Aumentano i pascoli bruciati dalla mancanza d’acqua: molti rischiano l’abbandono. Negli allevamenti in quota mucche colpite dalla piroplasmosi

Estate nera per gli alpeggi

28/07/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Barbara Bertasi

La ter­ri­bile sic­c­ità sul Monte rischia di far saltare l’alpeggio e inoltre la piro­plas­mosi, malat­tia trasmes­sa dalle zec­che, ha col­pi­to molti bovi­ni che vivono nelle mal­ghe del ver­sante che guar­da il .«Non ho mai vis­to una sim­i­le sic­c­ità», dice Simone Finot­ti, vet­eri­nario che segue la pro­fi­las­si in molte mal­ghe del Bal­do, una cinquan­ti­na con un cari­co di cir­ca 2.500 ani­mali. «Lo dico io, che ho solo 36 anni, ma lo con­fer­mano i vec­chi. E molti ani­mali si stan­no amma­lan­do di piro­plas­mosi, patolo­gia a specie speci­fi­ca, che colpisce cioè solo il bovi­no, non l’uomo e non altri ani­mali». Finot­ti, che l’altra sera alle 22,30 era anco­ra in giro per le mal­ghe del Bal­do, sta reg­is­tran­do un’inedita per­centuale di bovi­ni col­pi­ti: «L’acqua è poca, le pozze sono fan­go e acqua sporca. Gli ani­mali si abbev­er­a­no lo stes­so pur essendo questo l’habitat ide­ale delle zec­che. Queste si attac­cano ai bovi­ni trasmet­ten­do la piro­plas­mosi, il cui ciclo bio­logi­co è di repli­car­si nei glob­u­li rossi dell’animale, ren­den­do­lo ane­mi­co fino a far­lo morire. La malat­tia è endem­i­ca sul ver­sante del Bal­do ver­so il lago, soprat­tut­to a San Zeno di Mon­tagna e Capri­no, meno a Bren­zone. Mai però è sta­ta potente come quest’anno».Lunedì sera era a Mal­ga Zoc­chi, impeg­na­to a fare una trasfu­sione a uno degli ani­mali di Savi­no Cam­pag­nari, che ha 300 capi com­pre­si quel­li di Mal­ga la Cola: «È l’allevatore che ne ha di più», riprende Finot­ti, «gli anni scor­si si ammala­vano tre o quat­tro muc­che, media nor­male data l’endemicità, quest’anno già 37 ani­mali sono ammalati e lo stes­so accade nelle altre mandire del­la zona, men­tre il prob­le­ma non toc­ca Fer­rara di Monte Bal­do, dove il cli­ma è meno sec­co. Sono sta­ti gli stes­si all­e­va­tori ad indi­car­mi l’eccezionalità del fenom­e­no. Cre­do si dovrebbe fare una lot­ta alle zec­che soprat­tut­to riducen­do la super­fi­cie ad arbusti, habi­tat ide­ale del­la zec­ca». Il vet­eri­nario cita altri casi che riguardano tutte mal­ghe di San Zeno di Mon­tagna eccet­to la Vald­abin e la Cola di Capri­no. «In pro­porzione», pre­cisa Simone Finot­ti, «le zec­che sono più numerose nelle mal­ghe più basse dove ci sono più noc­ci­oli e cespugli. A mal­ga Zilone su 70 capi la piro­plas­mosi ne ha col­pi­ti 14, all’ Orti­gara 15 su una cinquan­ti­na. A mal­ga Vald­abin su una trenti­na di ani­mali in alpeg­gio se ne sono ammalati 8, alla Trau­ra ho reg­is­tra­to una deci­na di casi su 60 ani­mali, a Pra lon­go ne sof­frono 5 bestie su una trenti­na, a Pra lon­go di sot­to sono sta­ti col­pi­ti 6 ani­mali su una deci­na». Per guarir­li sono nec­es­sarie trasfu­sioni e cure a base di med­i­c­i­nali par­ti­co­lari, che però sono car­en­ti: «Per­ché le aziende pro­dut­tri­ci non inve­stono in un med­i­c­i­nale indi­ca­to per una malat­tia rara e local­iz­za­ta in una zona ristret­ta». Gli all­e­va­tori la riconoscono dal col­ore scuro che carat­ter­iz­za le urine: «Suc­cede per­ché i glob­u­li rossi, rompen­dosi, ven­gono espul­si attra­ver­so l’urina che acquista un col­or caffè».La piro­plas­mosi è solo un prob­le­ma che sta met­ten­do in ginoc­chio, anco­ra una vol­ta, il debole equi­lib­rio del­la mon­tagna. Cipri­ano Castel­lani, pres­i­dente del­la Comu­nità mon­tana del Bal­do, ci tiene a sot­to­lin­ear­lo: «La vera grande emer­gen­za ora è ques­ta grave calamità nat­u­rale lega­ta alla sic­c­ità e alla tar­da pri­mav­era, che è sta­ta molto fred­da e non ha con­sen­ti­to la cresci­ta dei pas­coli. Se con­tin­uerà a non pio­vere dovre­mo assis­tere a un even­to che non accade­va da anni, cioè l’abbandono degli alpeg­gi pri­ma del tem­po; non è pens­abile tenere le bestie all’aperto se non han­no da man­gia­re. Quan­to alle pozze, è vero che gli ani­mali ci van­no, ma di pras­si bevono all’acquedotto del Bal­do, da Cav­al­lo di Novez­za e Naole, e l’acqua c’è».

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