Il prete bresciano visse nove anni in Uruguay; oggi è sepolto a Gaino

Don Pierluigi Murgioni, martire dell’America Latina

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Di Luca Delpozzo

Bef­far­do des­ti­no quel­lo di essere reclu­so in una pri­gione che ha per nome “Colo­nia Lib­er­tad”. È il des­ti­no che toc­cò a don Pier­lui­gi Mur­gioni (1942–1993), prete gavardese di orig­ine sar­da, che la dio­ce­si di Bres­cia offrì in dono (fidei­don­um) alla dio­ce­si di Melo (Uruguay) nel 1968, in un peri­o­do in cui anda­vano molti­pli­can­dosi lun­go tut­to il con­ti­nente lati­no-amer­i­cano, dal cen­tro al sud, le dit­tature mil­i­tari stret­ta­mente col­le­gate all’imperialismo eco­nom­i­co statunitense.
Era anche il tem­po in cui la chiesa lati­no-amer­i­cana vive­va la sua espe­rien­za evan­gel­i­ca post-con­cil­iare, e pren­de­va posizione, nei suoi doc­u­men­ti uffi­ciali, con­tro l’ingiustizia sociale, schieran­dosi aper­ta­mente dal­la parte dei poveri e degli emar­ginati. Un libro di Ansel­mo Pali­ni, dal tito­lo Pier­lui­gi Mur­gioni «Dal­la mia cel­la pos­so vedere il mare» (ed. AVE, pp. 228, 2012) rac­con­ta la biografia di questo prete accom­pa­g­nan­dola con doc­u­men­ti di pri­ma mano, entran­do nel vivo delle vicende nar­rate con grande lucid­ità, guardan­do ai tem­pi e ai con­testi stori­co-politi­ci, e non trascu­ran­do i pen­sieri, i dram­mi inti­mi di un prete che s’interrogava su come vivere il van­ge­lo e restare in comu­nione col suo vescovo.
A volte le pagine por­tano in sé una tale inten­sità di dram­ma che la com­mozione impedisce di pros­eguire nel­la let­tura. Lun­go tut­to il libro seguiamo l’evolvere di una per­son­al­ità ser­e­na, amante del­la vita, attrat­ta dai numeri come stru­men­ti di armo­nia, sia in matem­at­i­ca che in musi­ca, incan­ta­to sem­pre dagli ampi oriz­zon­ti, come quel­li che si trovano nel mare di Sardeg­na, o sulle rive del mar del­la Pla­ta, o sul Gar­da, quan­do si ori­en­ta lo sguar­do ver­so sud, dove il lago si fa mare.
Pier­lui­gi Mur­gioni (nel­la foto sopra, a sin­is­tra) visse nove anni in Uruguay: cinque li trascorse in carcere, dopo essere sta­to arresta­to nel 1972. Carcer­a­to sen­za prove, sen­za proces­so, sen­za con­dan­na! Carcer­a­to e tor­tu­ra­to, sot­to­pos­to a ogni tipo di sevizie, anche le più umilianti. Sper­son­al­iz­za­to, sen­za più nome, chiam­a­to solo per numero: 756. Sot­to­pos­to alla tor­tu­ra del­la scos­sa elet­tri­ca, tenu­to a digiuno e senz’acqua per giorni interi, pri­va­to del son­no. Si cer­ca­va da lui una con­fes­sione, si vol­e­va che facesse nomi. E non par­lò. Comu­ni­ca­va con i pri­gion­ieri, che gli era­no diven­tati ami­ci e da lui cer­ca­vano con­for­to, can­tan­do o zufolan­do can­zoni. La chiesa bres­ciana non lo las­ciò mai solo ma gli fece sen­tire tut­ta la vic­i­nan­za possibile.
Il vesco­vo Morsta­bili­ni lo vis­itò in carcere e mandò più di una vol­ta i suoi rap­p­re­sen­tan­ti uffi­ciali per aver notizie e dare a lui il sosteg­no del­la sol­i­da­ri­età fra­ter­na. Pao­lo VI, che lo ave­va ordi­na­to prete il 3 luglio 1966 in San Pietro, s’interessò al suo caso. Il libro di Pali­ni ripor­ta l’omelia che il Papa ave­va fat­ta in quell’occasione, davan­ti alle rap­p­re­sen­tanze uffi­ciali delle nazioni sudamer­i­cane. Chissà se vi furono pre­sen­ti, allo­ra, anche i dit­ta­tori dell’Uruguay? Tra le altre cose, Pao­lo VI, riv­ol­gen­dosi ai neo-ordi­nati, ebbe a dire: «Voi siete il sosteg­no di chi sof­fre, di chi attende gius­tizia, di chi ha bisog­no di pen­ti­men­to… Cristo non si con­tenta di una gius­tizia pura­mente for­male ed esteriore…».
Il 9 otto­bre 1977 Pier­lui­gi Mur­gioni uscì final­mente di pri­gione e fu espul­so dall’Uruguay, ma era ormai dis­trut­to nel fisi­co, nonos­tante egli fos­se di forte fibra. Ci volle del tem­po per­ché si ripren­desse un po’. Gli ulti­mi anni di sua vita il vesco­vo Foresti lo fece par­ro­co a Gaino, dove ebbe una comu­nità che lo amò, con­so­la­to dai con­fratel­li, rasser­e­na­to da un pae­sag­gio di rara bellezza.Fu in quegli anni che tradusse in ital­iano (pri­ma traduzione asso­lu­ta) il diario di mons. Oscar Arnul­fo Romero, arcivesco­vo di San Sal­vador, assas­si­na­to durante la cel­e­brazione del­la Mes­sa. Padre Tur­ol­do gli fece la postfazione.
Pier­lui­gi Mur­gioni morì accettan­do l’ultima sof­feren­za di un male incur­abile. Con grande sem­plic­ità e dig­nità, è sepolto in ter­ra nel pic­co­lo cimitero di Gaino, vici­no al padre e alla sorel­la. Morì, dunque, di morte nat­u­rale, se così si può dire; in realtà morì per­ché la morte ormai gli si era annida­ta den­tro, dopo tante tor­ture, per aver tes­ti­mo­ni­a­to con coeren­za il van­ge­lo nel quale cre­de­va. Anche per sco­prire questo prete vale la pena fare un salto a Gaino, e leg­gere il libro di Ansel­mo Palini.

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