Diciannove opere di Ottavio Giacomazzi al Castello di Malcesine. Non si sarebbe potuto trovare luogo più adatto per una personale del pittore melsineo Ottavio Giacomazzi.

I colori del lago di Giacomazzi

01/06/2000 in Avvenimenti
Di Luca Delpozzo

Dician­nove opere di Ottavio Gia­co­mazzi al Castel­lo di Mal­ce­sine. Non si sarebbe potu­to trovare luo­go più adat­to per una per­son­ale del pit­tore melsi­neo Ottavio Gia­co­mazzi, se non il Castel­lo, che l’artista, purtrop­po scom­par­so pre­mat­u­ra­mente lo scor­so anno, ama­va tanto.La mostra, che ver­rà allesti­ta in sala Labia e vi rimar­rà da saba­to 3 (alle ore 18 l’in­au­gu­razione) al 30 giug­no, e che per neces­sità spaziali è poco più che un omag­gio, riper­corre breve­mente i momen­ti più impor­tan­ti del­la sua attiv­ità artistica.Non si trat­ta di una ret­ro­spet­ti­va anto­log­i­ca, che avrebbe richiesto un mag­gior numero di tes­ti­mo­ni­anze pit­toriche, ma nem­meno del­la doc­u­men­tazione di un dato peri­o­do. Le tele esposte sono un excur­sus che attra­ver­sa le diverse sta­gioni del­la ricer­ca di Gia­co­mazzi, dal 1960 al 1997.Il pit­tore melsi­neo, che studiò a Stoc­car­da con Man­fred Hen-ninger, fu conosci­u­to e capi­to mag­gior­mente all’es­tero che non in Italia. Tut­tavia molti dei crit­i­ci più impor­tan­ti ital­iani si sono occu­pati dei suoi quadri;tra i tan­ti ricor­diamo Giuseppe Mar­chiori, Gillo Dor­fles, Gior­gio Corten­o­va, Enri­co Mas­cel­loni, e Alber­to Lui. L’ispi­razione che quest’artista trae­va dal­la pro­pria ter­ra, è risul­ta­ta fon­da­men­tale. “A Gia­co­mazzi”, scrive Ele­na Pon­tig­gia nel cat­a­l­o­go, ” il lago piace­va soprat­tut­to come reper­to­rio cro­mati­co, come inesauri­bile inven­zione di toni e col­ori. Era per lui una grande tavoloz­za, che non man­ca­va mai di sor­pren­der­lo. Gli piace­va soprat­tut­to l’in­sta­bil­ità del pae­sag­gio, l’ac­qua che diven­ta dunque un metafo­ra esisten­ziale, un sim­bo­lo del nos­tro svanire”.L’artista ruba, dunque, alla natu­ra e alla vita, il sen­so di pre­ca­ri­età, di bre­vità, per trasferir­lo nelle pro­prie opere: “C’era nei suoi seg­ni qual­cosa “, scrive anco­ra Pon­tig­gia, “che allude­va sem­pre, in maniera disc­re­ta e come intimidi­ta, al pas­sare del tem­po, al fat­to che la nos­tra vita è attra­ver­sa­ta dal­la morte. Per questo i mate­ri­ali che predilige­va era­no soprat­tut­to le carte, che pote­va lac­er­are, e poi medicare, come ferite anco­ra aperte”.L’uso delle carte giap­pone­si pro­prio per questo si fa essen­ziale nel­la sua arte; Gia­co­mazzi le strap­pa, le lac­era, le sovrap­pone, le col­o­ra, crea così un qual­cosa di mate­ri­ale ma che allo stes­so tem­po sus­ci­ta nel­lo spet­ta­tore il sen­so di un oltre che si tro­va al di là del­la fìsi­ca super­fi­cie del­l’­opera

k.t.

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