Salò, la mostra ricorda il sacrificio degli alpini. L’esposizione dal 25 gennaio nel Fondaco di Palazzo Coen

Disegni e cimeli della tragica campagna di Russia

20/01/2004 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

«Al cen­tro del cor­tile del cam­po si apri­va un poz­zo pro­fon­do. Là den­tro, unen­do cinghie di pan­taloni e strac­ci di abiti, si cala­vano barat­toli per attin­gere l’ac­qua. Gli asse­tati face­vano ressa attorno al poz­zo, e nel tumul­to qual­cuno cade­va den­tro e annega­va. Con una per­ti­ca si sposta­vano i cadav­eri e si con­tin­u­a­va ad attin­gere». Da «Cen­tomi­la gavette di ghi­ac­cio» di Giulio Bedeschi (vicenti­no di Arzig­nano, che è sta­to medico reuma­tol­o­go anche a Bres­cia, e si è spen­to a Verona nel ’90) a «Il ser­gente nel­la neve» di Mario Rigo­ni Stern, da «Il peso del­lo zaino» a «La mia erba è sul Don» al libro di Egis­to Cor­ra­di: pagine che rac­con­tano il dram­ma dei 229.000 inviati in Rus­sia. Di loro, 29.690 furono rim­pa­triati per­ché fer­i­ti o con­ge­lati nel­la step­pa. Sol­dati man­dati al mas­sacro. C’er­a­no le divi­sioni Pasubio, Tori­no e Celere, al coman­do del gen­erale Gio­van­ni Messe. Nel­l’es­tate suc­ces­si­va si unirono altre unità: Cosse­ria, Raven­na, Sforzesca, Vicen­za e le tre divi­sioni alpine (Tri­denti­na, Julia e Cuneense) che, insieme alle prime, pre­sero il nome di Armir, l’ot­ta­va Arma­ta ital­iana in Rus­sia, gui­da­ta dal gen­erale Ita­lo Gari­bol­di. Quei ragazzi com­bat­terono con grande val­ore e dig­nità, anche se privi di armi mod­erne e di equipag­gia­men­to adat­to. L’ar­tiglieria era pre­da bel­li­ca aus­tro-ungar­i­ca, e i can­noni vet­erani del­la pri­ma guer­ra mon­di­ale. A volte si arriva­va a liv­el­li para­dos­sali. A causa del­lo scar­sis­si­mo numero di auto­car­ri, le divi­sioni era­no costrette a fare a turno per uti­liz­zarli. Tra un repar­to e l’al­tro si for­ma­vano centi­na­ia di chilometri di dis­tan­za, le truppe si dis­perde­vano e i col­lega­men­ti diven­ta­vano estrema­mente dif­fi­coltosi. Così l’ar­ma­ta dovette soc­combere alla forza d’ur­to del­l’e­serci­to sovi­eti­co. E com­in­ciò il mar­tirio del­la riti­ra­ta. I super­sti­ti furono solo 114.485. «Stanchi, sfini­ti, ci si accas­cia. Per un atti­mo, fagot­ti neri nel­lo scon­fi­na­to nevaio. Poi la neve can­cel­la anche quel­li. Diven­tano 84.830 pun­ti­ni, alla media di 2000 al giorno, 300 all’o­ra. Ogni min­u­to cadono sei cor­pi vesti­ti di cen­ci e scarpe rotte; una vita stron­ca­ta ogni 10 sec­on­di. Par­tendo ave­vano can­ta­to: bam­bi­na, aspet­ta il mio giorno: vado, vin­co e torno». Per non dimen­ti­care uno dei peri­o­di più amari del­la nos­tra sto­ria, domeni­ca 25 gen­naio, nel Fon­da­co di Palaz­zo Coen a Salò, si aprirà la mostra «Dis­eg­ni e cimeli nel­la cam­pagna di Rus­sia 1941–45» che, attra­ver­so doc­u­men­ti e fotografie, riper­corre quei tragi­ci even­ti. Il mate­ri­ale, di pro­pri­età del­l’U­nirr (l’U­nione dei reduci), è gesti­to dal­l’Ana, l’As­so­ci­azione degli . «Potremo guardare con occhi nuovi ai ricor­di esposti, alle immag­i­ni, alle parole, agli sguar­di vuoti di sper­an­za — dice Fabio Pasi­ni, numero 2 a liv­el­lo nazionale, pres­i­dente del­la sezione Monte Suel­lo, che rag­grup­pa le penne nere del Gar­da bres­ciano e del­la Valle Sab­bia -. Una mostra forte, che ci farà ricor­dare dolori, ansie e angosce di uomi­ni che han­no fat­to la nos­tra sto­ria. Riv­ol­go, in par­ti­co­lare, un invi­to ai ragazzi delle scuole e agli inseg­nan­ti per­chè attra­ver­so il ricor­do di gente val­orosa sap­pi­ano cogliere una grande lezione di vita, spie­ga­ta da immag­i­ni che non han­no più niente a che vedere con la polit­i­ca o il giudizio». Domeni­ca, alle ore 16.15, alla pre­sen­za del­la Fan­fara degli alpi­ni di Salò, ver­rà reso omag­gio ai cadu­ti, davan­ti al mon­u­men­to di piaz­za Vit­to­ria. Il cor­teo si dirigerà poi ver­so Palaz­zo Coen, per inau­gu­rare la rasseg­na, che rimar­rà aper­ta fino al 25 feb­braio. Orario: 16–19 da lunedì a ven­erdì, il saba­to e la domeni­ca anche dalle 10 alle 12.

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