Immagini che formano uno spaccato unico di vita arcense

Emanuelli, un secolo di fotografia

24/07/2001 in Cultura
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Di Luca Delpozzo
Aldo Cadili

La dinas­tia dei fotografi Emanuel­li fes­teggia in il sec­o­lo inin­ter­rot­to d’at­tiv­ità. Nei decen­ni si sono suc­ce­dute tre gen­er­azioni, tutte con la pas­sion­ac­cia per la macchi­na fotografi­ca. Il capos­tip­ite Francesco, il figlio Arman­do, il nipote Fabio, che tut­to­ra con­tin­ua la tradizione. Le foto più rap­p­re­sen­ta­tive saran­no pub­bli­cate in un vol­ume che uscirà a giorni. Spic­cano gli stu­pen­di panora­mi del­la Busa e del­la predilet­ta Arco, poi le immag­i­ni che for­mano uno spac­ca­to di cen­to anni di vita arcense.Uno spac­ca­to uni­co, per­ché fino a cir­ca 20 anni fa, gli Emanuel­li era­no i soli fotografi di Arco e dei din­torni, tes­ti­moni di qua­si tut­ti gli avven­i­men­ti lieti e tristi.Il capos­tip­ite Francesco venne avvi­a­to al «mestiere» nel 1901 quand’era anco­ra tredi­cenne. Ebbe la for­tu­na di essere ammes­so nel­lo stu­dio, già affer­ma­to, del tedesco Grasse­mann, pres­so l’odier­na vil­la Italia, accan­to al Cas­inò. Grasse­mann era il fotografo più richiesto del­la danarosa nobiltà mit­teleu­ro­pea che sog­gior­na­va nel­la cit­tà degli olivi. Per la clien­tela d’elitè, Grasse­mann dispone­va di un’enorme quan­to incon­sue­ta sala di posa, che occu­pa­va l’in­tero pri­mo piano del­la vil­la con un’u­ni­ca vetra­ta sui tre lati del­l’ed­i­fi­cio. All’e­poca non esiste­vano i riflet­tori che oggi for­niscono la gius­ta luce al momen­to del clic. Bisog­na­va sfruttare la lumi­nosità del sole e cal­i­brar­la con le tende che oscu­ra­vano il lun­go fine­strone. Per il gio­vane Francesco la gavet­ta fu assai pesante: il metod­i­co fotografo ger­man­i­co pre­tende­va la per­fezione. Allo­ra si oper­a­va con las­tre di vetro dove si impres­sion­a­vano le immag­i­ni, quin­di si pas­sa­va al ritoc­co. Con un pen­nelli­no e mol­ta pazien­za e maes­tria, si abbel­li­vano le fat­tezze delle per­sone, soprat­tut­to del gen­til ses­so. Francesco conobbe, gra­zie all’ap­prendis­ta­to da Grasse­mann, la realtà delle dif­feren­ze sociali. Le foto dei nobili e del­la borgh­e­sia locale ave­vano il for­ma­to stan­dard di 13x18 cen­timetri. Il popoli­no, in quei tem­pi in mis­e­ria, si accon­tenta­va di dimen­sioni ridotte, per via dei costi.La pri­ma guer­ra mon­di­ale scon­volse la vita del gio­vane Francesco, che dovette las­cia­re la cit­tà. Le sue capac­ità di fotografo lo scam­parono dai tristi campi profughi e potè ripren­dere il lavoro pres­so un fotografo di Inns­bruck. Qui rimase fino al 1920. Tor­na­to ad Arco, Emanuel­li ebbe la for­tu­na di acquisitare lo stu­dio di vil­la Italia, dove con­tin­uò il suo lavoro fino alla morte nel 1973 (lavorò fino al giorno pri­ma del deces­so). Furono decen­ni labo­riosi durante i quali però Francesco riuscì a colti­vare anche la artis­ti­ca. Diede il meglio di sè con i panora­mi del­la Busa, pre­si dal Calo­dri, o dal Brione o dal­la Vol­ta di Nò; gran parte di essi si pos­sono ammi­rare al Cas­inò ed in munici­pio. La quo­tid­i­an­ità del­lo stu­dio era invece fat­ta di ritrat­ti di famiglia in occa­sione di bat­tes­i­mi, comu­nioni, cres­ime e mat­ri­moni. Quin­di i vari avven­i­men­ti di «cronaca» come la visi­ta del re Vit­to­rio Emanuele.Le capac­ità pro­fes­sion­ali di Francesco ven­nero riconosciute ad un con­cor­so a Pari­gi dove ricevette una medaglia d’oro. Nel frat­tem­po nel­lo stu­dio ave­va com­in­ci­a­to a lavo­rare il figlio Arman­do. Fu un’es­pe­rien­za breve, purtrop­po, per­ché Arman­do morì in un inci­dente stradale a Can­eve, men­tre si reca­va a Dro per scattare foto di un mat­ri­mo­nio. Al fian­co di Francesco da allo­ra ci fu la moglie Assun­ta, don­na ener­gi­ca che diresse lo stu­dio di vil­la Italia fino al 1978, anno in cui la «pre­mi­a­ta dit­ta» fu costret­ta a traslo­care in via via Vergolano.Fabio Emanuel­li iniz­iò a lavo­rare nel­lo stu­dio di vil­la Italia. Con lui il non­no Francesco adot­tò lo stes­so meto­do teu­ton­i­co di Grasse­mann: la gavet­ta è gavet­ta. La scom­parsa del padre e poi del non­no costringe il gio­vane Fabio a met­ter­si ben presto a capo del­l’azien­da. Fino al 1978, quan­do las­ciò vil­la Italia, ebbe l’aiu­to del­la non­na Assunta.«Oggi la gente ricorre spes­so alla fotografia — affer­ma Fabio Emanuel­li — Solo che la tec­nolo­gia in con­tin­ua evoluzione e le mag­giori disponi­bil­ità eco­nomiche han­no fat­to fiorire il « da te» a dis­capi­to del­la nos­tra cat­e­go­ria. Recen­te­mente l’in­for­mat­i­ca ha fat­to capoli­no anche nel set­tore fotografi­co e sta succe­den­do una riv­o­luzione coper­ni­cana. Se vuoi soprav­vi­vere, devi spe­cial­iz­zarti, altri­men­ti si chi­ude bot­te­ga». La spe­cial­ità di Fabio Emanuel­li sono i mat­ri­moni, tan­t’è che è tra i vinci­tori di pres­ti­gioso con­cor­so nazionale. Il suo cruc­cio è di non avere «ere­di»: quan­do andrà in pen­sione, la dinas­tia degli Emanuel­li tra­mon­terà. I suoi figli han­no intrapre­so strade diverse.

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