In visita alla comunità Exodus, ritorna su Desirè

Don Mazzi: «Ai giovani un’alternativa al carcere»

05/12/2002 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Lonato

È sta­ta una gior­na­ta di fes­ta quel­la di ven­erdì 22 novem­bre per la comu­nità a Sede­na di Lona­to, per la visi­ta di . La sua figu­ra occu­pa infat­ti un pos­to di rilie­vo nel­l’as­so­ci­azione Exo­dus, essendo pro­mo­tore di incon­tri di grup­pi gio­vanili, comu­nità locali e par­roc­chie. Il «don» (come lo chia­mano affet­tu­osa­mente i ragazzi), giun­to in mat­ti­na­ta, dopo un caloroso abbrac­cio ai ragazzi del­la comu­nità e un’is­pezione alla strut­tura, è ripar­ti­to subito dopo il pran­zo non sen­za aver rilas­ci­a­to poche ma sig­ni­fica­tive dichiarazioni. Don Mazzi, un rapi­do com­men­to sul­la vicen­da di Leno e sulle suc­ces­sive polemiche che l’ han­no in parte coin­volto. «La mia inten­zione era sem­plice­mente quel­la di far riflet­tere i gio­vani, ma mi sono subito fer­ma­to, per­ché ho vis­to che la cosa non è sta­ta capi­ta. Io non voglio essere frain­te­so, qual­cuno mi ha addirit­tura accusato di vol­er­mi fare pro­pa­gan­da!» E il prob­le­ma del per­dono? «La ques­tione non è sul per­dono, ma di trovare rime­di alter­na­tivi al carcere. Sono fer­ma­mente con­vin­to che chi ha sbaglia­to deb­ba pagare, e anche i minori devono scon­tare la pena, ma non in carcere. Da molto tem­po io sosten­go che esistono forme alter­na­tive alla galera, come ad esem­pio la famosa «mes­sa in pro­va». E allo­ra usi­amole queste forme! Non siamo più nel medio­e­vo. La nos­tra soci­età cul­tural­mente avan­za­ta dovrebbe mostrar­si al pas­so coi tem­pi anche sot­to questo pun­to di vista. Qualche gior­nal­ista ha a mio parere equiv­o­ca­to con malafede le mie inten­zioni, non so a quale scopo, cre­an­do dis­a­gio soprat­tut­to nei gio­vani.» Veni­amo alle comu­nità. La loro dif­fu­sione sul ter­ri­to­rio appare in cresci­ta? «Da tem­po ormai non lavo­riamo più con le vec­chie comu­nità, ma con strut­ture nuove in gra­do di andare incon­tro ai ragazzi, che ven­gono dalle nuove sto­rie di dro­ga. Purtrop­po sono sem­pre di più gli ado­les­cen­ti «nor­mali» che ven­gono a con­tat­to con nuove sostanze (come l’ec­sta­sy) e non solo in dis­cote­ca. Un ragaz­zo può ten­er­si tran­quil­la­mente in tas­ca cinque o sei pas­tic­che, venderne quat­tro e ten­er­si le altre due per sé, sen­za neanche bisog­no di andare a delin­quere. Riten­go che questo sia il peri­co­lo mag­giore per i prossi­mi anni. Il nos­tro com­pi­to è quel­lo di inseg­nare ai ragazzi come diver­tir­si. Abbi­amo in tut­to una quar­an­ti­na di strut­ture (fra queste, la Casa di Beni­amino sul e la Casa del­la Musi­ca nei pres­si di Roma) il cui obi­et­ti­vo è quel­lo di coin­vol­gere il mon­do gio­vanile pro­po­nen­do varie attiv­ità (sport, musi­ca, teatro)». Ritiene che tut­to questo impeg­no stia dan­do risul­tati pos­i­tivi? «Per quan­to riguar­da i risul­tati delle vec­chie comu­nità, la per­centuale di per­sone sal­vate dal­la dro­ga si aggi­ra intorno ad un ter­zo. Ora, lavo­ran­do sul­la pre­ven­zione e sul­la comu­ni­cazione, spe­ri­amo di pot­er rag­giun­gere tra­guar­di anco­ra migliori. Il prob­le­ma è quel­lo di inter­venire presto, non quan­do non c’è più nul­la da fare. Ed è impor­tante anche l’in­for­mazione.» Quali sono, per lei, le ragioni pro­fonde del dis­a­gio gio­vanile? «Cre­do sia dovu­to prin­ci­pal­mente a quel­la che io chi­amo «pre­sen­za debole» dei gen­i­tori. Oggi i gen­i­tori sono forse più pre­sen­ti rispet­to a ieri, ma sono pre­sen­ze insignif­i­can­ti, mag­a­ri stan­no in casa ma non vogliono essere dis­tur­bati, pre­si come sono dal loro lavoro. È soprat­tut­to car­ente la figu­ra pater­na. A lun­go andare queste situ­azioni han­no cre­ato nei gio­vani una con­dizione di estrema fragilità, che può portare alla dro­ga ma non solo. Il dis­a­gio ha infat­ti molte fac­ce: depres­sione, anores­sia, alcol­is­mo. Anche la scuo­la deve assumer­si le sue respon­s­abil­ità. Al di là delle riforme di un Berlinguer o di una Morat­ti, è la pre­sen­za degli inseg­nan­ti nel­la scuo­la che deve mutare. Oggi i ragazzi stan­no a scuo­la molto più che rispet­to al pas­sato. In media, dai sei fino ai dician­nove anni (e per chi pros­egue con l’ anche oltre), i ragazzi pas­sano tut­ti i giorni a scuo­la quat­tro o cinque ore. È per questo che la fun­zione del­l’in­seg­nane deve essere ripen­sa­ta, in accor­do con questi cam­bi­a­men­ti. Scuo­la e famiglia devono lavo­rare insieme nel proces­so di cresci­ta dei gio­vani. E anche l’u­ni­ver­sità deve col­lo­car­si in ques­ta nuo­va prospet­ti­va, preparan­do inseg­nan­ti che siano anche e soprat­tut­to edu­ca­tori.» Don Mazzi deve ripar­tire: ques­ta vol­ta la meta è la Toscana, dove lo atten­dono nuovi impeg­ni, nuovi prog­et­ti, nuove battaglie.