«Encantàdo...» gli disse Sua Maestà. «En anca beùdo, Giancarlo»

Il Beppe è il Beppe, anche con Juan Carlos di Spagna

07/02/2006 in Attualità
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Di Luca Delpozzo
Angelo Peretti

Il Beppe è il Beppe. A Gar­da è un’istituzione. Un’icona del­lo spir­i­to garde­sano più schi­et­to, quel­lo che «bas­tano due sol­di in tas­ca, un bic­chi­er di , una can­zone, e si è padroni del mon­do». «Alla salute dei nos­tri padri, fac­ciamo un brin­disi all’avarizia», intona con il cal­ice alza­to, la voce niti­da, pos­sente. Beppe Bertamè: se a Gar­da suc­cede qual­cosa che abbia a che vedere con la tradizione, lui c’è. Pri­ma fila. Re Ottone nel garde­sano, ban­di­tore a cav­al­lo del palio delle con­trade nel­la calu­ra di fer­ragos­to, Bab­bo nelle «biganàte» delle feste natal­izie, fuochista per il bruièl dell’. Atti­vo fra gli , nel­la schola can­to­rum del­la par­roc­chia, con i dona­tori di sangue dell’, con i dona­tori di organi dell’Aido, con il cen­tro cul­tur­ale Pal del Vo, con la com­pag­nia teatrale. Soprat­tut­to, pres­i­den­tis­si­mo del coro La Roc­ca, dal 1973. Del resto, il Beppe è l’unico a essere rimas­to in servizio per­ma­nente effet­ti­vo del grup­po orig­i­nario che fondò la corale garde­sana nel 1956. Oggi, stradi­no comu­nale in pen­sione, è acciac­ca­to da recen­ti malan­ni, ma pare pron­to a fes­teggia­re le nozze d’oro del suo coro. Cal­ice lev­a­to, ovvi­a­mente, per scansare le mal­in­conie: «Fin che siam gio­vani, abbi­am da spendere, paghi­amo i deb­iti alla fine de l’àn», chi­ude il can­to del brin­disi. Il Beppe è il Beppe, anche quan­do c’è da fare gli onori di casa a qualche ospite illus­tre. Lo chia­mano se arri­va un min­istro, un pres­i­dente, un re. Come Juan Car­los di Bor­bone, sovra­no felice­mente reg­nante di Spagna, quan­do venne a provare la bar­ca che gli ave­va costru­ito Gian­ni Dal Fer­ro (che del Beppe è poi il cog­na­to). Pas­sarono not­ta­ta insieme, il Beppe e il coro­na­to Juan Car­los, beven­do nel Canevî, l’antica grot­ta-can­ti­na ai pie­di del­la Roc­ca, quel­la del «Tòni Slà­vo». Subito, l’imbarazzo, di fronte al sovra­no iberi­co. Pri­ma lo chi­amò maestà, come il pro­to­col­lo impone­va, poi passò a un più con­fi­den­ziale re, infine, quan­do il ghi­ac­cio era rot­to del tut­to (e i bic­chieri levati più volte), passò a un più diret­to Gian­car­lo, che suona meglio dell’originale spag­no­lo. Re Juan Car­los, alla fine, si accom­mi­a­ta con l’espressione di salu­to del­la sua gente: «Encan­tà­do». Lui, Beppe, repli­ca: «Se l’è per quéla, en can­tà­do, ma en ànca beù­do». Sen­za più tim­o­ri rev­eren­ziali. Che dite? Che l’episodio l’abbiamo già accen­na­to un’altra vol­ta? Pazien­za: ci piace rin­no­var­lo. Del resto, il Beppe a Gar­da è re anche lui. Se ha la statu­ra? Quel­la morale, cer­to, ce l’ha tut­ta. Sull’altro metro, la natu­ra è sta­ta un poco par­ca. Fa un po’ impres­sione rived­er­lo in una foto del 1981 al palaz­zo dei con­gres­si, accan­to a Jacques Pic­card, venu­to sul lago con il suo batis­cafo per indi­gare sul­lo sta­to di salute delle acque. Lo scien­zi­a­to svizze­ro è un lun­gagnone che lo guar­di da sot­to in su, il Beppe gli arri­va ben sot­to la spal­la. Il Beppe è il Beppe, cus­tode dell’esser «gardesâ», uni­co o qua­si in paese a sapere il vocabo­lario vero del luo­go, a caden­zare l’esatta pro­nun­cia di vocaboli che suo­nano strani; a cus­todire, soprat­tut­to, quel pat­ri­mo­nio di can­ti che andò for­man­dosi nel­la pri­ma metà del sec­o­lo pas­sato. Lui li ha rac­colti dai vec­chi, nelle ser­ate sul­la «diga» o alla tav­er­na. Un mon­u­men­to, e pazien­za se la salute gli ha gio­ca­to da poco qualche scher­zo. «Fin che siam giovani…»

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