Le raffigurazioni medievali dell’episodio evangelico raccontano anche quali cibi si mangiavano all’epoca

Il banchetto appare in sei chiese del Garda

25/05/2005 in Attualità
Di Luca Delpozzo
(a.p.)

Con quel­lo ritrova­to a Sant’Antonio, a Biasa, sal­go­no a sei gli affres­chi dell’Ultima Cena pre­sen­ti nelle chiese «minori» del Gar­da veronese. Due sono a Tor­ri del Bena­co: alla Trinità, sul por­tic­ci­o­lo, e a San Gio­van­ni. Un altro è ad Assen­za di Bren­zone, a San Nico­la. Due nell’entroterra: a San­ta Cristi­na di Cere­del­lo, a Capri­no Veronese, e a San Bar­tolomeo, alla Caor­sa di Affi. Tutte sei offrono sug­ges­tioni reli­giose e artis­tiche. Ma anche gas­tro­nomiche. Per­ché, come scrive uno dei mag­giori medievisti ital­iani, Mas­si­mo Mon­ta­nari, «le numero­sis­sime raf­fig­u­razioni medievali dell’episodio evan­geli­co dell’Ultima Cena, legate alla cul­tura e all’esperienza dei sin­goli autori pur nel rispet­to di cer­ti canoni for­mali sim­boli­ca­mente con­no­tati, sono una preziosa miniera d’informazioni sug­li usi con­vivi­ali». Pren­di­amo il caso di Cere­del­lo. Nell’Ultima Cena com­paiono i gam­beri, pre­sen­za che di pri­mo acchi­to può sem­brar biz­zarra. Qelle fig­ure han­no però un doppio val­ore. Il pri­mo è sim­bol­i­co. Alludono alla res­ur­rezione: il gam­bero muta coraz­za, qua­si uscen­do da un sepol­cro per nascere a nuo­va vita. Osser­va inoltre Mon­ta­nari: «Al di là del val­ore dell’animale come sim­bo­lo icono­grafi­co del­la res­ur­rezione, si trat­ta di un genere di con­sumo assai famil­iare alla cul­tura ali­menta­re del Medio­e­vo». Nel Capri­nese sono numerosi i cor­si d’acqua, habi­tat del gam­bero. L’anonimo pit­tore del Tre­cen­to potrebbe aver dip­in­to il gam­bero a Cere­del­lo per­ché l’animale sim­bol­i­co appartene­va all’orizzonte ali­menta­re del luo­go. Altre le infor­mazioni for­nite dai due affres­chi di Tor­ri. Alla Trinità e a San Gio­van­ni com­paiono dei grossi pesci. Il pesce è cer­ta­mente sim­bo­lo cris­tiano. Il fat­to è che i pesci delle chiese tor­re­sane sono estrema­mente real­is­ti­ci. Quel­li del­la Trinità sem­bra­no trote o car­pi­oni. La sim­bolo­gia è estrema­mente rad­i­ca­ta nel locale. In più, le due pit­ture par­lano degli usi di tavola. Ai pesci è sta­ta stac­ca­ta con un taglio net­to la tes­ta. Uno solo, sull’affresco del­la Trinità, è intero, ma un Apos­to­lo lo sta taglian­do, e la lama pas­sa tra tes­ta e cor­po. La tes­ta tagli­a­ta non si but­ta, e in uno dei piat­ti la si vede. Non è ques­ta la maniera di pre­sentare oggi il pesce in tavola. Ma lo era quan­do venne dip­in­to l’affresco. Nel 1581 Vin­cen­zo Cervio, cele­bre trin­ciante, ossia addet­to al taglio delle vivande, spie­gan­do «come si trin­cia la trut­ta», dice­va: «Se la trut­ta sarà grande, tu la taglierai per il tra­ver­so, com­in­cian­do dal­la tes­ta; li lascerai attac­ca­to con essa un dito di pol­pa e con grazia la por­rai sopra un ton­do e but­tan­dovi il suo sale, la darai al tuo Sig­nore per essere quel­la la miglior parte». Esat­ta­mente come si vede nell’affresco del­la Trinità, oppure in quel­lo, spet­ta­co­lare, di San Bar­tolomeo, in local­ità Caor­sa, ad Affi. La tavola del­la Caor­sa è ric­ca. Ci sono pani, bic­chieri, piat­ti coi pesci sezionati: in alcu­ni la tes­ta, in altri la coda. Davan­ti a Cristo, un’alzata con un pic­co­lo quadru­pede pri­vo di tes­ta. La raf­fig­u­razione è un po’ ingen­ua: sem­bra un maiali­no da lat­te. In realtà, è un agnel­lo. Evi­dente il richi­amo: è Cristo, vit­ti­ma innocente.