Di quando in quando si affacciano alla soglia della memoria i ricordi del passato.

I vecchi, attuali, detti

30/05/2000 in Leggende
A Affi
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Di Luca Delpozzo
Lino Monchieri

Di quan­do in quan­do si affac­ciano alla soglia del­la memo­ria i ricor­di del pas­sato. Ques­ta è la vol­ta dei det­ti popo­lari che accom­pa­g­na­vano la nos­tra cresci­ta, in tem­pi deser­ti di oro­scopi e di let­ture astro­logiche di cui sovrab­bon­dano le edi­cole dei nos­tri giorni. Allo­ra ci si affi­da­va all’autorevolezza dei non­ni che tra­man­da­vano alle gen­er­azioni in sali­ta il pat­ri­mo­nio di saggez­za popo­lare dis­til­la­to nel lun­go incalzare degli anni. Una scuo­la aper­ta all’immediata conoscen­za delle cose che mira­va drit­to all’intelligenza dei fat­ti; in cam­po prati­co, ad una let­tura del­la realtà non pri­va di ris­volti fan­tas­ti­ci che met­te­vano alla pro­va la stes­sa immag­i­nazione cre­ati­va nel momen­to più imme­di­a­to dell’approccio agli even­ti, agli accadi­men­ti del­la quo­tid­i­an­ità. Si com­in­ci­a­va in autun­no, per finire alle soglie del­la pri­mav­era: era una sequen­za inin­ter­rot­ta di sen­ten­ze prover­biali derivate dall’attenta e rin­no­va­ta rif­les­sione sul ciclo litur­gi­co-sta­gionale e dall’inevitabile osser­vazione det­ta­ta dall’esperienza del­la vita. Un’esperienza mat­u­ra­ta, giorno dopo giorno, den­tro la pecu­liare sostan­za del vivere alle prese con gli essen­ziali con­tenu­ti cul­tur­ali dell’evoluzione tem­po­rale. In virtù del­la tradizione vis­su­ta in stret­tis­si­mo rap­por­to con la natu­ra, rara­mente i non­ni sbagli­a­vano nelle loro pre­vi­sioni che pare­vano tolte di peso da un pron­tu­ario magi­co. A ben vedere c’era di che mer­av­igliar­si, con­statan­do che il det­to del non­no ave­va cen­tra­to il bersaglio quan­do — alla vig­ilia dei giorni dei San­ti e dei Defun­ti — sen­ten­zi­a­vano: «Ai sancc con l’ombrèla ai mor­cc co la capèla». (E vicev­er­sa, per non ved­er smen­ti­ta la pro­fezia: «Ai sancc co la capèla ai mor­cc co l’ombrèla»). Il tut­to per sig­nifi­care, sen­za tema di smen­ti­ta l’alternarsi del­la piog­gia e del sereno pre­visti per il 1° e per il 2 di novem­bre, appun­to, fes­tiv­ità dei San­ti e dei Mor­ti. A seguire, la più facile delle pre­vi­sioni: «A san Martì — ve bu ’l vì», per ricor­dare che il frut­to del­la recente pote­va già ral­le­grare le mense quo­tid­i­ane. Per il 2 dicem­bre era pronta la rel­a­ti­va sen­ten­za: «Se ’l fiò­ca a san­ta Bib­iana la vè zô per ’na seti­mana». (La san­ta mar­tire romana, mor­ta decap­i­ta­ta per la sua fede, veni­va invo­ca­ta anche con­tro il mal di tes­ta: «Quan che go ’l cô chè döl l’è la san­ta chè ghè öl». Il 13 dicem­bre, giorno di san­ta Lucia? Il det­to popo­lare face­va rifer­i­men­to sia all’evolversi del­la sta­gione che alla lun­ga notte dei bam­bi­ni in atte­sa dei doni: «L’è la nòt dè san­ta Lüsia la piö lon­ga chè ghè sia». E dopo la notte più lun­ga, il giorno prende a guadagnare spazio per sé e per la luce. La sequen­za che segui­va, è il caso di dir­lo, si face­va illu­mi­nante: «A Nedàl, en pas dè gal» per dire che già si com­in­cia a far con­to dei minu­ti… «A Pasquè­ta, mesurè­ta». All’ (Pasquè­ta nel ger­go dialet­tale) i minu­ti rag­giun­gono la mez­zo­ra. E al 17, fes­ta di Sant’Antonio Abate, patrono degli ani­mali di cam­pagna, si è già al guadag­no d’un’ora: «A sant’Antòna — n’ura bòna». Dopo di che seguiv­ano inequiv­o­ca­bili le spìe del­la nuo­va sta­gione: «I sàncc Fabià è Bas­cià i vè co la viöla ’n mà». È il 20 di gen­naio. Il giorno dopo i san­ti Fabi­ano e Sebas­tiano, è sant’Agnese che fa dire: «A sant’Agnés la löser­ta ’n dè la sés», mostran­do al timi­do sole di sta­gione la pri­ma temer­aria lucer­to­la a cac­cia di cal­duc­cio. Il 2 feb­braio era imman­ca­bile il ritor­nel­lo che can­tile­na­va: «La Madò­na can­delöra dè l’invéren som za föra… Ma s’èl piöf è tìra vènt ne l’enveren turnom dènt». Il 3 feb­braio si invo­ca­va san Bia­gio a pro­tezione del­la gola. Il tradizionale rito delle can­dele incro­ci­ate tese dal cel­e­brante a benedire la gola, sug­geri­va il det­to popo­lare: «Pre­ga san Bias per la tò gola è tas». Pre­gare fa bene, pare voglia dire, ma fa meglio de rispar­mi la gola… tacen­do, per osser­vare un salutare silen­zio. A metà feb­braio, giorno del san­to pro­tet­tore del­la cit­tà, si usa­va dire che i rig­ori del­la cat­ti­va sta­gione era­no agli sgoc­ci­oli talché usa­va dire: che «san Faüstì l’è l’öltem mer­cànt dè néf». Mar­zo veni­va annun­ci­a­to per quel che in realtà si era mer­i­ta­to nel cor­so di una prova­ta e col­lau­da­ta espe­rien­za diret­ta: offri­va giorni ora soleg­giati ora piovosi, per cui: «L’è mars: en pò sul, en pò sguass». Inevitabile, il 21 con l’inizio sta­gionale del­la pri­mav­era, citare: «A san Benedèt — la ron­de­na l’è sota ’l tèt». Gli avver­ti­men­ti rel­a­tivi al modo di affrontare l’inclemenza del tem­po, a tutela del­la salute, riguar­da­vano l’abbigliamento ed era­no det­tati da una anti­ca saggez­za popo­lare mai così per­en­to­ria. Non a caso, per l’occasione, il dialet­to las­ci­a­va spazio alla lin­gua, per sig­nifi­care che il rifer­i­men­to anda­va alla pru­dente grad­u­al­ità ben oltre il lim­i­ta­to orti­cel­lo di casa; e dunque: «Aprile, non ti sve­stire. Mag­gio, va ada­gio. Giug­no, poi, fa quel che vuoi». E così via. Con la memo­ria che fa tesoro dei det­ti popo­lari come di un pat­ri­mo­nio che non teme l’usura del tempo.

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