La cooperativa pescatori protagonista a Slow Fish. Monese: «Ora avremmo bisogno di ingrandire il laboratorio»

Genova consacra la riscoperta del pesce di lago

30/11/2005 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

L’hanno defini­to il «salone del pesce sosteni­bile». Per­ché vuol pre­sentare e pro­muo­vere una pesca rispet­tosa dell’ecosistema mari­no, flu­viale, lacus­tre. Si chia­ma Slow Fish. È la man­i­fes­tazione svoltasi a Gen­o­va: orga­niz­za­va Slow Food. Ad esporre i loro prodot­ti e a par­lare di espe­rien­ze di pesca c’erano una ses­san­ti­na di comu­nità prove­ni­en­ti da tut­to il mon­do. Dall’Italia, cer­to, ma anche dal­la Norve­g­ia, dal Reg­no Uni­to, dal­la Fed­er­azione Rus­sa o da più lon­tano anco­ra, dalle Fil­ip­pine, dal Ghana, dal­la Mau­ri­ta­nia, dal Cile. In mez­zo a loro anche quel­la che è sta­ta pre­sen­ta­ta come «la comu­nità dei pesca­tori di aole e di del Gar­da». E a rap­p­re­sentare la realtà del­la pesca pro­fes­sion­ale bena­cense non pote­va esser­ci che la Coop­er­a­ti­va fra pesca­tori di Gar­da, ospite del­la . I garde­sani nell’élite del mon­do pescherec­cio inter­nazionale, dunque. Altro che i «màgna àole» poveri in can­na d’una ormai stan­tia immag­ine tra­man­da­ta dal­la sto­ria. «È sta­ta una mag­nifi­ca espe­rien­za», dice il pres­i­dente dei pesca­tori di Gar­da, Enri­co Mario Mon­ese, «per­ché ci ha per­me­s­so di pre­sentar­ci a un pub­bli­co numero­sis­si­mo. Abbi­amo por­ta­to 300 vasi di filet­ti di sardé­na sott’olio e una quar­an­ti­na di chili di pesce affu­mi­ca­to, tin­ca e lavarel­lo: fini­ti in un atti­mo. C’era mol­ta curiosità per il nos­tro lavoro e il pesce di lago». Già, i pesca­tori pro­fes­sion­isti di Gar­da si sono fat­ti adul­ti. Una vol­ta vive­vano chiusi nel loro pic­co­lo mon­do, qua­si con­dan­nati all’immobilismo. Oggi si sono fat­ti impren­di­tori. Pren­dono la macchi­na e van­no a pre­sen­tar­si in giro per l’Italia, con orgoglio. Con moti­va­to orgoglio, va det­to, per­ché la nuo­va via che la Coop­er­a­ti­va ha cor­ag­giosa­mente imboc­ca­to nell’ultima man­ci­a­ta d’anni è di quelle epocali. Ora non si las­cia più che siano i grossisti a fare il bel­lo e il cat­ti­vo tem­po. Oggi si fan­no bat­tute di pesca mirate, si pun­ta a non inflazionare il mer­ca­to, a sal­va­guardare le specie, a trasfor­mare parte del pesca­to affu­mi­can­do­lo o met­ten­do­lo sott’olio sec­on­do i canoni d’una tradizione che sem­bra­va des­ti­na­ta ad essere can­cel­la­ta. Invece ecco­la qui, pim­pante. Il momen­to del­la svol­ta è sta­ta la scelta di real­iz­zare, pochi anni fa, la sede del­la Coop­er­a­ti­va all’ex macel­lo in via San Bernar­do. Lì si sono potu­ti impiantare i macchi­nari per la con­ser­vazione e la trasfor­mazione del pesce. L’attenzione dei con­suma­tori e dei ris­tora­tori è anda­ta aumen­tan­do, tan­to che adesso i pesca­tori sentono il bisog­no d’ingrandirsi. «Abbi­amo parec­chia richi­es­ta», dice Mon­ese, «e ci tro­vi­amo nel­la neces­sità di dis­porre di mag­giori spazi per il lab­o­ra­to­rio e per il mag­a­zz­i­no». La sper­an­za è che le con­ces­sioni arriv­i­no tutte. E mica solo per­ché gli ulti­mi pesca­tori pro­fes­sion­isti del lago pos­sano guadagnare qual­cosa di più. No: la par­ti­ta in gio­co è un’altra. È la soprav­viven­za del­la tradizione più aut­en­ti­ca del lago. Quel­la di chi sul lago ci vive e ci tri­bo­la davvero. Che pio­va o che ci sia il sole, nel­la neb­bia o coi ven­ti più bas­tar­di. Per­ché loro, i pesca­tori, sono l’anima vera del Garda.

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