Giusti, 74 anni, nel 1960 emigrò a Melbourne senza un soldo in tasca e insegnò a tutti come si tosta il caffè. È il principale marchio australiano, ma è nato tra una fuga in Arena e Albaredo

Giancarlo «Coffee» parla veronese

10/11/2006 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Ermanno Ferriani

Ital­iano il nome, ital­iano l’uomo che, come scrive un noto gior­nale di Mel­bourne «…più di ogni altro ha con­tribuito a far conoscere ed apprez­zare la bevan­da più ital­iana a Mel­bourne e in Australia».Il nos­tro mis­ter Gian­car­lo non è sta­to soltan­to un grande impren­di­tore, ma è tut­to­ra un noto per­son­ag­gio che ha sfonda­to come pochi immi­grati in quel Paese, nel­la soci­età aus­traliana, fino a divenire ami­co di uomi­ni politi­ci, cam­pi­oni del­lo sport, attori, intel­let­tuali, artisti ital­iani e stranieri e, soprat­tut­to, dei gio­vani e del­la gente di ogni ceto, per­ché Gian­car­lo e il suo caf­fè sono entram­bi irre­sistibili. La sua popo­lar­ità è con­fer­ma­ta dalle sue fre­quen­ti apparizioni sulle pagine di impor­tan­ti quo­tid­i­ani e peri­od­i­ci, ed essendo anche veronese non pote­va man­care sulle pagine dell’Arena.Ecco la sua favolosa sca­la­ta eco­nom­i­ca e sociale in ter­ra straniera, la sua vitale pas­sione per la lir­i­ca, il suo amore per Verona e la sua fortuna.La sto­ria di Gian­car­lo Giusti, 74 anni, nato ad Albare­do d’Adige, assomiglia a tante altre di emi­granti che han­no fat­to for­tu­na, ma per certe sfu­ma­ture ques­ta ha una sua orig­i­nal­ità per­ché lega­ta a doppio filo al caf­fè all’italiana. Gian­car­lo, pur ben inser­i­to nel­la comu­nità dei con­nazion­ali res­i­den­ti a Mel­bourne, ave­va scel­to sin dall’inizio di vivere come gli aus­traliani, fre­quen­tan­do assid­u­a­mente il teatro per la prosa, i con­cer­ti, la lir­i­ca, le con­feren­ze, per le man­i­fes­tazioni di sol­i­da­ri­età. Per tut­ti il suo nome era «Gian­car­lo Coffe».L’avventura ebbe inizio il giorno di del lon­tano 1960. Il paese gli sta­va stret­to e allo­ra la grande deci­sione: una cab­i­na sul­la nave Roma in parten­za da Gen­o­va e 30 giorni di per arrivare a Mel­bourne, dove viene accolto e ospi­ta­to da una cop­pia di ami­ci italiani.Per l’Australia è un momen­to dif­fi­cile, c’è crisi e trovare lavoro è prob­lem­ati­co. Lo aiu­ta don Giuseppe Molon, un prete orig­i­nario di Gaz­zo­lo di Arcole, che lo fa assumere da un’azienda agri­co­la. Ma Gian­car­lo dura poco, preferisce sfruttare quel poco impara­to da ragaz­zo nel negozio di ali­men­ta­ri del­la sua famiglia e si mette a vendere pas­ta, pomodori e altri prodot­ti ai ris­toran­ti ital­iani, finché non fa l’incontro del­la sua vita con il caf­fè. Inizia come rap­p­re­sen­tante e si rende con­to che è un mer­ca­to inter­es­sante, pen­sa di met­ter­si in proprio.«Non ave­vo sol­di», rac­con­ta, «e nem­meno ami­ci in gra­do di prestarmeli, così sono ricor­so a un aus­traliano approf­ittan­do dell’amicizia con le sue due figlie che io por­ta­vo sem­pre a bal­lare sulle navi ital­iane, dove davano sfar­zose feste nel peri­o­do di sos­ta nel por­to. Le ragazze per­orarono la mia causa con i gen­i­tori e otten­nero ben mille ster­line aus­traliane. Feci soci­età con un altro veronese, Car­lo Brunel­li, e così partì il pri­mo negozio. Vende­vo il caf­fè del­la dit­ta per la quale ave­vo lavo­ra­to come rap­p­re­sen­tante. Si vive­va abbas­tan­za bene ma niente di stra­or­di­nario, tan­to che, ad un cer­to pun­to, fui pre­so da una crisi nos­tal­gi­ca e tor­nai in Italia. Erava­mo nel 1964, andai a Lon­dra per impara­re bene l’inglese, ma ritrovai molti ami­ci aus­traliani i quali mi con­vin­sero di tornare a Mel­bourne, che ormai sta­va diven­tan­do un ricor­do ma rimane­va comunque un forte richi­amo. Mi las­ci­ai per­suadere e var­cai nuo­va­mente l’oceano. La nuo­va vita riparte da zero».Dopo tre anni con un ris­torante riec­co il «mal del caf­fè», un palli­no che non lo las­cia dormire, finché decide di vendere tut­to al socio e met­tere in pie­di una bot­te­ga con tostatu­ra. Una cosa in pic­co­lo, il tosta­caf­fè da 10 chili alla vol­ta. Gli affari van­no bene, in una set­ti­mana, fra con­sumo al ban­co e con­fezioni, si ven­dono cir­ca 300 chili di prodot­to. È un momen­to favorev­ole per tentare lo svilup­po del­la pic­co­la azien­da. Con un pri­mo inves­ti­men­to acquista un nuo­vo sta­bile, un nuo­vo grande tosta­caf­fè e assume tre operai.La pro­duzione pas­sa in fret­ta a due ton­nel­late di caf­fè alla set­ti­mana, ma non bas­tano. Altro inves­ti­men­to e altro bal­zo di pro­duzione fino a super­are le sei ton­nel­late. Non bas­tano anco­ra. È un suc­ces­so da far venire le ver­tig­i­ni e Gian­car­lo si las­cia portare dall’onda: investe tut­ti i suoi rispar­mi e ricorre a un presti­to ban­car­io per gio­care la car­ta vin­cente e divenire il Re del caf­fè: com­pera un enorme sta­bile e vi piaz­za tut­ta una cate­na di nuovi macchi­nari e decine di operai.Il per­son­ale addet­to supera le 60 unità, le ton­nel­late si avvic­i­nano a quo­ta 20 per set­ti­mana. L’aroma del suo caf­fè ha ormai inva­so l’intera Aus­tralia. Il prodot­to va a ruba e il per­son­ag­gio Gian­car­lo finisce sui gior­nali insieme al suo locale, il «Grinders Cof­fee» divenu­to ormai il pun­to di rifer­i­men­to più noto e fre­quen­ta­to di Mel­bourne. Anche per­ché Gian­car­lo ave­va fat­to una sag­gia polit­i­ca per far­si conoscere e apprez­zare spe­cial­mente dai gio­vani, sen­za inve­stire un solo dol­laro in pub­blic­ità. Ogni sera, alla chiusura del Grinders Cof­fee, una fila di ragazzi e ragazze, con in mano bot­tiglie, pen­toli­ni, tazze e scodelle, face­vano provvista di caf­fè. Era­no gli stu­den­ti del­la vic­i­na che per ten­er­si sveg­li a stu­di­are durante la notte si pre­mu­ni­vano di abbon­dan­ti quan­tità di caf­fè che Gian­car­lo dis­tribui­va gra­tuita­mente svuotan­do le ris­erve del­la gior­na­ta e aggiun­gen­done di fres­co. Così diven­tò il grande ami­co di tutti.La fama di questo caf­fè e del suo vate var­ca ben presto i con­fi­ni del­la cap­i­tale, la stam­pa ne par­la, le più note riv­iste aus­traliane, tra cui Epi­cureo e Good Food Guide gli ded­i­cano ampi servizi e Gian­car­lo arri­va a spon­soriz­zare la For­mu­la 1 in Aus­tralia e una squadra di calcio.«Finalmente ero arriva­to, ma in tut­to quel tem­po di lot­ta e di suc­ces­so non ho mai stac­ca­to la spina con l’Italia. Ogni estate ho trova­to il tem­po per una vacan­za di un mese o due da dedi­care alla sta­gione lir­i­ca di Verona, qui inten­do acquistare una bel­la casa. Non ci sono chilometri che mi pos­sono sep­a­rare dal­la gioia di una ser­a­ta in Are­na. Mi capi­ta spes­so, men­tre mi godo un’opera, sedu­to comoda­mente su una poltro­n­is­si­ma, in quell’atmosfera di sog­no, di pen­sare a quan­do da Albare­do si parti­va in bici­clet­ta per l’Arena, sot­to un sole cocente e si tor­na­va a casa al mat­ti­no ver­so le 5, tut­ti imbian­cati dal­la pol­vere del­la vec­chia stra­da Ronch­esana. Una pas­sione quel­la per la musi­ca e la lir­i­ca, che ho sem­pre colti­va­to anche in Aus­tralia, dove non ho mai per­du­to un’opera e i gran­di Di Ste­fano, Bergonzi, Rena­ta Scot­to, Ivo Vin­co, Maria Chiara, tan­to per citare i più inti­mi, quan­do giungevano a Mel­bourne veni­vano sem­pre a trovar­mi. Erava­mo gran­di ami­ci e dopo spet­ta­co­lo ci si trova­va per cenare assieme e tirare mat­ti­na par­lan­do di musi­ca e dell’Italia. Dopo il grande con­cer­to dei tre tenori ho trascor­so una ser­a­ta indi­men­ti­ca­bile a tavola con loro. Era­no gran­di artisti e io ero orgoglioso per­ché face­vo il più buon caf­fè ital­iano di tut­ta l’Australia e mi sen­ti­vo grat­i­fi­ca­to nel vedere il mio caf­fè por­ta­to in cima all’Everest dal grande Peter Hillary, figlio di quel Sir Hillary, che passò alla sto­ria per essere sta­to il pri­mo con­quis­ta­tore del­la più alta vet­ta del mondo».Oggi la sua bot­teguc­cia è diven­ta­ta uno sta­bil­i­men­to con oltre 70 operai e pro­duce decine di ton­nel­late di caf­fè la set­ti­mana, che van­no in giro per tut­ta l’Australia in con­fezioni che por­tano il nome di Giancarlo.Ma non è sta­to lui a porre il suo nome sui sac­chet­ti, ben­sì una multi­nazionale che ha volu­to a tut­ti i costi acquistare quel gioiel­lo di fab­bri­ca per pro­durre il Gian­car­lo Coffee.«È accadu­to che l’anno scor­so mi tele­fonò un sig­nore pre­sen­tan­dosi come il pres­i­dente del­la CC.Amati, l’industria che pro­duce la Coca cola. “Vor­rei acquistare la Grinders Cof­fee”, mi disse. Pen­sa­vo si trat­tasse di uno scher­zo e risposi di inviar­mi una e‑mail e di ritele­fonare l’indomani. Cosa che pun­tual­mente accadde ed io rimasi spi­az­za­to. Non sape­vo che fare, non ave­vo nes­suna inten­zione di abban­donare quel­la mia crea­tu­ra, che tan­to mi era costa­ta ed ama­vo. Usai l’arma del prez­zo impos­si­bile per non vendere, ma il mio inter­locu­tore non ha fat­to una pie­ga. Mi ha pro­pos­to un insignif­i­cante scon­to e con una stret­ta di mano l’affare era con­clu­so. Non rius­ci­vo a cred­er­ci, mi sem­bra­va un sog­no. Invece era tut­to vero. Mi han­no chiesto loro di chia­mare il prodot­to Gian­car­lo Cof­fee e di scriver­ci sot­to il mio slo­gan “Coffe is my life” e per questo mi pagano le roy­al­ty, oltre, nat­u­ral­mente, all’affitto dell’immobile del­la fab­bri­ca. Ma forse sto anco­ra sognando».La stam­pa aus­traliana ha dato ampio spazio alla notizia dell’affare e un gior­nale ha scrit­to: «Il mar­chio Gian­car­lo che la nuo­va Grinders ha volu­to impli­ca cer­ta­mente motivi eco­nomi­ci, ma cos­ti­tu­isce anche un riconosci­men­to e una ded­i­ca al fonda­tore dell’industria. Ma i mer­i­ti di Gian­car­lo non han­no prezzo».