È un pezzo della storia racchiusa in una famiglia, che ne è testimone vivente

Da trecento anni nella stessa cascina

30/01/2000 in Storia
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Di Luca Delpozzo
Silvia Musesti

È un pez­zo del­la sto­ria rac­chiusa in una famiglia, che ne è tes­ti­mone vivente” ci seg­nala il sign­or Rena­to Mombel­li, par­ti­giano, stu­dioso di sto­ria anti­ca e archivista del Duo­mo di Salò. Sti­amo par­lan­do del­la casci­na “For­naci”, a Portese, a pochi metri dal con­fine con il Comune di Salò. Dicono che vi si costru­iv­ano i mat­toni gial­li con cui poi han­no edi­fi­ca­to il Duo­mo di Salò. “Qui sot­to, ver­so il lago — dice Gia­co­mo Zam­bar­da — c’era una casa di argilla dove un tem­po si costru­iv­ano cop­pi e mattoni)?.Il sign­or Zam­bar­da, che con­duce una pic­co­la azien­da agri­co­la in soci­età con il fratel­lo Rober­to (nel­la local­ità di S. Felice), è l’erede di una famiglia i cui com­po­nen­ti, nel­l’ar­co di tre sec­oli, oper­a­no nel­la casci­na del ‘500. Da 117 anni vi abi­tano e lavo­ra­no i dis­cen­den­ti del­la stes­sa famiglia. “Mio non­no Gia­co­mo ‑con­tin­ua a rac­con­tar­ci — si è trasfer­i­to qui, da San Felice, all’età di sei anni, nel 1883. Ha avu­to dieci figli e, fino al 1991, la mia famiglia ha lavo­ra­to qui come mez­zadra: un tem­po, oltre al rac­colto, dava­mo ai pro­pri­etari ses­san­ta uova e dod­i­ci chili di polli”.Vigneti, uliveti, un po’ di cere­ali: sono le tipiche colti­vazioni del­la ter­ra attorno al Gar­da quelle degli Zam­bar­da, i quali han­no anche qualche ani­male: maiali, due muc­che il cui lat­te è usato del­la famiglia, pol­li, conigli e gli imman­ca­bili cani di fattoria.Proprietaria del­la zona, da sem­pre, è la famiglia Cominel­li, quel­la del­la Fon­dazione di Cisano, che possede­va anche il campeg­gio (ora chiu­so) adi­a­cente alla casci­na. “Mio padre — ricor­da il sign­or Gia­co­mo — ha aiu­ta­to a costru­ire, a pic­cone e badile, la bel­la ’ darse­na del campeg­gio”. Dal ’91 han­no stip­u­la­to un con­trat­to di comoda­to per il quale alla famiglia res­ta tut­to il rac­colto sen­za alcun paga­men­to, ma sen­za nem­meno alcun dirit­to sul­la pro­pri­età. “Questo con­trat­to scade nel novem­bre del 2000 — inter­viene la moglie Ines -; spe­ri­amo che ci ven­ga rin­no­va­to e di pot­er sis­temare un po’ sia la casci­na che il nec­es­sario per la nos­tra azien­da, altri­men­ti dovre­mo andarcene”.L’attuale famiglia Zam­bar­da è for­ma­ta dal sign­or Gia­co­mo, la moglie Ines ed i tre figli (due ragazze, delle quali una si è sposa­ta recen­te­mente, e un ragaz­zo, Nico­la, che è per­i­to agrario e vor­rebbe con­tin­uare la tradizione agri­co­la del­la famiglia). Fino a qualche mese fa, nel­la casci­na vive­vano anche i non­ni; Domeni­co Zam­bar­da e Maria , che ora però si sono trasfer­i­ti nel­la casa del­l’al­tro figlio per prob­le­mi di salute, ma restano a poche centi­na­ia di metri di dis­tan­za. Nini, una delle sorelle del non­no, inoltre, face­va la cas­ante del­la Torre S. Mar­co di Gar­done. Ricor­da la sig­no­ra Maria: in tem­po di guer­ra, con gli avanzi degli amer­i­cani man­teneva­mo gli ani­mali. Anda­vano al lago a pescare e cuci­na­vano anche la polen­ta”. E. con­tin­ua: “Andava­mo a lavare i pan­ni nel lago e, qui, sot­to, trovava­mo l’ac­qua più tiep­i­da. L’ac­qua del lago si dice­va che avesse :pro­pri­età cura­tive e quan­do ci si face­va male si anda­va a bag­nar­si nel lago

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