D’Annunzio “Priore in peccato di gola”

03/12/2013 in Attualità, Libri
Di Luigi Del Pozzo

È sta­to pre­sen­ta­to a Salò il 29 novem­bre scor­so, nel­la Sala dei Provved­i­tori, per inizia­ti­va del Comune di Salò e del , il libro di Pino Mongiel­lo dal tito­lo “D’Annunzio, il Pri­ore in pec­ca­to di gola” (pp. 128, ed. ARTI/G9 di Bres­cia). Abbi­amo chiesto all’autore, che è anche pres­i­dente dell’Ateneo salo­di­ano, di rac­con­tar­ci alcu­ni aspet­ti con­tenutis­ti­ci del suo sag­gio, che è correda­to da una sug­ges­ti­va car­rel­la­ta di foto, tutte mirate a met­tere in luce il rap­por­to dan­nun­ziano tra cibo ed eros.

Volen­do avvic­i­n­ar­mi, in qualche modo, al poeta che meno ave­vo stu­di­a­to nel­la mia car­ri­era sco­las­ti­ca, ho colto l’occasione del 150° anniver­sario del­la nasci­ta di d’Annunzio per cer­care di sco­prire quale rap­por­to egli avesse avu­to con il cibo: argo­men­to, per­al­tro, oggi molto di moda. Dico subito che il suo fu un rap­por­to sedut­ti­vo, dove la com­po­nente dell’eros è essen­ziale. Entran­do nel­la sala da pran­zo del­la Prio­r­ia, al Vit­to­ri­ale, dopo aver osser­va­to gli arre­di e gli ogget­ti che la riem­pi­vano mi sono chiesto: “Cosa ci fa qui uno Scim­mione? E il Fauno che insegue una nin­fa? E Pao­lo e Francesca, innamorati e dan­nati, che Dante col­lo­ca all’Inferno, nel­la sua Com­me­dia? E la tar­taru­ga, enorme, una vol­ta cir­colante paciosa per i gia­r­di­ni del Vate? Sono sim­boli – ho pen­sato — e, come tali, richia­mano la curiosità dei vis­i­ta­tori di oggi, spes­so dis­at­ten­ti e smem­o­rati dei miti clas­si­ci, for­mati come sono su altre basi e altri fon­da­men­ti cul­tur­ali. E gli ospi­ti di d’Annunzio, da lui invi­tati negli anni Ven­ti e Trenta del sec­o­lo scor­so, che cosa avran­no pen­sato di una sim­i­le messin­sce­na? Che strana stan­za quel­la del­la Che­li, la tar­taru­ga, cioè, che la strav­a­gante con­tes­sa Luisa Casati regalò, viva, al suo amante, e che vide poi svuo­ta­ta e ridot­ta all’osso, pro­prio così, e mon­u­men­tal­iz­za­ta, dopo che l’animale morì per un’indigestione di tuberose!

La sala del­la Che­li fu costru­i­ta tra il 1926 e il 1929, su prog­et­to dell’architetto Gian­car­lo Maroni, ma fu tappez­za­ta e riem­pi­ta di ogget­ti, i più dis­parati, dal Poeta che, a sec­on­da dei casi, e in diverse occa­sioni, si autonomi­na­va “Pri­ore”: ora “in odore di san­tità”, ora “in pec­ca­to di gola”. Ma in quel­la sala ruti­lante di col­ori si sede­va sem­pre più rara­mente, fino a dis­er­tar­la negli ulti­mi anni di vita, las­cian­do i com­men­sali in com­pag­nia di uno, o di una sua sos­ti­tu­ta, men­tre lui si riti­ra­va a man­gia­re nel­la Zam­brac­ca, appar­ta­to e solo, vici­no ai lib­ri, sedu­to al tavo­lo da lavoro. Non si trat­ta­va di mis­antropia ma di “male di vivere”, cer­ta­mente causato dal pro­gres­si­vo e rapi­do pro­cedere di un deper­i­men­to fisi­co che non sop­por­ta­va di essere sot­to­pos­to, e giu­di­ca­to, agli occhi dei com­pag­ni di men­sa. Però quel­la sala d’Annunzio l’aveva volu­ta a tut­ti i costi, e ave­va prete­so di essere lui ad ornarla e riem­pir­la di ogget­ti.

Nel­la sala del­la Che­li c’è l’inventario degli ogget­ti descrit­ti nei suoi romanzi, c’è il gio­co degli opposti, c’è il pen­siero filosofi­co mate­ri­al­ista e c’è l’affermazione del princì­pio di conoscen­za che avviene, lui dice, attra­ver­so i sen­si. Chi entra in quel­la sala, ed è appe­na un poco accor­to delle cose dan­nun­ziane, vi tro­va la cir­co­lar­ità del­la sua esisten­za, dal­la fan­ci­ullez­za alla soglia del­la morte. Anche la cosid­det­ta spir­i­tu­al­ità frances­cana vi è rap­p­re­sen­ta­ta: sul tavo­lo, sopra la bel­lis­si­ma tovaglia dis­eg­na­ta e tes­su­ta da Mar­i­ano For­tuny, ci sono i sot­topi­at­ti d’argento che ripor­tano, a sbal­zo, dei mot­ti ispi­rati ai fioret­ti di san Francesco, ma che sono in effet­ti asso­lu­ta­mente dan­nun­ziani. Come può coesistere sen­za con­flit­to, se ci si pen­sa, l’esortazione alla povertà con la preziosità del met­al­lo? Non ci sono equiv­o­ci. È il “Pri­ore” che lo con­fes­sa, in una let­tera al suo architet­to: «Non pen­so a un Refet­to­rio con­ven­tuale. In questi ulti­mi tem­pi si è accen­tu­a­to il mio dis­deg­no per le forme tradizion­ali del mist­i­cis­mo. Il mio mist­i­cis­mo è mio, sin­go­laris­si­mo. Scri­vo un libro per disin­gannare gli scioc­chi che mi cre­dono frances­cano… Sono frances­cano del Quar­to Ordine».