La frana del tre febbraio 1999 sulla Gardesana Occidentale non fu un «caso fortuito», ma un fatto di «normale prevedibilità».

I periti si pronunciano

27/06/2000 in Avvenimenti
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Di Luca Delpozzo
Simone Buttura

La frana del tre feb­braio 1999 sul­la non fu un «caso for­tu­ito», ma un fat­to di «nor­male preved­i­bil­ità». È ques­ta la con­clu­sione cui giunge la volu­mi­nosa per­izia che l’ingegner Enri­co Man­fri­ni di Rovere­to e il geol­o­go Lui­gi Frassinel­la di Tren­to han­no elab­o­ra­to in questi mesi su manda­to del sos­ti­tu­to procu­ra­tore del­la Repub­bli­ca Fabio Biasi, che sta cer­can­do di far luce sul­la trag­i­ca frana che uccise tra Limone e Riva il pen­sion­a­to trenti­no Gino Avanci­ni. Ricor­diamo che le ipote­si di reato con­tem­plate dal fas­ci­co­lo del pm di Rovere­to van­no dall’omicidio col­poso all’omissione col­posa di cautele o difese con­tro dis­as­tri o infor­tu­ni sul lavoro e alla rimozione od omis­sione dolosa di cautele con­tro infor­tu­ni su lavoro. «Lo stu­dio geomec­ca­ni­co dell’ammasso roc­cioso in cor­rispon­den­za e nelle vic­i­nanze del­la nic­chia di dis­tac­co del 3 feb­braio ’99 — scrivono Man­fri­ni e Frassinel­la — ha con­sen­ti­to di indi­vid­uare ulte­ri­ori situ­azioni propense al rilas­cio d’elementi lapi­dei aven­ti vol­ume forte­mente vari­abile. La metodolo­gia d’indagine adot­ta­ta — aggiun­gono i due tec­ni­ci — non richiede abil­ità tec­niche ecce­den­ti l’ordinaria com­pe­ten­za pro­fes­sion­ale del geol­o­go, né capac­ità fisiche supe­ri­ori alla nor­ma… L’assenza di uno stu­dio geo­logi­co esaus­ti­vo dell’argomento non è dovu­ta alla lunghez­za di tem­pi tec­ni­ci ben­sì alla man­ca­ta deci­sione di eseguir­lo. Si ritiene per­tan­to che fos­se pos­si­bile local­iz­zare, con le con­suete metodolo­gie oper­a­tive, le aree esposte a ris­chio immi­nente di crol­li roc­ciosi e che tale opera dovesse essere giun­ta a com­pi­men­to in tem­po utile per pre­venire l’evento del 3 feb­braio». Le con­clu­sioni del­la per­izia sono des­ti­nate a soll­e­vare nuove polemiche sul­la trage­dia. Dici­amo subito che sec­on­do i due esper­ti la Provin­cia Autono­ma di Tren­to, che sette mesi pri­ma del­la frana assunse la respon­s­abil­ità di manutenere il trat­to trenti­no di Garde­sana, non ebbe «il tem­po tec­ni­ca­mente suf­fi­ciente per uno stu­dio com­ple­to del ver­sante sopras­tante, dis­si­pa­to dal­la lentez­za e dalle inadem­pien­ze dell’Anas». La pri­ma di queste inadem­pien­ze riguarderebbe la man­can­za del geol­o­go pre­vis­to nel­la pianta organ­i­ca dell’Anas per la zona in ques­tione, che si trova­va di stan­za in Puglia. Nel novem­bre ’96 il Com­par­ti­men­to del Trenti­no Alto Adi­ge scrisse a quel­lo di Bari per chiedere la disponi­bil­ità per «bre­vi peri­o­di lim­i­tati» del geol­o­go in servizio pres­so il com­par­ti­men­to pugliese, ma Bari rispose espri­men­do parere neg­a­ti­vo per «motivi di dis­tan­za e carichi di lavoro». Una sec­on­da manchev­olez­za evi­den­zi­a­ta dai per­i­ti riguar­da i sen­sori di mon­i­tor­ag­gio del­la parete. Instal­lati a tito­lo sper­i­men­tale, causarono «notev­ole fal­si allar­mi» che indussero i tec­ni­ci a rimuo­vere il semaforo che scat­ta­va in caso di peri­co­lo e non furono mai più rimes­si in fun­zione dopo il fur­to dei sen­sori e del cavo elet­tri­co di trasmis­sione nel novem­bre ’97. I per­i­ti con­cludono affer­man­do che le metodolo­gie nec­es­sarie per prevedere una frana «sono state acquisite da decen­ni». Ma sul­la Garde­sana non sareb­bero state applicate.

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