Da dove derivano, cosa sono e come funzionano

Floriterapia e fiori di Bach

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Di Luca Delpozzo
Franco Danesi, erborista e naturopata

I rime­di di Bach sono il risul­ta­to di anni di appas­sion­ate ricerche ffet­tuate dal dot­tor Edward Bach (1886–1936). Egli sco­prì che l’essenza di alcune piante sel­vatiche ave­va effet­ti ter­apeu­ti­ci sul­la psiche dei pazi­en­ti, e che questo li aiu­ta­va a guarire dalle malat­tie fisiche. Edward Bach nacque nel 1886 da una famiglia gallese. Già da ragaz­zo mostra­va una grande deter­mi­nazione insieme con un grande amore per la cam­pagna e per la natu­ra. Studiò Med­i­c­i­na all’ di Birm­ing­ham e poi all’University Col­lege Hos­pi­tal di Lon­dra. Negli anni suc­ces­sivi Bach lavorò come patol­o­go, bat­te­ri­ol­o­go e medico gener­i­co, ma era alla ricer­ca di un vero sis­tema ter­apeu­ti­co, oltre la med­i­c­i­na con­ven­zionale. Le sue let­ture lo ind­i­riz­zarono all’opera del dot­tor Samuel Hah­ne­mann, il fonda­tore dell’omeopatia. Nel 1919 Bach divenne mem­bro del Lon­don Home­o­path­ic Hos­pi­tal. Si sen­ti­va per­fet­ta­mente in sin­to­nia con l’affermazione di Hah­ne­mann, sec­on­do cui “il seg­re­to del­la vera med­i­c­i­na sta nel curare il paziente, non la malat­tia”. Il dot­tor Bach sco­prì che l’infelicità dis­trugge la vital­ità del cor­po e mina la sua resisten­za alle malat­tie; ogget­to delle sue cure era­no quin­di le per­sone e non i mali stes­si. Bach con­tin­uò a lavo­rare come medico omeopati­co, con­vin­cen­dosi sem­pre più che il cor­po non è che lo spec­chio del­la con­dizione men­tale di una per­sona. Osservò con inter­esse che i pazi­en­ti più pre­oc­cu­pati e irri­tabili era­no quel­li più lenti a guarire, men­tre quel­li che sem­bra­vano fiduciosi e ottimisti rispet­to al futuro si ripren­de­vano invari­abil­mente più in fret­ta. Bach non tardò a sco­prire che i pazi­en­ti che si trova­vano nelle stesse con­dizioni men­tali spes­so rea­gi­vano bene alle stesse med­i­cine omeopatiche. Da ciò con­cluse che la base reale delle malat­tie risiede­va nel­la mente; se si rius­ci­va a miglio­rare lo sta­to psichico di un paziente allo­ra anche il fisi­co sarebbe miglio­ra­to. Tut­tavia il meto­do gius­to non è cer­to quel­lo di andare a dire a un mala­to “stia alle­gro e migliori”. Bach non era del tut­to con­vin­to che l’omeopatia for­nisse le ter­apie più effi­caci. Lavo­ran­do d’istinto, com­in­ciò a pre­scri­vere ai paziente mis­ture di erbe sel­vatiche e di fiori basan­dosi più sulle loro per­son­al­ità che sui loro sin­to­mi. Ottenne risul­tati eccel­len­ti. Nel 1930, all’apice del suc­ces­so, Bach riner­a­ti­va che sta­va facen­do a Lon­dra per tornare nelle cam­pagne galle­si a stu­di­are le sue nuove ter­apie omeopatiche. Sper­i­men­tò con numerose piante, esclu­den­done subito alcune e stu­dian­done a lun­go altre, ma sem­pre in base al prin­ci­pio che l’essenza di una pianta dovesse essere com­para­ta con l’essenza del­la per­sona mala­ta e che la stra­da del­la gua­ri­gione si trovasse curan­do le basi psi­co­logiche delle affezioni e non le affezioni stesse.  In prat­i­ca, coglie­va i fiori o i boc­ci­oli al mat­ti­no presto, anco­ra umi­di di rugia­da, e poi, al sole, immerge­va i petali nell’acqua, oppure face­va infusi dei fiori interi. Il liq­ui­do veni­va poi fil­tra­to e imbot­tiglia­to con un po’ di brandy come con­ser­vante. Bach tro­vò 38 diver­si rime­di atti a curare tut­ti i pos­si­bili sta­ti psi­co­logi­ci neg­a­tivi di cui un paziente può sof­frire e li divise in 7 grup­pi che copri­vano i campi prin­ci­pali:  Pau­ra, Scon­for­to, Incertez­za, Man­can­za di reat­tiv­ità, Soli­tu­dine, Ipersen­si­bil­ità, Pre­oc­cu­pazione ecces­si­va per gli altri. Preparò anche una mis­cela di 5 dei suoi rime­di, una sor­ta di cura ’emer­gen­za per trattare i casi di shock vio­len­to, provo­ca­to, ad esem­pio, da un inci­dente stradale o da una brut­ta notizia. (Res­cue Remedy).I fiori di Bach sono riconosciu­ti dall’Organizzazione Mon­di­ale del­la San­ità (Oms) e nel­la prat­i­ca clin­i­ca fun­zio­nano (anche in ambito pedi­atri­co e in ambito vet­eri­nario). 

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