Il rito della «Stella» fa tappa all’osteria: melodie tradizionali e gnocchi di malga

E’ rinata la «caneva»

04/01/2003 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Bruno Festa

A Mag­a­sa è aper­ta una sola oste­ria, denom­i­na­ta «Dal Canevaro», anti­co nome popo­lare del­l’oste, nel­la valle. La gestisce Ivan Maz­za. Altri eser­cizi pub­bli­ci oper­a­no comunque a Cima Rest, a tre chilometri di dis­tan­za. Per il nuo­vo oste di Mag­a­sa, un imme­di­a­to appun­ta­men­to di rilie­vo è fis­sato la sera di domani, 5 gen­naio, quan­do la gente passerà por­tan­do la “Stel­la d’Ori­ente” per le strade del paese. Sono una trenti­na di per­sone, in un comune che con­ta meno di 200 abi­tan­ti, che can­tano melodie tradizion­ali e ven­gono rifocil­late nelle case. Al ter­mine deposi­tano la stel­la davan­ti alla chiesa e ver­ran­no all’os­te­ria a man­gia­re i gnoc­chi del­la Palè­ta, cioè del­la mal­ga. Tut­ti ingre­di­en­ti nos­trani: bur­ro, pan­na, for­mag­gio, lat­te, con l’ag­giun­ta di fari­na. «Abbi­amo aper­to nel­l’ot­to­bre 2001 — dice Maz­za — e siamo con­tenti. Da noi ven­gono soprat­tut­to com­pae­sani e fac­ciamo anche da man­gia­re su preno­tazione. Nes­sun veg­lione a , anzi, la sera prece­dente abbi­amo chiu­so presto per­ché tut­ti lo abbi­amo pas­sato in famiglia». Come dire che, a Mag­a­sa, dopo sec­oli, il sig­ni­fi­ca­to del­l’os­te­ria con­tin­ua ad essere lo stes­so: un luo­go d’in­con­tro, di aggregazione, di vita. Sub­or­di­na­to sola­mente alla famiglia. Nel paese, infat­ti, l’os­te­ria ha sem­pre rivesti­to «il ruo­lo di un servizio pub­bli­co di pri­maria impor­tan­za, al pun­to da rispon­dere pien­amente a tutte le esi­gen­ze del­la popo­lazione». Lo sostiene, al ter­mine di una appro­fon­di­ta ricer­ca, Giampao­lo Zeni, che ha mes­so a fuo­co i sec­oli scor­si nel Comune di Mag­a­sa. Infat­ti, il ruo­lo del­l’os­te­ria (ma veni­va chia­ma­ta anche cane­va, hostaria o bet­to­la) appare affat­to sec­on­dario nel pas­sato del paesino. Giampao­lo Zeni, che ha di recente pub­bli­ca­to un cor­poso inter­ven­to sul­la riv­ista «Pas­sato­p­re­sente» edi­ta dal Grup­po stori­co cul­tur­ale «Il Chiese» di Storo (Tren­to), sostiene che l’os­te­ria, «oltre ad essere per i res­i­den­ti un luo­go di fre­quen­tazione, di aggregazione sociale, di sva­go, tal­vol­ta di trasgres­sione, poiché non di rado vi si prat­i­ca­vano giochi proibiti e, di tan­to in tan­to, ci scap­pa­va anche qualche bestem­mia o ris­sa, era anche luo­go di ricovero e di ris­toro per gli occa­sion­ali forestieri di pas­sag­gio». Oltre a ciò, «svol­ge­va anche il com­pi­to di smer­cio e di con­seguente con­trol­lo dei prezzi dei generi di pri­ma neces­sità, come il pane e il , evi­tan­do così inutili ed onerose spese ai già poveri abi­tan­ti». Il pub­bli­co eser­cizio — con­tin­ua Zeni — era di pro­pri­età del Comune, ma veni­va con­dot­to in affit­to dal­l’oste, che pren­de­va il nome di canevaro. Nel­l’in­tero ter­ri­to­rio comu­nale oper­a­va una sola «cane­va», il che pote­va garan­tire sicurez­za a tut­ti: all’e­ser­cente e alla comu­nità. Che non man­cassero i cli­en­ti e che gli affari pro­cedessero al meglio venne accer­ta­to anche da una relazione del coa­d­i­u­tore del principe-vesco­vo di Tren­to che, nel 1750, affer­mò: «Gli adul­ti sono più aman­ti delle bet­tole che mem­o­ri del­la loro eter­na salute». Con il pas­sare degli anni, le «can­eve» aumen­tarono di numero: nel 1849 fun­zion­a­vano due eser­cizi e, qualche decen­nio appres­so, addirit­tura quat­tro, che occu­pa­vano undi­ci eser­centi. Poi iniz­iò il decli­no. «Nel sec­o­lo appe­na con­clu­so si ricor­dano anco­ra la “Anti­ca Trat­to­ria alle Alpi” che chiuse i bat­ten­ti subito dopo la fine del­la Pri­ma guer­ra mon­di­ale, nel 1919; l’os­te­ria ubi­ca­ta nel­la casa Got­tar­di in via XXIV Mag­gio, det­ta dei “Cus” dal sopran­nome del­la famiglia che la ges­ti­va. Questo eser­cizio cessò l’at­tiv­ità nel 1933». Bisogna aggiun­gere un altro eser­cizio stori­co, il «Tombea», che ospitò per­son­ag­gi di rilie­vo: dal patri­o­ta Cesare Bat­tisti all’ar­cid­u­ca Euge­nio d’Aus­tria, dal geografo Ottone Brentari al lin­guista Car­lo Bat­tisti. Ma, nel 1999, anche il «Tombea» ha chiu­so i bat­ten­ti. Poi, nel­l’au­tun­no 2001, a Mag­a­sa è tor­na­to il «canevaro».

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