Lui, Mario, 67 anni, bandiera della gardesanità. Lei, Sara, 30 anni, figlia d’arte. Espongono i loro quadri a Palazzo Pompei Carlotti, un piano per ciascuno

I Malfer, padre e figliaartisti oIra in mostra

04/07/2008 in Attualità
Parole chiave:
Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Lui si chia­ma Mario e ha ses­san­tasette anni, lei Sara e ne ha trenta. Di cog­nome: Malfer. Lui è il padre, lei la figlia. Di mestiere, tut­ti e due, sono artisti, pit­tori. Lui a olio, su grande dimen­sione, lei ad acquerel­lo, in for­ma­to più piccolo.Sabato scor­so padre e figlia han­no inau­gu­ra­to la loro pri­ma mostra assieme, nel­la sale di palaz­zo Pom­pei Car­lot­ti, a Gar­da. La ter­ran­no aper­ta sino a domeni­ca, tutte le sere, dalle 18 alle 22.30. Vale davvero la pena vis­i­tar­la. Per­ché in quelle opere c’è tan­to, tan­to lago. E c’è Gar­da. Con le sue luci, i suoi col­ori, il suo vis­su­to, il suo pre­sente, il pas­sato evo­ca­to sul­la tela.Mario Malfer è un autore affer­ma­to. Le sue opere fan­no parte di collezioni in mez­zo mon­do. Nati­vo di Gar­da, figlio di famiglia iscrit­ta alla Cor­po­razione degli antichi orig­i­nari, è emi­gra­to per quarant’anni in Lom­bar­dia, a Macherio, Bri­an­za. Pri­ma che una insop­porta­bile nos­tal­gia lo ripor­tasse sul lago, a dipin­gere, cer­to, ma anche ad andare a pesca con la dirlindà­na, nel silenzio.Qui, nel­la sua Gar­da, è gius­ta­mente, orgogliosa­mente con­sid­er­a­to un pun­to di rifer­i­men­to. Artista impor­tante in una cit­tad­i­na che di artisti ne ha avu­to e ne ha parec­chi. Espone adesso una quar­an­ti­na di opere. Tele impor­tan­ti, dai col­ori qua­si abbaglianti, oppure, al con­trario, per­vase d’intimismo. Tra il fig­u­ra­ti­vo e l’informale: stile per­son­alis­si­mo. Ma c’è una sezione nuo­va, qua­si inat­te­sa: una serie di pic­cole opere — non a caso indi­cate con l’appellativo di «stu­dio» — che fan­no qua­si riv­i­vere una Gar­da che non c’è più: pesca­tori dal brac­cio mus­coloso che ram­men­dano le reti, lavandaie al ritorno dal­la riva, la piaz­za del por­to con le cor­riere di lin­ea e il chioschet­to dell’Albino Pesce Fino. Un dis­til­la­to di nostalgia.Sara Malfer è nata in ter­ra lom­bar­da. Espone anche lei una quar­an­ti­na di quadri. Ha stu­di­a­to a Brera, in accad­e­mia. A Gar­da c’è venu­ta otto anni un po’ per amore un po’ per forza: i gen­i­tori trasferi­tisi lì, e allo­ra… Pri­ma facen­do un po’ la pen­dolare fra il lago e . Poi apren­do stu­dio e trasfer­en­dosi defin­i­ti­va­mente. Lei, min­u­ta, usa tonal­ità lievi. Alla ricer­ca d’uno stile tut­to suo.All’acquerello Sara Malfer c’è arriva­ta quat­tro anni fa, trovan­do final­mente la sua dimen­sione, dopo aver prova­to la grafi­ca, l’acrilico, l’olio. Per­ché avere un padre artista può essere un tram­poli­no, ma anche un fardel­lo. E che stia impara­n­do ad amare Gar­da lo si intravede nelle opere più recen­ti, con la solar­ità garde­sana che com­in­cia a far capoli­no. Ed avvince per levità.Padre e figlia, artisti, uni­ti ora in una mostra. ma rig­orosa­mente indipen­den­ti: a lei un piano del palaz­zo, a lui un altro. Così come riven­di­cano indipen­den­za nell’attività: lei ha stu­dio in via Garibal­di, lui, guar­da caso, in via Malfer.Da qualche tem­po, è vero, lavo­ra­no tal­vol­ta nel­lo stes­so lab­o­ra­to­rio, ma è solo una ques­tione con­tin­gente: lui in un ango­lo, lei nell’altro. Uni­co con­tat­to, l’ammirazione del lavoro dell’altro. Rispet­tosa­mente.

Parole chiave: