La Serenissima ebbe una piccola flotta nelle acque del lago di Garda

I segreti della Galea nel lago

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Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

La Serenis­si­ma ebbe una pic­co­la flot­ta nelle acque del lago di Gar­da. I veneziani affrontarono, durante il Quat­tro­cen­to, battaglie lacus­tri per il man­ten­i­men­to del Dominio di Ter­rafer­ma. Il Sen­a­to veneziano deliberò addirit­tura, l’1 dicem­bre 1438, d’in­viare una flot­ta sul Gar­da attra­ver­so i mon­ti per con­trastare gli attac­chi del Duca­to di . E l’an­no suc­ces­si­vo, infat­ti, la Repub­bli­ca, al fine di cogliere alle spalle le truppe vis­con­tee, fece trasportare le imbar­cazioni dal­l’Adri­ati­co alle acque bena­cen­si pres­so Tor­bole, pri­ma lun­go il fiume Adi­ge e quin­di fati­cosa­mente sui car­ri attra­ver­so le mon­tagne. Fu un’im­pre­sa tal­mente ard­ua da diventare mit­i­ca. I resti di una galea del­la flot­ta veneziana pos­sono essere ammi­rati nel Museo di Mal­ce­sine, allesti­to in una sala alla base del­la torre. Al ritrova­men­to del­l’im­por­tante relit­to il gio­vane Mas­si­mo Capul­li dedicò, alla fine degli anni Novan­ta, la tesi di lau­rea dis­cus­sa a Ca’ Fos­cari, diven­ta­ta ora un bel vol­ume edi­to da Mar­silio, inti­to­la­to «Le navi del­la Serenis­si­ma. La “galea” di Lazise». L’im­por­tan­za del reper­to garde­sano è cos­ti­tui­ta dal fat­to che pri­ma gli stu­di sulle galee — prin­ci­pale tipo d’im­bar­cazione del­la marine­r­ia veneziana — avveni­vano solo su base doc­u­men­taria. I pesca­tori sape­vano del­l’e­sisten­za del relit­to. Ma sola­mente a metà degli anni Ses­san­ta del sec­o­lo scor­so, medi­ante una serie di com­p­lesse cam­pagne arche­o­logiche sub­ac­quee con­dotte con la super­vi­sione del prof. Francesco Zorzi, è sta­to pos­si­bile pro­cedere al recu­pero e conoscere così, in modo appro­fon­di­to, le tec­niche costrut­tive delle imbar­cazioni che dife­sero anche le sponde lacus­tri da incur­sioni di eserci­ti e da bande armate. I leg­ni del­l’im­bar­cazione si sono con­ser­vati gra­zie al fon­dale del lago, fan­goso nel pun­to del ritrova­men­to, all’am­bi­ente fred­do e al buio, con la con­seguente scarsa attiv­ità bio­log­i­ca. «Si trat­ta del pri­mo esem­plare di nave lun­ga rin­venu­to, affi­an­ca­to solo in anni recen­ti dal­la scop­er­ta, nel­la lagu­na di Venezia, del­la galea di San Mar­co in Boc­cala­ma», di cui molti ricorder­an­no le ampie notizie pub­bli­cate dal­la stam­pa. L’el­e­gante vol­ume a grande for­ma­to, edi­to con il patrocinio del Min­is­tero dei Beni cul­tur­ali e di vari enti pub­bli­ci, è arti­co­la­to in sei capi­toli che appro­fondis­cono gli aspet­ti stori­ci, le cinque cam­pagne arche­o­logiche del recu­pero, lo stu­dio dei reper­ti, la vicen­da delle galee e delle fuste veneziane nel Medio­e­vo e nei sec­oli suc­ces­sivi, l’ev­i­den­za arche­o­log­i­ca del relit­to, ed altro anco­ra. Il libro, arric­chi­to da immag­i­ni, si con­clude col glos­sario e con la bib­li­ografia. Si trat­ta, quin­di, di un’im­por­tante pag­i­na di sto­ria garde­sana che arric­chisce gli stu­di bena­cen­si del lun­go e ril­e­vante peri­o­do vene­to.

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