Le fasi del progetto e i risultati illustrati dai ricercatori

Coronavirus. La sperimentazione plasma iperimmune per cura pazienti Covid

11/05/2020 in Attualità, Sanità
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Di Redazione

Alla con­feren­za stam­pa con­vo­ca­ta nel­l’au­di­to­ri­um Testori di Palaz­zo Lom­bar­dia Car­lo Nico­ra, diret­tore gen­erale del Poli­clin­i­co San Mat­teo di Pavia ha illus­tra­to il prog­et­to di stu­dio pilota inizia­to 17 mar­zo e con­clu­so l’8 mag­gio, inti­to­la­to ‘Plas­ma da dona­tori guar­i­ti come ter­apia per pazi­en­ti crit­i­ci’.

Il tito­lo sci­en­tifi­co com­ple­to è “Plas­ma da dona­tori dal­la malat­tia da nuo­vo Coro­n­avirus 2019 (Covid-19) come ter­apia per i pazi­en­ti crit­i­ci affet­ti da Covid-19”.

Il plas­ma dona­to da sogget­ti convalescenti/guariti — ha spie­ga­to — è sta­to già uti­liz­za­to per la ter­apia di varie malat­tie infet­tive e, anche se la dimostrazione del­la sua effi­ca­cia e sicurez­za richiede ulte­ri­ori stu­di, vari ricer­ca­tori han­no seg­nala­to un effet­to pos­i­ti­vo in ter­mi­ni di riduzione del­la car­i­ca virale, del­la rispos­ta infi­amma­to­ria alle cito­chine e del­la mor­tal­ità”.

Plasma iperimmune efficace nella riduzione mortalità pazienti

Di fat­to, quan­to sper­i­men­ta­to e che rien­tr­erà in una pub­bli­cazione sci­en­tifi­ca che uscirà nei prossi­mi giorni, ha dimostra­to che “la mor­tal­ità dei pazi­en­ti in ter­apia inten­si­va era tra il 13 e il 20 per cen­to — ha rifer­i­to il pro­fes­sor Faus­to Bal­dan­ti, virol­o­go del San Mat­teo di Pavia — e il nos­tro pri­mo obi­et­ti­vo era ver­i­fi­care se la ter­apia con plas­ma iper­im­mune riducesse la perdi­ta di vite umane. Abbi­amo sper­i­men­ta­to che, uti­liz­zan­do la nos­tra tec­ni­ca, la mor­tal­ità si è ridot­ta al 6 per cen­to”. “In altre parole — ha det­to anco­ra Bal­dan­ti — da un deces­so atte­so ogni 6 pazi­en­ti, si è ver­i­fi­ca­to un deces­so ogni 16 pazi­en­ti. Con­tem­po­ranea­mente con­statava­mo — ha aggiun­to — che i para­metri era­no miglio­rati al ter­mine del­la pri­ma set­ti­mana, così come la pol­monite bilat­erale, cala­ta in maniera dras­ti­ca”.

Ques­ta strate­gia è sta­ta uti­liz­za­ta fin dal­l’inizio del sec­o­lo scor­so ma ha rice­vu­to un cres­cente inter­esse nel­la ter­apia del­la MERS (Mid­dle East Res­pi­ra­to­ry Syn­drome da coro­n­avirus), nel­la influen­za aviaria (H1N1 e H5N1), nel­la SARS (Severe Acute Res­pi­ra­to­ry Syn­drome) e nel­la infezione da Ebo­la.

Le tappe dello studio

L’idea di effet­tuare questo stu­dio — ha ricorda­to Nico­ra — è nata nel­la pri­ma decade di mar­zo, tra la sec­on­da e la terza set­ti­mana in cui il Covid 19 era pre­sente in Lom­bar­dia”.

Nel­la pri­ma decade di mar­zo — ha chiar­i­to Nico­ra — quan­do è sta­to scrit­to il pro­to­col­lo di stu­dio, il Min­is­tero del­la Salute Ital­iano il giorno 9 seg­nala­va 8.514 per­sone pos­i­tive, di cui il 59,2% ricoverati con sin­to­mi, il 10,3% ricoverati in ter­apia inten­si­va; il 30,5% in iso­la­men­to domi­cil­iare, il 9,9% guar­i­ti’.

I ricer­ca­tori han­no pen­sato quin­di di stu­di­are l’ef­fet­to del­la immu­niz­zazione pas­si­va som­min­is­tran­do anti­cor­pi speci­fi­ci con­tro il Coro­n­avirus con­tenu­ti nel plas­ma ottenu­to dai sogget­ti guar­i­ti.

L’uso terapeutico del plasma

In base a quan­to evi­den­zi­a­to dal­la let­ter­atu­ra sci­en­tifi­ca, “l’u­so di plas­ma da dona­tori con­va­les­cen­ti — ha det­to anco­ra il diret­tore gen­erale del San Mat­teo di Pavia — potrebbe avere un ruo­lo ter­apeu­ti­co, sen­za gravi even­ti avver­si nei pazi­en­ti crit­i­ci affet­ti da COVID-19; la pos­si­bil­ità di dis­porre di dona­tori locali offre il val­ore aggiun­to di dare una immu­nità speci­fi­ca acquisi­ta con­tro l’a­gente infet­ti­vo pro­prio del cep­po locale, in con­sid­er­azione del fat­to che in altre aree il cep­po potrebbe essere dif­fer­ente; la pos­si­bil­ità di rac­cogliere il plas­ma medi­ante pro­ce­du­ra di plas­mafer­e­si con rapid­ità ed effi­ca­cia, met­ten­do­lo imme­di­ata­mente a dis­po­sizione del paziente che ne abbia neces­sità, rap­p­re­sen­ta in questo momen­to una pos­si­bil­ità ter­apeu­ti­ca ulte­ri­ore”. “Oltre a questi aspet­ti — ha pros­e­gui­to — ad oggi non esistono stu­di in let­ter­atu­ra che ne dimostri­no la fat­tibil­ità e l’ef­fi­ca­cia nel­l’am­bito del­l’epi­demia mon­di­ale di SARS-CoV­‑2”.

Il pro­fes­sor Faus­to Bal­dan­ti si è poi sof­fer­ma­to sug­li aspet­ti più tec­ni­ci rel­a­tivi alla immu­niz­zazione pas­si­va cioè la som­min­is­trazione di plas­ma che con­tiene anti­cor­pi speci­fi­ci con­tro il Coro­n­avirus.

La pri­ma doman­da alla quale i ricer­ca­tori sono sta­ti chia­mati a rispon­dere — ha sot­to­lin­eato Bal­dan­ti — era rel­a­ti­va a quali e quan­ti pote­vano essere gli anti­cor­pi anti coro­n­avirus pre­sen­ti nel plas­ma dei guar­i­ti; la sec­on­da: indi­vid­uati gli anti­cor­pi neu­tral­iz­zan­ti, una vol­ta trasfer­i­ti pas­si­va­mente, avreb­bero potu­to favorire un miglio­ra­men­to del­la situ­azione clin­i­ca?”

Gli obi­et­tivi che i ricer­ca­tori si sono posti sono sta­ti 3: stu­di­are se usan­do il plas­ma diminui­va la mor­tal­ità nel breve peri­o­do, se questo pro­ducesse miglio­ra­men­ti dei para­metri res­pi­ra­tori e di quel­li legati all’in­fi­ammazione.

Gli anticorpi neutralizzanti

Pren­den­do il siero di pazi­en­ti che han­no super­a­to l’in­fezione (a due set­ti­mane dal pri­mo caso) e aggiun­gen­do­lo a col­ture cel­lu­lari — ha det­to Bal­dan­ti — abbi­amo vis­to che il virus si fer­ma­va. Quin­di c’er­a­no anti­cor­pi neu­tral­iz­zan­ti. Bisog­na­va sapere quan­ti era­no pre­sen­ti”.

Misurare l’efficacia

L’al­tro ele­men­to da chiarire era fino a che pun­to la diluizione del siero man­tene­va la sua effi­ca­cia con­tro il virus. Per spie­gar­lo, il prof. Bal­dan­ti ha fat­to l’e­sem­pio del­la diluizione del in acqua: fino a quan­do dilu­en­do il nel­l’ac­qua rius­ci­amo a dis­tinguerne anco­ra il sapore? Di qui l’ap­pli­cazione di un para­metro che in lin­guag­gio sci­en­tifi­co si definisce ‘Tito­lo’ e serve per capire quale diluizione di siero è anco­ra in gra­do di uccidere il virus in coltura. Il risul­ta­to ottenu­to ha accer­ta­to che il rap­por­to è 1:640, ossia dilu­en­do 640 volte il plas­ma di un paziente, questo riesce a uccidere il virus.
Prime 3 set­ti­mane da inizio epi­demia.

Procedura per ottenere il plasma

Cesare Per­ot­ti Diret­tore servizio Immu­noe­ma­tolo­gia Poli­clin­i­co San Mat­teo Pavia:“una vol­ta sta­bil­i­to il plas­ma da rac­cogliere, bisogna rac­coglier­lo bene, in sicurez­za e in modo rapi­do. Pos­si­amo fare tut­to questo gra­zie ai sep­a­ra­tori cel­lu­lari che sono delle apparec­chia­ture in fun­zione in almeno 36 cen­tri in Lom­bar­dia e quin­di è una pos­si­bil­ità di rac­col­ta molto vas­ta e molto ampia, però c’è un per­cor­so, chi si siede a donare il plas­ma con­va­les­cente, quin­di è guar­i­to dal­la patolo­gia, deve garan­tire la sicurez­za di avere in cir­co­lo questi anti­cor­pi”.

Il per­cor­so — ha det­to anco­ra — è un per­cor­so di triage, quin­di com­por­ta un lavoro di rin­trac­cia­men­to del sogget­to, arruo­la­men­to con visi­ta med­ica accu­ra­ta — per­ché non va dimen­ti­ca­ta la sicurez­za del dona­tore — e una vol­ta fat­to questo per­cor­so, final­mente il paziente con­va­les­cente si siede e, in cir­ca 35–40 minu­ti, si riesce ad ottenere una quan­tità di plas­ma stan­dard­iz­za­to di cir­ca 600 ml (quan­tità otti­male da infondere è cir­ca 300 ml, quin­di da un solo paziente con­va­les­cente si otten­gono due dosi di plas­ma per le cure). E’ una ‘ter­apia sol­i­dale’ e si può fare in tut­ta sicurez­za gra­zie a queste apparec­chia­ture che sono a dis­po­sizione di qual­si­asi cen­tro in Lom­bar­dia, ma non solo, che è in gra­do di far­le fun­zionare”.

Studio pilota effettuato su 46 pazienti

Il pro­fes­sor Raf­faele Bruno, diret­tore di Malat­tie Infet­tive al Poli­clin­i­co San Mat­teo di Pavia ha chiar­i­to come è sta­to selezion­a­to il cam­pi­one di pazi­en­ti che sono sta­ti coin­volti nel­lo stu­dio pilota. “Questi stu­di — ha chiar­i­to — si fan­no su un numero di pazi­en­ti lim­i­ta­to. Gli stu­di pilota ser­vono a testare un’idea, per capire se si può oper­are in sicurez­za, con deter­mi­nati cri­teri. Il nos­tro era quel­lo di ver­i­fi­care l’ef­fi­ca­cia del plas­ma. Con­fer­ma­ta l’idea si può pas­sare a stu­di con numeri supe­ri­ori. Cri­teri di selezione dei pazi­en­ti era che avessero di più di 18 anni, il tam­pone pos­i­ti­vo, evi­den­zi­assero dis­tress res­pi­ra­to­rio, cioè dif­fi­coltà di res­pi­razione tali da neces­sitare sup­por­to di ossigeno o neces­sità di intubazione, ci fos­se una radi­ografia al torace pos­i­ti­va che mostrasse la pol­monite inter­stiziale bilat­erale e avessero carat­ter­is­tiche res­pi­ra­to­rie tali da far pre­oc­cu­pare il clin­i­co sulle loro con­dizioni. Sono sta­ti arruo­lati 46 pazi­en­ti, l’ul­ti­mo l’8 di mag­gio. Abbi­amo fini­to il fol­low up che prevede­va come ter­mine la mor­tal­ità a una set­ti­mana e il non ingres­so in rian­i­mazione. Sono sta­ti arruo­lati tra Man­to­va e Pavia, con un paziente prove­niente da fuori regione, da Novara. Sette era­no intu­bati, tut­ti ave­vano neces­sità di ossigeno, non era­no in età avan­za­ta”.

Un raggio di speranza

Noi dob­bi­amo ringraziare l’ di Pavia per il gran­dis­si­mo lavoro sci­en­tifi­co che è sta­to fat­to pri­ma di com­in­cia­re in clin­i­ca — ha spie­ga­to Raf­fael­lo Stradoni, Diret­tore Gen­erale del­l’Azien­da Socio San­i­taria Ter­ri­to­ri­ale di Man­to­va — devo dire che quan­do sono arrivate le prime sac­che da Pavia per i nos­tri clin­i­ci è sta­to un cam­bio di pas­so — ha ammes­so -; la cosa che mi ha col­pi­to, io ero in Unità di crisi, è sta­to vedere per­sone pri­ma dis­per­ate per­ché non rius­ci­vano a gestire i pazi­en­ti, avere final­mente un rag­gio di sper­an­za. Non conosco anco­ra gli esi­ti del­la sper­i­men­tazione, ma sono molto con­vin­to che saran­no pos­i­tivi, pro­prio per questo moti­vo’ ”

Trattamento facile da effettuare

A colpir­mi è sta­ta anche la facil­ità di questo trat­ta­men­to ter­apeu­ti­co che davvero è a dis­po­sizione di ogni cen­tro trasfu­sion­ale — ha det­to Stradoni -. Noi abbi­amo un otti­mo cen­tro trasfu­sion­ale che però non è uni­ver­si­tario, siamo un’azien­da provin­ciale, tut­tavia il nos­tro cen­tro è sta­to in gra­do di rac­cogliere una grande quan­tità di sac­che, anche con l’aiu­to dei dona­tori e ringrazio , che ha lavo­ra­to egre­gia­mente e questo ci ha con­sen­ti­to di rac­cogliere rap­i­da­mente il numero di sogget­ti che ci era sta­to asseg­na­to. Tramite poi tut­ta l’or­ga­niz­zazione che abbi­amo a Man­to­va che è un’e­quipe con­sol­i­da­ta, siamo rius­ci­ti a pro­durre e a fornire dati che adesso ver­ran­no val­u­tati. Devo dire che è un trat­ta­men­to molto effi­cace a mio parere — ha aggiun­to Stradoni — poi i medici si esprimer­an­no meglio di me ed è una cosa che ci è servi­ta anche per ridare la sper­an­za, e la pos­si­bil­ità di andare avan­ti. Non pos­so far altro che ringraziare chi ha pen­sato a ques­ta inizia­ti­va vera­mente lode­v­ole- ha con­clu­so — e ci ha con­sen­ti­to di aggan­cia­r­ci”

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