Il racconto di Amelì

Gli animali di casa Tani

08/10/2013 in Cultura
Di Redazione

Oggi Rosan­na Tani fa risalire il suo amore per gli ani­mali ai rac­con­ti sen­ti­ti sul­lo zio Orlan­do, il colon­nel­lo vet­eri­nario di cav­al­le­ria di Rose­to degli Abruzzi. Comunque la sua famiglia a Firen­ze non pote­va tenere ani­mali: nes­suno nell’appartamento ave­va tem­po per accud­irli. Il pri­mo ani­male molto ama­to del­la famiglia Tani fu Puc­ci, un cagno­li­no di raz­za impre­cisa­ta.

Rosan­na era da qualche anno sposa­ta a Ful­vio Tani e vive­vano a Cuorgné in un appar­ta­men­to di un caseg­gia­to adi­a­cente alla fab­bri­ca del mar­i­to. Un giorno la porti­na­ia mostrò al sig. Ful­vio, rien­trante dal lavoro, un cuc­ci­o­lo che era nato o cap­i­ta­to in portine­r­ia. Il sig. Tani lo prese in brac­cio e accarez­zan­do­lo lo portò di sopra. L’animaletto, appe­na mes­so a ter­ra, corse nel­la cameretta, dall’uscio aper­to, del­la sig­no­ra Ernes­ta, madre di Rosan­na, e lì rimase. Divenne subito il cagno­li­no del­la sig. Coel­lo, in realtà tut­ti gli vol­e­vano bene. Segui­va la famiglia ovunque si spostasse: sia che andassero a Rose­to o a Firen­ze o in mon­tagna. Nat­u­ral­mente venne a Desen­zano, quan­do i sig­nori Tani si spostarono qui e pre­sero res­i­den­za in casa Cas­tol­di dal vas­to gia­rdi­no. La sig­no­ra Ernes­ta era indi­ca­ta come la sig­no­ra del cagno­li­no da chi anco­ra non la conosce­va per nome in viale Andreis. Il cuc­ci­o­let­to dopo un anno era diven­ta­to un po’ più grande, ma non di tan­to. Grazioso, ricam­bi­a­va le atten­zioni del­la famiglia con una fedeltà e un’affettuosità sem­plice dis­ar­man­ti. Ebbe le cure anche di Alberti­na, la fida­ta e bra­va domes­ti­ca dei sig­nori Cas­tol­di. Quan­do invec­chiò e più tar­di morì, all’età di 17 anni, il cagno­li­no fu sepolto nel gia­rdi­no di casa Cas­tol­di. Ebbe la com­mozione dei sig­nori Tani, ma dispi­acque non ved­er­lo più pure agli abit­u­ali pas­san­ti del viale. Era sta­to un cagno­li­no gen­tile.

Non ci furono per molti anni altre occa­sioni per tenere ani­mali. Nel 1970 la famiglia si trasferì in via Cesare Bat­tisti, in altro con­testo abi­ta­ti­vo con ben pre­cise regole con­do­miniali. Nel 1980 morì la sig­no­ra Ernes­ta, che, legatis­si­ma alla figlia, sem­pre ave­va abi­ta­to con lei. Ris­er­va­ta, non ave­va mai dis­tur­ba­to la vita coni­u­gale di Ful­vio e Rosan­na. Per questo era apprez­za­ta da Ful­vio Tani.

Mar­i­to e moglie, rimasti soli nel grande appar­ta­men­to, vive­vano giorno per giorno la quo­tid­i­an­ità del lavoro e gli impeg­ni di casa, di quel­la loro casa che ama­vano sem­pre di più.

Nel 1994, un mat­ti­no di feb­braio, in segui­to ad un ictus, il sign­or Tani andò in coma. Venne por­ta­to alla clin­i­ca Ped­er­zoli di Peschiera, ma non avvenne  la ripresa e dopo pochi giorni finì la sua vita.     

La sig­no­ra Rosan­na rimase a lun­go pros­tra­ta da questo improvvi­so accadi­men­to. Le man­ca­va la vic­i­nan­za di una per­sona cara dal­la grande sen­si­bil­ità, il com­pag­no che con lei con­di­vide­va molti inter­es­si cul­tur­ali, il sommes­so ma pre­ciso scam­bio di opin­ioni sul daf­fare gior­naliero, la divi­sione di com­pi­ti che si era anda­ta con­sol­i­dan­do nel cor­so degli anni, la pre­sen­za fiduciosa di qual­cuno che le ave­va mostra­to una con­tin­ua sti­ma. E tan­to altro anco­ra.

Al di là delle vis­ite di com­pianto di par­en­ti e ami­ci, si sen­ti del tut­to sola.

Due furono gli ami che la ten­nero lega­ta all’esistenza: la richi­es­ta di aiu­to nel­lo stu­dio da parte dei ragazzi che vede­va al pomerig­gio e l’ingresso nel­la casa di due gat­ti­ni.

Una mat­ti­na di quel triste 1994, Rosan­na aprì l’uscio e tro­vò un mici­no che la guar­da­va sgranan­do gli occhi. Era pic­co­lo pic­co­lo e Rosan­na lo prese e lo portò in cuci­na. Che fos­se sta­to il pen­siero buono di un vici­no o, come lei sostiene, l’intervento del­la man­zo­ni­ana Provvi­den­za, non si sa, ma il gat­ti­no bevve l’acqua dal­la cioto­la che gli veni­va por­ta e poi diede una lec­ca­ti­na alla mano di chi l’aveva soc­cor­so. La sig­no­ra Tani lo chi­amò Muset­to e prese ad accud­ir­lo come sem­pre face­va con ogni essere vivente, ani­male o pianta, vici­no a lei. Il micio, un gat­ti­no del­la raz­za più comune che ci sia, da spen­nac­chi­a­to divenne, in meno di un mese, bel­lis­si­mo: nell’aspetto e nei modi pare­va un ani­malet­to da mostra. Lo stes­so capitò poco tem­po dopo con un sec­on­do trovatel­lo, un mici­no che sta­vol­ta Rosan­na chi­amò Ser­afi­no.

I due gat­ti si ambi­en­tarono subito nell’appartamento delle Rive e non cer­carono vie di fuga o di avven­tu­ra. Con il col­lar­i­no antip­ul­ci al col­lo, cam­mi­na­vano dig­ni­tosi sui tap­peti del­la sala al mat­ti­no, in atte­sa che la padrona si alzasse, dato che loro era­no più mat­tinieri. Ma tut­to era pre­dis­pos­to per ogni loro neces­sità: la cas­set­ta con la sab­bia per i bisog­ni nat­u­rali, la cioto­la per l’acqua, la taz­za per il lat­te e il cibo da loro prefer­i­to. Cias­cuno ave­va scel­to un pun­to prefer­i­to del­la grande stan­za e lì si rag­gomi­tola­vano su se stes­si son­nec­chi­an­do. Quan­do sen­ti­vano Rosan­na cam­minare nel cor­ri­doio, si alza­vano, si stirac­chi­a­vano e le si face­vano incon­tro stro­fi­nan­do il muset­to ai suoi cal­zoni. Lei li accarez­za­va e, sen­za esager­are nelle sman­cerie, si met­te­va a occu­par­si del­la casa. Tut­to pros­egui­va tran­quil­lo, in un grande silen­zio, poche voci risuon­a­vano nelle stanze. Anche chi veni­va per rior­dinare sape­va il suo com­pi­to e non ave­va bisog­no di lunghi dis­cor­si. I gat­ti ripren­de­vano subito i per­son­ali inten­ti e perde­vano ore a lec­ca­r­si le zam­pette ante­ri­ori, a stro­finare la lin­gua sul pelo. In genere non lit­i­ga­vano, ma se suc­cede­va, era­no redar­gui­ti soprat­tut­to da chi dove­va rac­cogliere i peli las­ciati dalle baruffe. Era­no guai di poco con­to. Il pomerig­gio i mici era­no con­tenti dell’arrivo di gio­vani stu­den­ti. Quan­do vede­vano la padrona inten­ta a tradurre e a spie­gare costruzioni bis­lac­che in gre­co o in lati­no, salta­vano sul tavo­lo da lavoro ora l’uno ora l‘altro e cam­mi­na­vano su e giù sopra le pagine di lib­ri e quaderni. Costringevano gli umani a pren­der parte del­la loro vita diver­tendosi placida­mente. A sera, quan­do l’ultimo ospite era usci­to, i sig­nori gat­ti aspet­ta­vano il momen­to che Rosan­na cenasse, rior­di­nasse la cuci­na e si sedesse sul divano davan­ti al tele­vi­sore. All’accendersi del video, balza­vano sul divano sen­za sfor­zo, Muset­to alla destra e Ser­afi­no alla sin­is­tra di Rosan­na; le sfio­ra­vano i fianchi e si acciambella­vano ai due lati del­la padrona sen­za aspet­tar­si nul­la. In questo modo rompe­vano il velo del­la soli­tu­dine così pesante alla sera. La sig­no­ra Tani si anda­va via via tran­quil­liz­zan­do delle pre­oc­cu­pazioni del­la gior­na­ta e rius­ci­va a seguire tut­ti i tele­gior­nali dei vari canali o le trasmis­sioni sull’attualità.

Quan­do speg­ne­va le luci per entrare in cam­era, i due gat­ti l’avevano già pre­ce­du­ta e li trova­va spa­paran­za­ti sul let­to ai pie­di del­la cop­er­ta.  Così ogni notte e ogni giorno.

Muset­to è mor­to nel 2011, Ser­afi­no nel 2012; la sig­no­ra ha fat­to cre­mare i loro cor­pi e ne ha tenu­to le ceneri.

Ora Rosan­na Tani ha Titi­na, una gio­vane micia nos­trana, anche lei trasfor­ma­ta da ani­malet­to sel­vati­co in una gat­ti­na dal pelo sof­fice, vel­lu­ta­to. È birichi­na anco­ra e va in cer­ca di avven­ture, facen­do pre­oc­cu­pare non poco la padrona, ma poi alla sera cer­ca Rosan­na e le si accoc­co­la sul let­to.

(A.D.)