ta: ave­vo in tes­ta di fare i tortelli­ni. Sape­vo fare il pane, pas­sare alla pas­ta non avrebbe dovu­to essere poi così difficile».«Mio suo­cero Bruno Murari mi dette il locale in via Vol­ta. Mi disse che non vol­e­va affit­to ma avrei dovu­to sis­temare il fab­bri­ca­to», pros­egue Gio­van­ni Rana. «Con l’aiuto di un mura­tore sopran­nom­i­na­to Bam­bin Gesù lo misi un po’ a pos­to e lì nacque fra la fine del 1961 e l’inizio del 1962 il pri­mo lab­o­ra­to­rio. Face­va­mo i tortelli­ni a mano, io, mia moglie e qualche anziana del paese che paga­vo parte in tortelli­ni. La pun­ta di lavoro era a metà set­ti­mana, per­ché le gior­nate di ven­di­ta mag­giore era­no il ven­erdì, il saba­to e la domeni­ca. Al ven­erdì face­va­mo anche un po’ di gnoc­chi. Bisog­na­va lavo­rare il giorno pri­ma per­ché i tortelli­ni non dura­vano molto». Il cer­ti­fi­ca­to di iscrizione del pas­ti­fi­cio alla Cam­era di com­mer­cio glielo portò a casa il mae­stro Giuseppe Lavoren­ti. L’originale è anco­ra appe­so nel­lo stu­dio di Gio­van­ni Rana e reca la data del 28 mar­zo 1962.Nel 1963 Gio­van­ni Rana sposa Lau­ra Murari. Sono anni di grande lavoro, viene aper­to anche un negozio in via Madon­ni­na per vendere al det­taglio. Nel 1965 nasce il figlio Gian­lu­ca, oggi alla gui­da del pas­ti­fi­cio Rana come ammin­is­tra­tore del­e­ga­to («Mio figlio gov­er­na, io reg­no», scherza Gio­van­ni Rana). Gian­lu­ca è anche pres­i­dente dell’Associazione indus­tri­ali di Verona. La pro­duzione pas­sa pro­gres­si­va­mente da arti­gianale a semi­ndus­tri­ale. «Vit­to­rio Albiero, un faleg­name lupa­toti­no, mi costruì un essi­ca­toio in leg­no dove met­te­va­mo la pas­ta ad asci­u­gare», ricor­da Rana. Le lavo­ran­ti sal­go­no a 15. «Rac­co­man­da­vo loro di par­lare con la boc­ca ma di far lavo­rare le mani. La pro­duzione media di tortelli­ni era di un chi­lo 200 gram­mi l’ora».Nel 1968 Gio­van­ni Rana decide di fare il grande pas­so e com­pera un ter­reno in via Pacinot­ti, dove anche oggi si tro­va la sede cen­trale del­la sua attiv­ità. «Com­prai 2.000 metri di ter­reno dal Moro De Uffi­ci e due anni dopo aprii qui la pri­ma vera fab­bri­ca». Il pas­ti­fi­cio si è allarga­to anno dopo anno, amplian­dosi sui ter­reni cir­costan­ti. In paese c’è un det­to fra i pro­pri­etari di ter­reni agri­coli che osten­tano improvvisa ric­chez­za: «Guar­da che non ho i campi vici­no a Rana!» Negli anni Set­tan­ta e Ottan­ta il fat­tura­to del pas­ti­fi­cio Rana cresce a doppia cifra, anche del 25 per cen­to l’anno.«Il lavoro è sta­to sem­pre al cen­tro del­la mia vita», rac­con­ta Gio­van­ni Rana. «Per anni ho dor­mi­to con il bloc­co notes sul comodi­no. Mi ser­vi­va per anno­tare le mod­i­fiche alle mac­chine per la pro­duzione dei tortelli­ni». L’innovazione degli impianti è anco­ra oggi un palli­no di Gio­van­ni Rana, che non mai mol­la­to nep­pure il set­tore svilup­po e ricer­ca. I nuovi prodot­ti sono per la mag­gior parte frut­to delle fantasia.Giovanni Rana abi­ta anco­ra nel­la casa all’interno del­la fab­bri­ca. «La mia vita è qui», con­fes­sa. «Quan­do lo rac­con­to, qual­cuno mi chiede se i rumori del­la pro­duzione non mi dis­tur­bano. No: per me è musica».La fama nazionale gli arri­va con le cele­bri pub­blic­ità tele­vi­sive, in cui par­la — di tortelli­ni — anche con Mar­i­lyn Monroe.Come è nata quell’idea, e fu davvero sua? «A metà degli anni Ottan­ta», rac­con­ta Rana, «il grup­po Bar­il­la vol­e­va ril­e­vare la mia azien­da. Chiesi per­ché loro non avessero ven­du­to la loro fab­bri­ca e Pietro Bar­il­la mi rispose che l’azienda per lui era un grande cav­al­lo che si diverti­va a domare. Allo­ra io gli rib­at­tei che la mia azien­da era un asinel­lo, un mus­se­to, che face­va diver­tire me e mio figlio Gian­lu­ca». Fu il pri­mo no, suc­ces­si­va­mente repli­ca­to a Star e Kraft. «Vole­vo tenere l’azienda, ma mi ser­vivano idee per com­bat­tere le multi­nazion­ali», con­tin­ua Rana. Ed ecco la trova­ta del­la pub­blic­ità. «La ful­mi­nazione», Rana dice così, «arrivò una notte. Pen­sai alla Pas­ta del Cap­i­tano, il den­ti­fricio. Una vol­ta non era pub­bli­ciz­za­to dal suo stes­so cre­atore, il dot­tor Cic­carel­li? E se dico alla gente che sono io, Gio­van­ni Rana, quel­lo che fa i tortellini?»I pub­blic­i­tari sono con­vo­cati e si arri­va così a Rana che in tv pre­sen­ta, ma anco­ra sen­za par­lare, i suoi prodot­ti. Un’indagine di mer­ca­to attes­ta che la noto­ri­età dei tortelli­ni Rana è in cresci­ta ma che i tele­spet­ta­tori cre­dono che il paròn Gio­van­ni sia un attore.«Allora ho chiam­a­to il pub­blic­i­tario più famoso che conosce­vo, Gavi­no San­na, e gli ho det­to: qual­cosa per­ché mi riconoscano» rac­con­ta Rana. «Dopo un mese è arriva­to con Mar­i­lyn. “Guar­da che ques­ta è una bel­la idea”, mi disse, “però devi recitare con accan­to a te una sedia vuo­ta”. Se serve per vendere più tortellini…»Così nascono gli spot con Mar­i­lyn (e con Rita Hay­worth e Humphrey Bog­a­rt…) «I dirit­ti sulle immag­i­ni costa­vano fior di quat­tri­ni», rac­con­ta Rana. «La figlia di Rita Hay­worth mi chiese 200 mil­ioni di lire, che des­tinò a una fon­dazione che si occu­pa del­la cura dell’Alzheimer», la malat­tia che colpì la bel­lis­si­ma attrice, «e anche di vedere lo sport pri­ma che uscisse».

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