Giacomo Bergognini di Polpenazze, appuntato dei carabinieri arrestato a Gorizia nel 1945 e gettato nelle foibe. La figlia: «Venne a trovarci dai nonni, non l’ho più rivisto»

«Così sparì mio padre»

16/03/2006 in Storia
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Di Luca Delpozzo
William Geroldi

«Depor­ta­to, non arresta­to, mio padre è sta­to depor­ta­to». È l’unico momen­to in cui la voce s’incrina, per il resto del col­lo­quio oscil­la tra la sof­feren­za che i ricor­di evo­cano e l’orgoglio per un padre che non ha volu­to man­care ad una promes­sa, e per questo ha paga­to con la vita. Maria Grazia Bergogni­ni, 66 anni il prossi­mo dicem­bre, vive a Gorizia dal 1947; è la figlia di Gia­co­mo Bergogni­ni l’appuntato dei orig­i­nario di Polpe­nazze pre­so nel­la caser­ma di Gorizia il 2 mag­gio 1945 dai sol­dati jugoslavi e scom­par­so nel nul­la. «L’ultimo ricor­do che ho di mio padre — rac­con­ta Maria Grazia dal­la sua casa di Gorizia dove vive con il mar­i­to Fran­co Pos­tori­no, agente di polizia in pen­sione — è quan­do venne a trovar­ci, a casa dei non­ni a Cas­trez­zone (è una frazione di Mus­co­l­ine, ndr). Cre­do fos­se pri­mav­era, intorno ad aprile, poi il silen­zio, non abbi­amo più avu­to notizie di lui, nem­meno una let­tera, soltan­to qual­cuno che dice­va di aver­lo vis­to da qualche parte, ma solo voci. Ci siamo riv­olti anche alla Croce rossa, ma è sta­to tut­to inutile». Il nome del padre è spun­ta­to nei giorni scor­si in una lista di oltre mille nomi di depor­tati dal­la Venezia Giu­lia, con­seg­nati dal gov­er­no del­la Slove­nia al sin­da­co di Gorizia. Arresta­ti, imp­ri­gionati e con ogni prob­a­bil­ità get­tati nelle tris­te­mente famose foibe, anche se riguar­do a dove siano i cor­pi le autorità slovene non offrono indi­cazioni. Maria Grazia non ave­va anco­ra cinque anni quan­do il padre scom­parve. «Ci erava­mo rifu­giati a Polpe­nazze dai non­ni pater­ni — rac­con­ta Maria Grazia — per­chè la situ­azione si era fat­ta peri­colosa; ave­va­mo abi­ta­to fino a poco tem­po pri­ma poco fuori Gorizia, a Aidussi­na, un paesino oggi sloveno. Mio padre ave­va pen­sato di met­ter­ci al sicuro, lui invece vol­e­va rien­trare, gli ave­vano dato una licen­za per venir­ci a trovare con la promes­sa che sarebbe tor­na­to in caser­ma a Gorizia; pote­va restare con noi, ormai la guer­ra era fini­ta, invece lui ha volu­to man­tenere la promes­sa, è tor­na­to e l’hanno arresta­to». Sposato con Olga Vel­leni — nata nel 1917 a Paren­zo in Istria — dal 1940, Gia­co­mo Bergogni­ni ave­va indos­sato la divisa di cara­biniere nel 1930, asseg­na­to alla Legione di Tri­este; l’incontro con la futu­ra moglie men­tre presta­va servizio nel­la caser­ma di Paren­zo, il suc­ces­si­vo trasfer­i­men­to in un cli­ma di forte ten­sione, tan­to da con­vin­cere Gia­co­mo dell’opportunità di met­tere al sicuro Olga e la pic­co­la Maria Grazia. «Dopo la scom­parsa di mia padre siamo tor­nati in Istria dai miei famigliari; poi a Gorizia, aven­do la mam­ma opta­to per la cit­tad­i­nan­za ital­iana. È sta­ta dif­fi­cile la vita, cer­to non è man­ca­ta la sol­i­da­ri­età tra le famiglie che ave­vano vis­su­to lo stes­so dram­ma nos­tro, l’Arma ci è sta­ta vic­i­na, ma sot­to il pro­fi­lo eco­nom­i­co abbi­amo dovu­to arran­gia­r­ci, mia madre ha trova­to un lavoro. Anche avere casa non fu cosa facile; la prece­den­za anda­va alle famiglie numerose. I lega­mi con Bres­cia? Per alcu­ni anni tor­nava­mo a trovare i non­ni, fino a quan­do sono rimasti in vita. Adesso abbi­amo anco­ra dei cug­i­ni che abi­tano a Desen­zano, Vil­lan­uo­va; un cug­i­no cara­biniere in pen­sione vive a Cen­to in provin­cia di Fer­rara». Che cosa sig­nifi­ca crescere sapen­do del pro­prio padre un giorno scom­par­so nel nul­la? «Si cresce sen­za la figu­ra pater­na che è un pun­to di rifer­i­men­to, sen­za aiu­ti eco­nomi­ci, da soli. Mia madre ha fat­to tan­ti sac­ri­fi­ci, mi ha fat­to stu­di­are, sono sta­ta inseg­nante ele­mentare per quarant’anni». Ora che il nome di suo padre è emer­so da questo elen­co che cosa pen­sa? «Si riv­ive un po’ tut­ta la pro­pria vita che sarebbe sta­ta molto dif­fer­ente; e poi ad aumentare il dolore c’è che tut­to questo è accadu­to a guer­ra fini­ta». A Gorizia per anni una rete metal­li­ca ha divi­so gli ital­iani dal­la Slove­nia, allo­ra una delle repub­bliche del­la fed­er­azione jugosla­va. È sta­to il muro dei friu­liani, ben più longe­vo di quell’altro muro, di Berli­no. «Fino a pochi anni fa era anco­ra lì; andavi al cimitero di Gorizia e quan­do uscivi vede­vi le guardie oltre la rete». Mam­ma Olga se n’è anda­ta nel 1988, speran­do fino all’ultimo che qual­cuno le dicesse del­la sorte toc­ca­ta a suo mar­i­to. «Ora andrò a leg­gere gli elenchi mes­si a dis­po­sizione in prefet­tura a Gorizia — con­fi­da Maria Grazia — per vedere se dicono qual­cosa di più su mio padre, ma temo che non sarà così. Il deside­rio più forte è sapere dove sono i suoi resti, se è pos­si­bile dare loro sepoltura». Maria Grazia Bergogni­ni ha tre nipoti: ha mai rac­con­ta­to loro ques­ta sto­ria? «Sono trop­po pic­coli, ma quan­do pas­si­amo davan­ti al mon­u­men­to nel par­co delle Rimem­branze di Gorizia che por­ta il nome di tutte le per­sone scom­parse, loro cor­rono per­chè san­no che li sopra c’è anche il nome del bis­non­no».

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