Nella notte del 5 ottobre di cinquant’anni fa saltò in aria al Trimelone il cantiere per la lavorazione di residuati bellici Gardesana bloccata dai detriti, tetti rotti ad Assenza, bonifica ancora senza soldi

Esplode l’isola, tre giorni di paura

03/10/2004 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Stefano Joppi

Ave­va solo undi­ci anni quan­do la notte del 5 otto­bre 1954, ver­so le 23, un ter­ri­bile boa­to dev­astò l’isola Trimel­one. Come tut­ti i res­i­den­ti di Assen­za anche Francesco Con­soli­ni, in paese conosci­u­to come Fran­co, scese di pre­cip­izio in stra­da men­tre tut­to attorno era un con­tin­uo pio­vere, da ogni parte, di schegge e di pezzi di cemen­to arma­to prove­ni­en­ti dal­la vic­i­na iso­la, trasfor­ma­ta nel 1930 in cantiere per la lavo­razione dei resid­uati bel­li­ci del­la Grande Guer­ra. Tre giorni durarono le esplo­sioni con la stra­da Garde­sana bloc­ca­ta dai detri­ti e con il servizio di pull­man di lin­ea costret­to a tras­bor­dare i passeg­geri da un mez­zo all’altro dopo che questi dove­vano per­cor­rere alcune centi­na­ia di metri a pie­di tra i sas­si scagliati con veemen­za dall’isola in fiamme. Impos­si­bile dimen­ti­care quel risveg­lio assor­dante, l’ansia, i minu­ti e le ore conci­tate ma soprat­tut­to la pau­ra. «Tan­ta, davvero tan­ta. Tut­ti i vetri delle case di Assen­za andarono in fran­tu­mi e molti tet­ti rimasero dan­neg­giati», ricor­da Con­soli­ni men­tre sot­to un cielo cupo osser­va l’isolotto di 4165 metri quadri ora abban­do­na­to e off limi­tis per tut­ti. I fon­dali tut­to attorno a questo lem­bo di ter­ra sono infat­ti anco­ra dis­sem­i­nati di ordig­ni ines­plosi fini­ti in acqua in segui­to all’esplosione del cantiere di dis­po­let­ta­men­to del­la dit­ta Cate­lani. Ad oggi, a parte le boni­fiche mirate per far bril­lare qualche bom­ba bel­li­ca tor­na­ta in super­fi­cie com­plice i liv­el­li del lago bas­so, non è mai sta­to pre­dis­pos­to una com­ple­to lavoro di risana­men­to dell’intera area. Il moti­vo? Sem­plice: lo Sta­to non ha i sol­di e i vari min­is­teri inter­pel­lati dai sin­daci di Bren­zone che si sono susse­gui­ti nel cor­so degli anni han­no trova­to di fronte a loro un muro di gom­ma. Si era illu­so nel 1998 l’allora pri­mo cit­tadi­no Gio­van­ni Zap­palà di aver cen­tra­to l’obiettivo. D’altronde le carte parla­vano chiare con la Pres­i­den­za del con­siglio dei min­istri che invi­ta­va il min­is­tero del­la Dife­sa a provvedere alla bonifi­ca dell’isola. Un lun­go silen­zio poi nel set­tem­bre 2003 la rispos­ta bef­fa giun­ta dal min­is­tero dell’Economia e delle finan­za: «Non esistono attual­mente stanzi­a­men­ti des­ti­nati a tale scopo». Di tut­to questo al momen­to non si pre­oc­cu­pa Fran­co Con­soli­ni con la memo­ria anco­ra fis­sa al pas­sato quan­do l’isola era fonte di lavoro per donne e uomi­ni del­la zona. Da un pic­co­lo grup­pet­to di operai si passò al rag­guarde­v­ole numero di trenta. «Ogni tan­to anda­vo su quell’isola a trovare papà, imp­ie­ga­to come il fab­bro. È sta­to uno dei pri­mi a lavo­rare per l’impresario Ange­lo Cate­lani, e l’ultimo a las­cia­re dopo il fal­li­men­to del­la dit­ta, nel 1959. Ogni mat­ti­na a bor­do di una moto­bar­ca diesel gli operai parti­vano dal pon­tile, pri­ma di Vil­la Ele­na poi dal 1953 dal por­tic­ci­o­lo di Assen­za, per sbar­care dopo pochi minu­ti sull’isola. Nel cantiere l’inizio, la pausa e la fine del lavoro veni­va rego­la­men­ta­to dal suono pro­l­un­ga­to di una sire­na udi­bile a parec­chi chilometri di dis­tan­za. Per reperire i resid­uati bel­li­ci, spar­si sulle coste o nei fon­dali del Benà­co, veni­vano imp­ie­gate la Veron­i­ca (l’attuale Sio­ra Veron­i­ca), pos­sente bar­cone in fer­ro muni­to di argani e spe­ciali ras­trel­li per aggan­cia­re mine, bombe e armi di vario genere, la «Rosan­gela», bar­cone in leg­no molto veloce uti­liz­za­to per il trasporto del mate­ri­ale, e la bar­ca d’appoggio San Michele. E pro­prio il San Michele s’intravede all’àncora, davan­ti al por­tic­ci­o­lo dell’isola (là dove oggi è pre­sente un grande mac­chia di cespuglio a su dell’isolotto), nell’immagine scat­ta­ta all’alba, a poche ore dall’esplosione, dal fotografo di Mal­ce­sine Fran­co Toninel­li. Una gigan­tografia che Con­soli­ni mostra come fos­se una reliquia. «La cer­ca­vo da tem­po. Mi ricor­do anco­ra quan­do in sel­la alla sua Lam­bret­ta il fotografo, l’unico del­la zona, giunse in paese per immor­ta­lare l’isola meno­ma­ta dalle con­tin­ue esplo­sioni e avvol­ta da colonne di fumo inten­so che si perde­vano nel cielo». Par­la, Con­soli­ni, e gira e rigi­ra tra le sue mani la mani la foto regalatagli da Loris, il figlio di Toninel­li. A cinquant’anni da quel ter­ri­bile boa­to, per for­tu­na sen­za mor­ti e fer­i­ti, il pen­siero è anco­ra fis­so a quei giorni, ai volti dei gen­i­tori, allo sgo­men­to dei pae­sani. Non vuole dimen­ti­care ma soprat­tut­to «sof­fre» nel vedere che molti, tra i gio­vani del luo­go, non san­no nul­la di quell’ottobre del 1954. Anche per questo ha promes­so di scri­vere un libro, di met­tere nero su bian­co la cronaca di quei giorni che cam­biarono la vita e il lavoro di molti abi­tan­ti del­la pic­co­la frazione. «Fra un anno andrò in pen­sione» con­clude il dipen­dente del con­sorzio funi­co­lare Mal­ce­sine- Monte , e« il giorno dopo inizierò la mia mis­sione di topo d’archivio».

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