Andrà in vendita l’enorme struttura, ora proprietà della Provincia di Cremona. Futuro alberghiero per l’ex sanatorio. Su tempi e cifre solo «voci»

Grand Hotel «Cremonese»

23/01/2007 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Sergio Zanca

L’Amministrazione provin­ciale di Cre­mona ha inen­zione di vendere lo splen­di­do immo­bile di sua pro­pri­età (l’«Istituto Cre­monese», come è chiam­a­to), sit­u­a­to sul lun­go­la­go di Mader­no. Si par­la di un prez­zo sui 13 mil­ioni di euro, anche se le autorità del­la cit­tà del Tor­raz­zo man­ten­gono il ris­er­bo su cifre, tem­pi e modi, pur con­fer­man­do che il com­p­lesso sarà venduto.Nel dopoguer­ra l’edificio, ex hotel Bris­tol, ospi­ta­va bam­bi­ni a ris­chio di infezioni pol­monari e figli di degen­ti nei sana­tori, dismes­so negli anni 70, è sta­to in parte ristrut­tura­to recen­te­mente. Dopo la ven­di­ta, dice il Comune, man­ter­rebbe una des­ti­nazione alberghiera.È un immo­bile molto grande, sicu­ra­mente «spendibile» sul mer­ca­to: cir­ca 11mila metri cubi la vol­ume­tria com­p­lessi­va, di cui 8.800 il fab­bri­ca­to prin­ci­pale, su sei piani, con una grande ter­raz­za, e 2mila metri cubi del­la vic­i­na palazz­i­na a due piani, la vil­let­ta del cus­tode, il bloc­co dei servizi, eccetera. C’è poi un’area di 8.500 metri qua­drati, di cui 1.000 cop­er­ti e 7.500 il gia­rdi­no, con 160 piante (abeti, allori, albic­oc­chi, cachi, cedri del Libano, cipres­si, mag­no­lie, nespoli, ole­an­dri, olivi, palme, pini marem­mani, pruni, rodo­den­dri e tigli). Il fronte a lago è di 120 metri.Dopo la chiusura, avvenu­ta negli anni Set­tan­ta, tossi­codipen­den­ti e dis­ere­dati trovarono modo di entrare di sop­pi­at­to nel­la strut­tura abban­do­na­ta, come rifu­gio provvi­so­rio. Nel set­tem­bre 1980 il Con­sorzio anti­tu­ber­co­lare, che ne era pro­pri­etario, donò il tut­to alla Ammin­is­trazione provin­ciale di Cre­mona che, in tem­pi suc­ces­sivi, cer­cò inutil­mente di vendere.Nel 2000 la vira­ta. Ci si ori­en­tò infat­ti ver­so un’altra soluzione: cedere in comoda­to gra­tu­ito (per 99 anni) all’Ente ospedaliero di Sospiro che, nel­la local­ità a una dozzi­na di chilometri dal­la cit­tà del Tor­raz­zo, ospi­ta 750 anziani non auto­suf­fi­ci­en­ti, dis­abili, per­sone sof­fer­en­ti di prob­le­mi psichi­ci, eccetera, ed ha più di sei­cen­to dipen­den­ti. L’o­bi­et­ti­vo: trasfor­mare l’immobile di Mader­no in un cen­tro vacanze capace di accogliere, a turno, grup­pi di pazi­en­ti, accom­pa­g­nati da infer­mieri, edu­ca­tori, fisioter­apisti. Un’iniziativa guar­da­ta con favore, per­chè avrebbe avu­to riper­cus­sioni pos­i­tive sull’indotto.Approfittando del fat­to che il Piano rego­la­tore con­sen­ti­va aumen­ti di vol­ume­tria per cir­ca 3mila metri cubi, Sospiro ha incar­i­ca­to l’impresa Castel­li di Mor­beg­no di effet­tuare i lavori di ristrut­turazione (ulti­mati nel gen­naio 2005), su prog­et­to di Mari­no Bet­ti­nazzi, per un impor­to di cinque mil­ioni di euro.Adesso l’Amministrazione provin­ciale di Cre­mona ha deciso di tornare sui suoi pas­si. E di vendere al miglior offer­ente, par­tendo da una base di 13 mil­ioni di euro. L’intenzione è di des­tinare una parte del rica­va­to al bilan­cio dell’Ente di Sospiro, e una parte a un fon­do socio-assistenziale.Nei giorni scor­si il sin­da­co Pao­lo Ele­na, durante un’assemblea pub­bli­ca, ha ram­men­ta­to che «occor­rono altri tre o quat­tro mil­ioni di euro per com­pletare l’edificio, che dopo la ven­di­ta avrebbe des­ti­nazione ad alber­go, e per sis­temare il par­co ester­no. L’acquirente dovrebbe sbor­sare parec­chi quat­tri­ni. Bisogna trovare chi investe, e non è facile — ha osser­va­to anco­ra il sin­da­co -, anche se ci sono casi di questo tipo. In questi ulti­mi anni, in local­ità Bor­ni­co, i preti del­la con­gregazione di don Ori­one han­no rimod­er­na­to Vil­la Maria, trasfor­man­dola in alber­go. In piaz­za Cadu­ti un milanese ha investi­to quat­tro mil­iar­di di vec­chie lire nell’Astra, ripar­tendo alla grande. Molti oper­a­tori han­no spe­so, rilan­cian­do le loro strut­ture. Altri, invece, dispon­gono di hotel che, essendo privi degli stan­dard min­i­mi, andreb­bero o adeguati o demoli­ti. In ogni caso riten­go assur­do che i fab­bri­cati resti­no vuoti o abban­do­nati all’in­cu­ria. Le scelte ven­gono det­tate dal mer­ca­to».