Presero d’assalto le mercerie, le profumerie e fu il successo delle pellicce autarchiche arrivate da Brescia e da Milano E i polverosi caffè di Salò diventarono rinomati e affollati come i locali di via Veneto. Il bar del Grand Hotel di Gardone faceva con

Da Roma l’invasione delle segretarie «cicliste»

18/11/2004 in Attualità
Di Luca Delpozzo
a.m.

Pietro Bian­car­di, nel­la sec­on­da parte del servizio sul­la Repub­bli­ca di Salò, pub­bli­ca­ta il 2 set­tem­bre 1945 sul­la , dedicò alcune pagine anche al mon­do delle seg­re­tarie, «le gran­di e scioc­che cre­den­ti nel­la reli­gione del­la V.1, del­la V.2, e delle V.3». Anche loro ebbero una lun­ga par­ente­si di vil­leg­giatu­ra. «Nel dicem­bre 1943 com­parvero sui lun­go­la­go i pri­mi sci­a­mi di dat­tilo­grafe. Era­no, in gen­erale, belle ragazze che cor­re­vano anch’esse la loro avven­tu­ra. Uscite dagli appar­ta­men­ti romani da una sten­ta­ta vita pic­col­is­si­mo-borgh­ese odor­osa di mine­strone di verze, uscite da una vita dal­la quale la smagliatu­ra di una calza avve­le­na­va tut­ta una gior­na­ta, uscite dal­la vita che, negli anni di guer­ra, ave­va negati anche i quindi­ci giorni di vil­leg­giatu­ra a San­ta Marinel­la, trova­vano “tan­to caruc­cio” il lago, coi suoi buoni stipen­di, coi diret­tori che las­ci­a­vano cor­rere, con la vita in comune con centi­na­ia di ragazze ospi­tate in qualche improvvisa­ta foreste­ria». A Salò era pos­si­bile assis­tere alle proiezioni cin­e­matogra­fiche, agli spet­ta­coli delle com­pag­nie di riv­iste e di operette, alle sta­gioni d’opera persi­no con Tito Schipa. «Lo stipen­dio era buono, le più svelte si arran­gia­vano con la bor­sa nera; le calze veni­vano “pas­sate” dai tedeschi che le ave­vano req­ui­site per le loro ausil­iarie. Le bot­teguc­cie di Salò, abit­u­ate a una clien­tela cit­tad­i­na rurale pedante e sospet­tosa, non face­vano a tem­po a procu­rar­si abbas­tan­za roba da vendere. Qualche modista e qualche sar­ta cor­ag­giosa spostò qui le sue tende, da e da Bres­cia; ci fu la cor­sa alla pel­lic­cia. Le ragazze paga­vano tiran­do fuori dalle loro borsette un pac­co di “fogli­azzi da mille”, arro­to­lati con osten­ta­ta indif­feren­za. Venne di moda dire che una cosa costa­va tre e cinque, invece di trem­i­la e cinque­cen­to. Una pel­lic­cia autarchi­ca che costa­va “quar­an­tuno” la trova­vano regala­ta. “Dod­i­ci” per una bici­clet­ta era un inezia. La “bici” diven­tò un acces­so­rio indis­pens­abile del­la toi­lette, e sul­la Garde­sana al pri­ma ali­to mar­zoli­no del­la pri­mav­era, le belle ragazze sbi­ci­cle­ta­vano da un min­is­tero all’al­tro, come per una gita campestre». Le lievi sot­ta­nine di seta stam­pa­ta si roves­ci­a­vano «ad ogni briv­i­do di ven­to, e gambe gio­vani, sode, nude, che nel roteare del­la ped­ala­ta si sco­pri­vano sen­za mal­izia al bel sole del­l’el­e­gante stra­da». Una pro­fume­ria di Salò fu costret­ta a trip­li­care il per­son­ale «per accon­tentar­le tutte. I par­ruc­chieri, anche nei pae­set­ti arrampi­cati sui grep­pi, ave­vano dovu­to com­prare in gran fret­ta gli apparec­chi per l’on­du­lazione elet­tri­ca». Quan­to ai diret­tori gen­er­ali, ai capi di gabi­net­to, ai seg­re­tari par­ti­co­lari, «gente di soli­to qua­si inac­ces­si­bile fino al 25 luglio 1943, era­no diven­tati tut­ti, dopo il 17 set­tem­bre, data di fon­dazione del­la repub­bli­ca sociale, sin­go­lar­mente giovi­ali, com­pagnoni, e alla mano, e in istra­da salu­ta­vano con una striz­zati­na d’oc­chio». Aria di vil­leg­giatu­ra per tut­ti, dunque. I gran­di alberghi, da Rim­i­ni a Forte dei Mar­mi, era­no sta­ti dis­trut­ti. Ma sul Gar­da le bombe non ave­vano provo­ca­to dan­ni ed era­no tut­ti aper­ti. «Si trat­ta­va di trovare fra Fasano e Salò, il sur­roga­to del “Gian­ni Schic­chi” viareg­gi­no e del­la “Capan­ni­na” di Forte dei Mar­mi; si trat­ta­va di trovare il sur­roga­to del­la Casi­na delle Rose e del Rosati, del bar del­l’Ex­el­sior e del “Grill Room” degli Ambas­ci­a­tori di Roma». «I repub­bli­chi­ni intel­let­tuali vol­e­vano il sur­roga­to del­la libre­ria del­la Mod­ernissi­ma di Via del­la Mer­cede, e non pote­vano accon­tentar­si dei sem­pli­ci lib­ri da sfol­la­men­to del­la vec­chia agen­zia Moli­nari di Gar­done, né, dopo le mostre romane di Moran­di e di Gut­tuso, accon­tentar­si dei quadret­ti esposti alla buona nel­la bot­te­ga d’arte del sign­or Scar­pet­ta sul lun­go­la­go di Gar­done. Qual­cuno pen­sò anche di fon­dare, a Salò, una gal­le­ria d’arte, una gal­le­ria, si disse a bas­sa voce, un po’ sul genere di Mont­par­nasse. La noia minac­cia­va dap­pres­so tan­ta bel­la gioven­tù». Per for­tu­na c’era l’amore e c’er­a­no le belle dat­tilo­grafe, tut­tavia tor­men­tate dal dub­bio: «un fidan­za­to repub­bli­cano pote­va rap­p­re­sentare vera­mente — sen­za vol­er far giochi di parole — un buon par­ti­to?». Quan­to agli uomi­ni del luo­go non sem­bra­vano attrat­ti «dai begli occhi e dalle belle gambe delle dat­tilo­grafe cicliste». Le famiglie dei fun­zionari vive­vano una loro vita. I tedeschi ave­vano req­ui­si­to le dimore migliori. E così min­istri, sot­toseg­re­tari, prefet­ti, capi di divi­sione repub­bli­cani «e giù giù fino agli uscieri, ave­vano dovu­to accon­tentar­si delle brici­ole las­ci­ate dal fedele alleato, arrampi­can­dosi fin sulle colline, allo Spino, a Monte Cuc­co, a Morgna­ga a San Michele per sen­tieri da capra. Ma c’era la fede nelle armi seg­rete che aiu­ta­va i pezzi grossi». Il dis­a­gio, pen­sa­vano, non pote­va durare che pochi mesi. Poi ci sarebbe sta­to il rien­tro a Roma, a Napoli, a Paler­mo, a Tripoli. Le V.3 avreb­bero fat­to il mira­co­lo! «Se la leg­na verde non si accen­de­va nel­la cuci­na eco­nom­i­ca, la moglie del prefet­to pen­sa­va che la V. 4 avrebbe mes­so fuo­co Nuo­va York. Se bisog­na­va adat­tar­si a vivere in due per ogni stan­za, ci si con­sola­va con l’ul­ti­mo arti­co­lo di Goe­bles». Tut­to som­ma­to, la vita sul Gar­da non era poi male. Si trat­ta­va di tirare a cam­pare alla meglio. «Le mogli dei prefet­ti com­prarono tende e divani; giu­rarono che si diverti­vano molto a colti­vare l’or­ti­cel­lo, impara­rono ad all­e­vare conigli». A rompere la monot­o­nia vi era­no alcu­ni riti mon­dani. «A mez­zodì il lun­go­la­go era fior­i­to di abiti estivi, come in una vil­leg­giatu­ra dei tem­pi feli­ci. I civet­tuoli caf­fè di Gar­done non ave­vano un tavoli­no libero. I più noti “antemar­cia” e “scia­rpa lit­to­rio” suc­chi­a­vano il gela­to da passeg­gio sedu­ti con raf­fi­na­ta dis­in­voltura sul­la bal­aus­tra­ta del lago. Cer­ti vec­chi polverosi caf­fè di Salò riva­leg­gia­rono con il Rosati e con il Gold­en Gate di Via Vene­to; il “bari­no” del Grand Hotel di Gar­done pare­va la suc­cur­sale dell’Harry’s Bar di Venezia. Le prefetesse e le loro figlie scod­in­zolavono in suc­cin­ti pigiami­ni, tra ver­mut­ti­ni e sand­wic­ci­ni. Era un con­tin­uo incro­cio di tele­fonate per com­bina­re par­tite di bridge per le sig­nore e di pok­er per i mar­i­ti, e per scam­biar­si pro­sciut­ti e fari­na bian­ca. Si face­va di tut­to per dimen­ti­care che, ogni tan­to, qualche fun­zionario s’era dato not­tetem­po alla fuga, che era par­ti­to insalu­ta­to ospite, che ave­va abban­do­na­to la repub­bli­ca e Mus­soli­ni in pun­ta di pie­di, sen­za nem­meno riscuotere lo stipen­dio». Poi il crol­lo: il 18 aprile 1945 la parten­za di Mus­soli­ni per Milano e per il suo tragi­co des­ti­no. Lo seguì Claret­ta che non volle abban­donarlo nel­l’o­ra estrema. I gior­nali diedero ampio spazio alle cronache del dram­mati­co epi­l­o­go. Fra i molti det­tagli sul viag­gio inter­rot­to ver­so la Val­tel­li­na, si legge che Mus­soli­ni ave­va fat­to cari­care «le sue cose di val­ore sul famoso fur­gon­ci­no che fu poi dis­tanzi­a­to dal­la colon­na tedesca e venne cat­tura­to dai par­ti­giani». Mol­ta parte di ciò che è sta­to inutil­mente cer­ca­to anco­ra pochi mesi fa sca­v­an­do nei gia­r­di­ni del Vit­to­ri­ale era pro­prio sul quel furgone.