Gabriele D’Annunzio e il sonno dei poeti

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Di Redazione
Mario Arduino

Il 21 giug­no 1926 venne cos­ti­tui­ta al Vit­to­ri­ale di Car­gnac­co una soci­età anon­i­ma per azioni denom­i­na­ta “Isti­tu­to Nazionale per la edi­zione di tutte le opere di ”. La sede fu fis­sa­ta al civi­co numero 1 di via del­la Mad­dale­na in . In un comu­ni­ca­to dell’Agenzia Ste­fani si legge che l’ente “è sor­to sot­to l’alto patrona­to di Sua Maestà il Re e la pres­i­den­za ono­raria del Pri­mo Min­istro Ben­i­to Mus­soli­ni. L’edizione sarà fat­ta in veste son­tu­osa e tale da cos­ti­tuire un’opera di insigne bellez­za tipografi­ca deg­na del genio ital­iano cui è ded­i­ca­ta, in doveroso riconosci­men­to dei suoi mer­i­ti di artista e di solda­to”.

Nel­la mat­ti­na di quell’ormai lon­tano giorno d’estate il poeta ave­va accolto a Riva del Gar­da il min­istro del­la pub­bli­ca istruzione Pietro Fedele ed il suo capo di gabi­net­to San­ti­ni, prove­ni­en­ti da Bolzano. All’acclamazione del­la fol­la ammas­sa­ta sul­la banchi­na del por­to il coman­dante, giun­to con il suo Mas, rispose definen­do la local­ità dell’alto lago “paese di tut­ti i sog­ni di bellez­za, di tut­ti gli incan­ti e di tut­ti gli ide­ali”.

Dopo una rapidis­si­ma cor­sa sulle limpi­de acque gli illus­tri per­son­ag­gi sbar­carono a Gar­done. Qui li aspet­ta­vano Sen­a­tore Bor­let­ti, Arnol­do Mon­dadori, Leopol­do Bar­duzzi ed Ettore Bianchi.

Nel romitag­gio “che ammi­ra la lev­ità pen­sosa dell’ulivo bena­cense” il notaio salo­di­ano Zane, assis­ti­to dal col­le­ga Guasti, rogò l’atto. Subito dopo il vate offri agli ospi­ti “un sun­tu­oso rin­fres­co e li con­dusse poi tut­ti in un’interessante visi­ta attra­ver­so le stanze del Vit­to­ri­ale, illus­tran­do le opere di adat­ta­men­to e di abbel­li­men­to”. Salì quin­di sul­la nave “Puglia” inter­ra­ta nel par­co, e fece sparare augu­ral­mente cinque colpi di can­none a salve. Infine inviò due telegram­mi: il pri­mo al re ed il sec­on­do al duce. Sem­pre a det­ta del­la Ste­fani, quel­lo invi­a­to a Vit­to­rio Emanuele III° recita­va tes­tual­mente: “Il devo­tis­si­mo fante del Tima­vo nova­mente ringrazia la Maestà Vos­tra per l’alto patrocinio accorda­to ad un’impresa che egli non con­sid­era se non come il pat­to del suo Pas­sato con il suo Avvenire”. Tut­tavia, in un libro edi­to da Mon­dadori in sole otto­cen­to copie ed in carat­teri bode­ni­ani nel giug­no dell’anno suc­ces­si­vo, appare la ripro­duzione dell’autografo del cita­to mes­sag­gio. E, con un pò di sor­pre­sa, si vede che in realtà d’Annunzio non scrisse “egli” e “suoi” ben­sì “io” e “‘mio”. Forse il dot­tor Freud potrebbe spie­gare il dis­in­volto pas­sag­gio dal­la terza alla pri­ma per­sona.

Nel­la sua “Arte poet­i­ca” Orazio affer­ma di indig­nar­si quan­do il pur grande Omero son­nec­chia, ma aggiunge di capire come in poe­mi tan­to vasti qualche fles­sione sia inevitabile. Pare dunque che una lieve dis­trazione pos­sa venire con­ces­sa pure all’”infaticabile artiere” abruzzese. Non sen­za ril­e­vare che, a propos­i­to di purez­za lin­guis­ti­ca, egli affer­mò una vol­ta: “dif­fi­cilis­si­mo coglier­mi in fal­lo”. E il min­istro Fedele (nom­i­na sunt con­se­quen­tia rerum), assen­ten­do, osservò che era addirit­tura impos­si­bile.

Pri­ma pub­bli­cazione il: 3 May 2020 @ 10:00

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