I dileggi dei “Ciòca Mars”

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Di Luca Delpozzo
Alberto Rigoni - Rigù

Era molto sim­pat­i­ca per l’allegria e la vivac­ità, ora in totale dis­u­so, se non nei rac­con­ti; atte­sa per­ché dava un tono alla fine dell’inverno ed era pure un bre­vis­si­mo momen­to di alle­gria (per qual­cuno).

Impor­tante citar­la non solo per l’allegro ricor­do, ma anche per le sue orig­i­ni che han­no anche la prove­nien­za molto remo­ta.

Alla fine di feb­braio, negli ulti­mi due giorni, i gio­vani anda­vano a “ciocà Mars”, bat­tere Mar­zo che arriva­va e “semen­tà”, cioè pren­dere in giro ragazze da mar­i­to e donne gio­vani e anche mar­i­tate con una sor­ta di can­ti sgua­iati.

Queste riceve­vano una specie di ser­e­na­ta vociante e fra­cas­sona col cui can­to veni­vano accop­pi­ate a per­son­ag­gi carat­ter­is­ti­ci che in molti pae­si ci sono sta­ti, come pure ad ogget­ti o cose tipiche del lavoro, ma sem­pre in modo dis­pre­gia­ti­vo, e tal­vol­ta al Tizio od al Caio che in assen­za di mar­i­ti pote­vano sus­citare gelosie e rab­bie.

Rac­colti gli “stru­men­ti” per suonare e cioè vec­chie pen­tole rotte, lat­te e bidoni, e qualche cop­er­chio in dis­u­so, il grup­po parti­va facen­do un gran fra­cas­so con gli “stru­men­ti”, per­cuo­ten­doli con dei bas­toni, men­tre da dietro le finestre chiuse, le ragazze e le donne, con curiosità e un poco di ansia, spi­a­vano attra­ver­so le fes­sure delle per­siane, per sen­tire quan­to sarebbe sta­to loro ris­er­va­to, in cuor loro pen­san­do che avreb­bero ascolta­to i mes­sag­gi riv­olti a qualcun’altra.

La lun­ga filas­troc­ca can­ta­ta e accom­pa­g­na­ta dal con­cer­to dei bidoni di lat­ta, las­ci­a­va molte volte un seg­no di rab­bia su quelle donne che non gradi­vano quel tipo di accosta­men­to, soprat­tut­to se indi­vid­u­a­vano mes­sag­gi di avvio alla stra­da del­lo zitel­lag­gio, oppure, su altre, la percezione che una qualche tresca potesse essere sta­ta scop­er­ta por­ta­va delle reazioni tan­gi­bili, ed altre anco­ra era­no seg­nalate a qualche per­son­ag­gio locale, e pure a qualche carat­ter­is­ti­co ogget­to del loro modo si vivere e altre fan­tasie.

Ricor­do un abbina­re una ragaz­za, purtrop­po non bel­la, alla bar­ba delle sue capre; erava­mo nel 1944, in una sera di pausa dalle incur­sioni del Pip­po e cioè quell’aereo che sor­vola­va di notte i nos­tri ter­ri­tori facen­do mol­ta pau­ra, e che lan­ci­a­va anche bombe

Altre volte era qualche spasi­mante respin­to a cer­care una sor­ta di vendet­ta, ma mai, pro­prio mai era­no ser­e­nate roman­tiche.

I testi diver­ten­ti e gus­tosi era­no questi:

El ciò­ca Mars sö ches­ta tèèèra! Bat­te Mar­zo su ques­ta ter­ra!

più volte ripetu­ta con for­ti colpi di bas­tone sui bidoni e le lat­te

Se ghà de maridà na s‑cèta bèla! Si deve mar­itare una ragaz­za bel­la !

Ch’éla, chi no èla??? Chi è, chi non è???

L’è la bèla!!! È la bel­la !!!

Chi töèla? Chi prende ?

Èl… il…

e via col gran con­cer­to di bidoni

Domeghèl? Diamoglielo ?

Domeghèl! Diamoglielo !

Con assor­dante accom­pa­g­na­men­to di urla e del­la “musi­ca”. Però l’abbinamento pote­va non essere quel­lo gius­to o volu­to, e si inton­a­va anche una rispos­ta, mag­a­ri di un altro grup­po in con­trap­po­sizione che non pas­sa­va lì per caso!

Ed allo­ra:

Ma la la völ miaaaa! Ma non lo vuole!

Alu­ra chi ghe dome? Allo­ra chi le diamo ?

Èl s‑ciòr… de la mag­ius­t­ri­na!

Il Sign­or… del­la mag­ius­t­ri­na!

La la völ miaaaa! Non lo vuole!

Chi ghe dome? Chi le diamo ?

Èl fiöl del fatùr! Il figlio del fat­tore !

La la völ miaaaa! Non lo vuole !

Alu­ra chi ghe dóme? Allo­ra chi le diamo?

La bar­ba de le sò cavre! La bar­ba delle sue capre!

Domeghèle ? Diamogliele?

Domeghèle !

Diamogliele! L’armonia dei bidoni rag­giunge­va il mas­si­mo, e men­tre dietro le per­siane si con­suma­vano momen­ti di rab­bia e di dis­ap­pun­to, e poi quel­la fan­fara si sposta­va ver­so nuove case con altre finestre “curiose” sot­to le quali, a rispet­tosa e “con­ve­nien­te­mente” dis­tan­za, con­tin­uare l’avventura.

In qualche local­ità ques­ta usan­za si chia­ma­va “tra­to-mar­so” e si è dibat­tuto sull’origine del nome: “con­trat­to di mar­zo?” –“ invi­to a mar­zo”? – tira­ta o tira­to (come entra­ta) di mar­zo.

Irrisolto il dub­bio, res­ta la certez­za che fos­se quel­la la allo­ra cel­e­brazione di Cal­endi­mar­zo con l’inizio dei tepori di pri­mav­era che san­ci­vano l’avvio dell’anno.

Era cos­tume accen­dere dei fuochi o falò anche recen­te­mente, come ripreso nell’era Cris­tiana e nel rin­cor­rersi equinozio – sol­stizio — equinozio sospin­to dalle cel­e­brazioni reli­giose, come pure quelle dei lumi e poi lumi­ni di Ognis­san­ti e del suc­ces­si­vo giorno dei mor­ti e ricor­dan­do pure il rin­cor­rersi del fred­do e del cal­do: San Vincèns de la gran fredüra e San Lorèns de la gran calüra, póc i düra San Vin­cen­zo è il 22 gen­naio e San Loren­zo il 10 Agos­to.

L’uso di cel­e­brare la fine dell’inverno, però, vige­va pres­so i Ceno­mani (in Valte­n­e­si dal 200 a.c.) che dal­la Gal­lia ave­vano impor­ta­to l’uso di cel­e­brare l’arrivo del­la Pri­mav­era. Questi si disponevano in grup­pi vocianti attorno a falò acce­si sulle cime dei col­li in modo da comu­ni­care di colle in colle, come l’uso gal­li­co, e con urla e can­ti ne cel­e­bra­vano un loro rude bac­canale.

L’uso di cel­e­brare a Venere per le Cal­ende di Mar­zo ave­va fes­teggia­men­ti più ordi­nati, anche se alcu­ni autori attribuis­cono solo ai Romani queste abi­tu­di­ni.

trat­to da Note ed appun­ti di tradizioni e folk­lore garde­sano

 

Pri­ma pub­bli­cazione il: 17 April 2020 @ 15:17

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