Complicata la situazione idraulica. La parola a un grande esperto

È instabile l’equilibrio del Garda

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Di Luca Delpozzo

e Adi­ge: due fron­ti aper­ti nell’emergenza mal­tem­po. Quel­lo del lago è un prob­le­ma del­i­ca­to e al tem­po stes­so dif­fi­cile da risol­vere. Per capire meglio di cosa si trat­ta, è nec­es­sario un salto all’indietro nel recente pas­sato: «Fino a non molti anni fa, in questo peri­o­do, veni­va ese­gui­to uno sva­so rapi­do del Gar­da, aumen­tan­do la por­ta­ta del Min­cio», spie­ga Alessan­dro Mura­ca, docente di costruzioni idrauliche all’ di Bres­cia e con­sulente di ammin­is­trazioni comu­nali e del­la . «In tal modo, tenen­do aper­ta la diga di Salionze, il liv­el­lo del Gar­da cala­va fino a un liv­el­lo di 70–90 cen­timetri sopra lo zero idro­met­ri­co. Ciò con­sen­ti­va, nel caso di piogge con­sis­ten­ti, di accogliere le acque che arriva­vano dal­la Gal­le­ria Mori-Tor­bole». Si trat­ta di una gal­le­ria di notevoli dimen­sioni, che può portare fino a 500 metri cubi al sec­on­do. Una quan­tità d’acqua notevolis­si­ma, che si river­sa al con­fine tra la sponde veronese e trenti­na. L’operazione si «svuo­ta­men­to» inver­nale del Gar­da, però, ave­va un ris­volto a volte neg­a­ti­vo: «Se nel cor­so dei mesi suc­ces­sivi si anda­va incon­tro a un peri­o­do di sic­c­ità», aggiunge Mura­ca, «il Gar­da non rius­ci­va a riem­pir­si in maniera suf­fi­ciente, almeno per i liv­el­li desiderati dai res­i­den­ti». Accade­va cioè che si rischi­a­va di iniziare la sta­gione tur­is­ti­ca con un lago «bas­so». Cosa pote­va accadere? Il pri­mo era un effet­to visi­vo: i tur­isti si trova­vano con un lago bas­so e poco «invi­tante». Ma c’era dell’altro. «In cer­ti pun­ti il liv­el­lo nei por­ti era tal­mente bas­so che i bat­tel­li non rius­ci­vano ad attrac­care sen­za rischiare di incagliar­si. L’altro prob­le­ma era lega­to all’agricoltura. Con poca acqua nel lago, infat­ti, non si rius­ci­va a garan­tire una por­ta­ta suf­fi­ciente per coprire le esi­gen­ze dell’agricoltura, soprat­tut­to nel Man­to­vano e nel Veronese. Nel­la sta­gione di mag­gior richi­es­ta, infat­ti, a Salionze veni­vano prel­e­vati anche 60 metri cubi al sec­on­do». Diverse esi­gen­ze, dunque, che pote­vano essere penal­iz­zate con l’abbassamento inver­nale. Oltre a ciò, con il pas­sare degli anni, l’utilizzo del­la Gal­le­ria Mori-Tor­bole è via via dimi­nu­ito per gli effet­ti neg­a­tivi che ciò pote­va creare. «L’acqua dell’Adige, infat­ti, è molto più fred­da di quel­la del Lago, ma anche più inquina­ta e ha un trasporto soli­do notev­ole che quan­do si deposi­ta nel Lago for­ma una zona mel­mosa pro­prio di fronte ai pae­si che si affac­ciano nel­la zona», spie­ga Mura­ca. Così, negli anni recen­ti, si è opta­to per una soluzione diver­sa: man­tenere più alto il liv­el­lo durante l’inverno, rischi­an­do qual­cosa in ter­mi­ni di ris­chio-piene, ma garan­tire durante l’estate un Gar­da «pieno». Il liv­el­lo mas­si­mo, infat­ti, si rag­giunge in tar­da pri­mav­era, in genere a mag­gio, quan­do l’acqua sale a 1,40 metri. «Siamo per­ciò di fronte a un com­pro­mes­so. Rischiare qual­cosa in inver­no per avere un’estate tran­quil­la, o il con­trario. La soluzione potrebbe arrivare da una razion­al­iz­zazione delle risorse per uso irriguo. Se si riduce il pre­lie­vo in estate potrà aumentare anche il deflus­so inver­nale». Il sec­on­do aspet­to dell’emergenza idri­ca riguar­da più stret­ta­mente l’Adige. «Il prob­le­ma è comune a tan­ti altri. I fiu­mi, e in genere tut­ti i cor­si d’acqua ten­dono a riem­pir­si di più per col­pa del­la mas­s­ic­cia cemen­tifi­cazione», spie­ga Mura­ca. «Ormai il verde è poco nelle cit­tà. Tutte le volte che si costru­isce, a par­ità di pre­cip­i­tazioni, aumen­ta il deflus­so mete­ori­co. L’acqua non pen­e­tra più nel ter­reno e finisce nelle fog­na­ture o nei fos­sati di sco­lo che, spes­so, non sono in gra­do di sop­portare tali quan­tità. Il ciclo, comunque, si con­clude nei recapi­ti finali: fiu­mi, fos­sati, prog­ni, che finis­cono per tracimare». Ma c’è una soluzione o siamo des­ti­nati ogni vol­ta che arrivano queste pre­cip­i­tazioni a rischiare allaga­men­ti più o meno con­sis­ten­ti? «La soluzione c’è e in alcu­ni pae­si europei è già prat­i­ca­ta. Bas­ta obbli­gare chi costru­isce a favorire il deflus­so delle acque. Ci sono allo scopo pavi­men­tazioni porose che con­sentono il drenag­gio; oppure creare degli invasi che favoriscono il drenag­gio sot­ter­ra­neo o rac­col­gano l’acqua in con­teni­tori che poi, una vol­ta fini­ta l’emergenza, la rilascer­an­no nel sot­to­suo­lo. Tut­to ciò ha un cos­to, che va a cari­co di chi costru­isce, ma che è comunque infe­ri­ore a quel­lo che la col­let­tiv­ità paga in caso di inondazioni».

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