Svacco e burla. Veleno e furfanteria. E' così, d'inverno, fin dai tempi dei «barcaroi»

Dove l’òra soffia gagliarda regna il trisàc: gioco e filosofia

19/10/2001 in Avvenimenti
Di Luca Delpozzo
Sergio Molinari

Pun­tuale come gli ulti­mi tedeschi del­la Traubenkur, si rimette in moto il grande tor­neo di trisàc, che da qui a dicem­bre porterà nei bar del Bas­so Sar­ca e del­la valle di Ledro qual­cosa come 1024 aspi­ran­ti cam­pi­oni. E’ vero, ci saran­no i «ripe­ten­ti»: ma dire che almeno 4–500 gio­ca­tori si dedicher­an­no alla con­te­sa è una sti­ma non lon­tana dal­la realtà. «Ma cos’è mai questo trisàc?». Altret­tan­to pun­tuale, al tele­fono del­la nos­tra redazione, mi toc­cherà risen­tire ques­ta doman­da, but­ta­ta lì — tra l’iron­i­co e il curioso — da let­tori, o da col­leghi, tren­ti­ni (o rovere­tani, o delle val­li), del tut­to a digiuno non solo delle regole, ma anche del­la «filosofia» di questo gio­co di carte, che si prat­i­ca (e accani­ta­mente) soltan­to nel­l’al­to Gar­da e nel­la valle di Ledro. Mi toc­cherà di rispon­dere, un po’ eva­si­va­mente, che pur essendo il sot­to­scrit­to il «mas­si­mo teori­co vivente» del trisàc — patente che mi viene uni­ver­salmente riconosci­u­ta da quan­do sono rius­ci­to a con­den­sare in «appe­na» tre pagine for­ma­to tabloid la nor­ma­ti­va del gio­co — la via più breve per impara­re l’arte sarebbe quel­la di seder­si ad un tavo­lo ed iniziare… l’apprendistato.Ma non lo faran­no mai, i miei sim­pati­ci inter­locu­tori non autoc­toni. Così come l’òra garde­sana sof­fia gagliar­da solo a par­tire da Mal­ce­sine e Limone — per poi sfer­zare rumor­osa le barche negli ormeg­gi di Riva, i bròc­coli di Tor­bole; e risalire i for­ti di Nago da una parte, e dal­l’al­tra la rupe dei con­ti d’Ar­co e i macig­ni roto­lati giù dal Bren­to fino a Dro, «paese del­la prugna» (la cui etichet­ta mi sem­bra un’al­tra alle­go­ria delle nos­tre scelte esisten­ziali) — così il trisàc appas­siona l’e­sat­to iden­ti­co ter­ri­to­rio. E muore oltre: inesora­bil­mente e sen­za alcun rimpianto.Perchè? Dev’esser­ci, oltre che la ques­tione cli­mat­i­ca e geografi­ca in sen­so stret­to, anche un aspet­to lega­to al carat­tere goliardi­co e scan­zona­to delle gen­ti del­la Busa; e all’ amor di rap­ina (il che spie­ga la dira­mazione nel ledrense, che tradizione e seman­ti­ca, definis­cono come «ter­ra di ladri»). Voglia di «defrau­dare» l’avver­sario e di pren­der­lo per i fondel­li — mas­sime se di ami­co si trat­ta — cos­ti­tu­is­cono la ben­z­i­na che fa andare a tut­ta bir­ra il motore del trisàc. Per cui la sua lim­i­ta­ta ma poten­tis­si­ma dif­fu­sione (in tut­ti gli strati sociali: dal bis­chero all’azz­i­ma­to fre­quen­ta­tore dei salot­ti buoni) cor­risponde esat­ta­mente all’area entro la quale, se vi capi­ta si scen­dere in fre­quen­tatis­si­ma piaz­za e gri­dare a squar­ciao­la «Ehi, mona!», avrete la mirabolante reazione che tut­ti — ma pro­prio tut­ti — si gira­no ver­so di voi per attac­care il dis­cor­so, sen­ten­dosi chia­mati per nome.Sciocchezze? Nos­sig­nori. Riva, che è decisa­mente la cap­i­tale del­la garde­san­ità e del trisàc, annovera tra le sue isti­tuzioni il cosid­det­to «Bar degli stu­pi­di», la cui fre­quen­tazione è d’ob­bli­go per sentirsi…in soci­età. Siamo fat­ti così. Quan­do i bar­cozzi era­no stra­col­mi di trote e di sardène — e i com­mer­cianti del­l’Im­pero ave­vano scuci­to coro­ne sonan­ti in cam­bio del pesca­to — nei fon­dachi del por­to, rin­fran­cati dal­la pag­not­ta garan­ti­ta fino all’in­do­mani, i pesca­tori dai peli incener­i­ti dal sole e dagli spruzzi del­l’on­da, tor­na­vano per ore e ore alla bea­ta inco­scien­za infan­tile. E si gio­ca­vano a trisàc il con­to del­l’oste, in un crescen­do di pro­fonde banal­ità quo­tid­i­ane e di facezie: che a un pub­bli­co squisi­ta­mente trenti­no sareb­bero sem­brate perdi­ta di tem­po e igno­ran­za allo sta­to cristallino.Analisi sbagli­a­ta: per­chè i tem­pi e i rit­mi del lago, non sono i tem­pi e i rit­mi delle cam­pagne e dei mon­ti. Qui si pas­sa in pochi atti­mi dal­la tem­pes­ta alla qui­ete. Dal­la seri­età (galante­ria) allo svac­co (fur­fan­te­ria). E i lunghi inter­mezzi sono un fatuo rid­er­si o pianger­si addos­so. Anche oggi — men­tre i nov­el­li Asbur­go e figli d’Al­bione las­ciano il cam­po tur­is­ti­co dis­sem­i­na­to di mil­ioni e mil­ioni di val­u­ta ripar­ti­ti in pic­coli e gran­di fiu­mi — il trisàc tor­na ad essere, nei mesi del fred­do, il par­a­dig­ma del­la nos­tra vita.