Stasera nella Pieve di Santa Maria in Valtenesi a Manerba uno degli appuntamenti più attesi di Armonie sotto la Rocca. Il grande solista affronta la Fantasia e fuga in la minore di Bach

Con Sokolov il pianoforte sfida l’organo

08/08/2004 in Spettacoli
Di Luca Delpozzo
(m. biz.)

È uno degli appun­ta­men­ti più atte­si di «Armonie sot­to la roc­ca» il con­cer­to che il pianista Grig­o­ry Sokolov ter­rà stasera, domeni­ca 8 agos­to, alle 21.15 nel­la Pieve di San­ta Maria in Valte­n­e­si (Maner­ba). Nato a Leningra­do nel 1950, affer­matosi anco­ra stu­dente al Con­cor­so Cia­jkovskij di Mosca, il grande solista rus­so è oggi nel pieno del­la matu­rità artis­ti­ca. Sokolov si tro­va sor­pren­den­te­mente a suo agio nel reper­to­rio del Nove­cen­to stori­co (Prokofiev), così come in Brahms, Chopin, Beethoven e perfi­no in brani antichi, al pun­to che non esi­ta ad eseguire al pianoforte, con buona pace dei «filolo­gi», la musi­ca di William Byrd, autore con­tem­po­ra­neo di Shake­speare. Di ques­ta sopraf­fi­na ver­sa­til­ità il famoso inter­prete intende dare pro­va anche stasera. Il pro­gram­ma, infat­ti, che rical­ca diret­ta­mente le orme di quel­lo pro­pos­to all’ultimo Fes­ti­val di Bres­cia e Berg­amo, è ded­i­ca­to a due com­pos­i­tori ben diver­si, per quan­to acco­mu­nati da una sub­lime grandez­za: Bach e Beethoven. L’ingresso è libero, info 3472565463. Pri­ma parte tut­ta ded­i­ca­ta a Bach, con la Par­ti­ta n. 6 in mi minore BWV 830 e la Fan­ta­sia e fuga in la minore BWV 904. Soltan­to un decen­nio fa la musi­ca di Bach sem­bra­va prati­ca­mente scom­parsa dai réc­i­tal pianis­ti­ci a causa di una sem­pre più ampia dif­fu­sione del­la pras­si esec­u­ti­va stor­i­ca che impone l’impiego degli stru­men­ti d’epoca. In questo modo, Bach al clav­icem­ba­lo era stori­ca­mente cor­ret­to, men­tre al pianoforte diven­ta­va in cer­to modo sovratem­po­rale. Ma il ruo­lo del­la musi­ca bachi­ana nel­la ped­a­gogia di qual­si­asi scuo­la pianis­ti­ca resta­va comunque indis­cus­so e ben rad­i­ca­to. Non c’è da stupir­si, dunque, se anche i più gran­di artisti, ormai ben lon­tani dagli anni del­la for­mazione acca­d­e­m­i­ca, abbiano con­tin­u­a­to a subire il fas­ci­no di queste com­po­sizioni «per tastiera». Ed ecco che oggi, super­ate le ultime resisten­ze, cele­bri pianisti come Schiff, Per­ahia e Sokolov, per l’appunto, tor­nano ad affrontare sul loro stru­men­to le creazioni del genio di Eise­nach. Sokolov si spinge perfi­no ad annet­tere al reg­no pianis­ti­co una com­po­sizione di prob­a­bile des­ti­nazione organ­is­ti­ca come la Fan­ta­sia e fuga in la minore. Per Beethoven il dis­cor­so è diver­so. Ovvi­a­mente non si è mai inter­rot­ta la tradizione esec­u­ti­va delle sue Sonate pianis­tiche, anche se oggi, a dire il vero, un cari­co mag­giore di respon­s­abil­ità sem­bra gravare sull’interprete, con­tribuen­do a ren­dere un po’ meno fre­quente questo nobilis­si­mo reper­to­rio. Sokolov, non sap­pi­amo se per puro caso o con delib­er­a­to inten­to, ha scel­to due Sonate beethove­ni­ane che face­vano parte del selezion­atis­si­mo reper­to­rio di Arturo Benedet­ti Michelan­geli: l’opera 22, tan­to sti­ma­ta dall’autore quan­to poco popo­lare (ieri come oggi) e l’impalpabile, enig­mat­i­ca, trascen­dente opera 111, ulti­ma delle 32 Sonate. Si pre­an­nun­cia così un’impresa inter­pre­ta­ti­va cer­to ard­ua, ma pure avvin­cente come poche.