Il “braccio” lonatese

21/12/2013 in Storia
Di Redazione

Nel­la sec­on­da lese­na dell’abside del­la Pieve di San Zeno è inciso il “brac­cio” lonatese che misura 48 cm, divi­so in 12 pol­li­ci da 4 cm.

Quan­do le prime soci­età civili sen­tirono la neces­sità di val­utare, anche se in maniera non rig­orosa­mente esat­ta, le grandezze, le mis­ure furono rica­vate da dimen­sioni di par­ti del cor­po umano. Queste furono le prime a essere imp­ie­gate: il piede, il brac­cio, il pol­lice, ecc.

Suc­ces­si­va­mente, quan­do la comu­nità sociale, inter­venne per dis­ci­pli­nare le norme già sta­bilite dall’uso non poté che servir­si delle stesse mis­ure già in atto, ren­den­dole uffi­ciali con la loro iden­ti­fi­cazione vis­i­bile, dis­ci­plinan­dole e met­ten­dole a dis­po­sizione di tut­ti.

Pres­so tutte le civiltà del mon­do anti­co le pic­cole mis­ure di lunghez­za pre­sero il nome, per­tan­to, dalle stesse par­ti del cor­po umano in uso da tem­po immem­o­ra­bile. Il piede (pes, pesus), come unità di misura, rap­p­re­sen­ta la lunghez­za dell’impronta las­ci­a­ta dal piede di un uomo di media statu­ra che si sup­pone calza­to da san­dali. Il pol­lice (pollex) è dato dal­la lunghez­za del­la falange ante­ri­ore del dito pol­lice.

Il brac­cio o cubito (cubi­tus) rap­p­re­sen­ta la lunghez­za dell’avambraccio, mis­ura­ta dal gomi­to all’estremità del dito medio. La span­na (spi­thama), con­sid­er­a­ta uguale a mez­zo brac­cio o cubito, era la dis­tan­za mas­si­ma fra le estrem­ità del pol­lice e del migno­lo, divar­i­cati.

L’abside del­la Pieve di San Zeno, sec­on­do gli stu­diosi, è la parte del­la chiesa risalente al XIXII sec­o­lo, giun­ta qua­si intat­ta fino ai giorni nos­tri.

Il brac­cio lonatese si pre­sen­ta come un ele­men­to più anti­co, forse risalente al IV – V sec­o­lo, un prezioso gioiel­lo incas­to­na­to in una ricostruzione pos­te­ri­ore di qualche sec­o­lo.

Il fat­to che Lona­to sia sem­pre appartenu­to alla dio­ce­si di Verona fa intuire che l’inizio del­la opera di evan­ge­liz­zazione, dopo la lib­er­al­iz­zazione con­ces­sa da Costan­ti­no, sia par­ti­ta pro­prio da Verona cor­ren­do lun­go la stra­da romana (la via Gal­li­ca), costru­i­ta già nel I sec­o­lo a. C., trovan­do nel­la man­sio “Ad Flex­um”, che era ad una gior­na­ta di mar­cia, un luo­go già popo­la­to (ricor­diamo ad esem­pio che le for­naci romane dei Gorghi abbisog­na­vano di mol­ta mano d’opera), per la sua dif­fu­sione. È sta­to osser­va­to, infat­ti, che le prime cir­co­scrizioni eccle­si­as­tiche furono model­late preferi­bil­mente su dis­tret­ti di natu­ra ammin­is­tra­ti­va preesistente, gli antichi pagi e vicus.

Le nos­tre zone di Bres­cia e Berg­amo appartenevano alla X regio Vene­tia et His­tria e le nos­tre Pievi di Nuv­o­len­to, Pon­tenove, San Zeno (ad Flex­um?) e Sirmio sono tutte sul bina­rio stradale romano che con­giunge­va Verona ai con­fi­ni del­la Regio cui appartenevano. All’XI regio traspadana invece appartenevano il milanese ed il comas­co.

Quan­do fu real­iz­za­to l’Itin­er­ar­i­um Bur­di­galese o Hierosoli­tanum che, par­tendo da Bur­di­galia, l’attuale Bor­deaux, con­giunge­va l’occidente all’oriente dell’Impero romano (e che attra­ver­sa­va tut­to il ter­ri­to­rio lonatese) inclu­den­do la preesistente via Gal­li­ca, ques­ta con­servò sem­pre l’originale numer­azione dei cip­pi mil­iari par­tendo da Verona. [Una espo­sizione com­ple­ta del prob­le­ma è sta­ta pub­bli­ca­ta in un vol­umet­to”, Maguz­zano, com­ple­men­ti stori­ci” pub­bli­ca­to nel 2008].

Le Pievi, anche dopo lo sface­lo dell’impero romano e del­la sua rete stradale, non persero mai la loro impor­tan­za, anzi furono pro­prio esse l’unica sede di rifer­i­men­to per la popo­lazione. Esse cos­ti­tuirono non solo il cen­tro dell’unità reli­giosa, ma anche di quel­la sociale. Lo stes­so edi­fi­cio reli­gioso e adi­a­cen­ze viene usato per assem­blee e raduni di carat­tere civile.

Il ter­ri­to­rio del­la anti­ca pieve si iden­ti­fi­ca, col tem­po, con la Vicinia. Pen­sare diver­sa­mente sarebbe anti­s­tori­co.

La Vicinia, for­ma­ta da tut­ti i capi famiglia del­la Comu­nità locale ha, per­tan­to, orig­ine antichissi­ma, pre­pos­ta alla cura di inter­es­si comu­ni sia pri­vati che pub­bli­ci, dota­ta di pro­pria ele­mentare orga­niz­zazione ed è con­sid­er­a­ta la pre­cor­ritrice del Comune, in par­ti­co­lare di quel­lo rurale.

Ad essa apparten­gono tut­ti i mem­bri del ter­ri­to­rio pievano e per­ciò anche quel­li, per esem­pio di Sede­na, Mal­oc­co, San Cipri­ano, Bro­de­na, ma in par­ti­co­lare quel­li di Lona­to, che grav­i­tano attorno alla Cit­tadel­la, dove recen­te­mente sono sta­ti mes­si in luce, in vico­lo Peli, i con­ci di un antichissi­mo por­tale, uno dei quali por­ta incisa la scrit­ta “INRI”, il cartel­lo del Gol­go­ta, alle orig­i­ni del­la dif­fu­sione del cris­tianes­i­mo.

La pre­sen­za del brac­cio inciso nel­la anti­ca pietra dell’abside del­la Pieve di San Zeno fa intuire che nel sito dove­va esser­ci il mer­ca­to, per­ché alla pub­bli­ca e nota sua dimen­sione pote­vano sem­pre riv­ol­ger­si i mer­can­ti nel caso di con­tes­tazioni.

Non dob­bi­amo scor­dare che la Pieve non era solo il luo­go dep­u­ta­to alle fun­zioni reli­giose e pri­ma di tutte il bat­tes­i­mo, ma era l’unico spazio dove la popo­lazione pote­va esercitare tutte le attiv­ità del­la vita di comu­nità e in pri­mo luo­go le riu­nioni del­la Vicinia per la votazione e elezione dei pub­bli­ci rap­p­re­sen­tan­ti, che per sec­oli ave­vano quale uni­co sosteg­no il par­ro­co da pres­buteros (da pres­bus = vec­chio sag­gio).

L’antica stra­da romana che attra­ver­sa­va tut­to il ter­ri­to­rio lonatese dal­la Bet­to­la a Bro­de­na e pros­egui­va poi al con­fine con Riv­oltel­la, come abbi­amo prece­den­te­mente accen­na­to, è anco­ra oggi iden­ti­fi­ca­bile in ter­ri­to­rio lonatese medi­ante la pre­sen­za di alcu­ni topon­i­mi quali: Bet­to­la (Bibetu­la), Cor­lo (Curu­lus), Cor­ro­bi­o­lo (Coru­lus bis), Clio (Clivus).

Gli abbon­dan­ti resti di una res­i­den­za romana in local­ità Colom­bare delle Pozze, dove anco­ra oggi si pos­sono ammi­rare i resti dell’acquedotto romano che por­ta­va l’acqua delle Bag­nole, sono una ulte­ri­ore pro­va dell’importanza di questo sito che gli stu­diosi iden­ti­f­i­cano con la “man­sio ad Flex­um”.

La grandiosa stra­da romana, nei sec­oli suc­ces­sivi scom­parve, ma lun­go il suo trac­cia­to rimasero strade di inter­esse locale. I Capi­to­lari car­olin­gi, che si riv­ol­gevano alla comu­nità locale, ma coin­vol­gevano anche il clero, esp­ri­mono l’obbligo di manuten­zione di strade e di pon­ti, come “da anti­ca con­sue­tu­dine”.

Mons. Anto­nio Fap­pani, nel­la sua Enci­clo­pe­dia Bres­ciana (vol. VII, pag. 259, alla voce “Lona­to”) purtrop­po sen­za l’indicazione del­la fonte, infor­ma che “di un ospizio o xen­odo­chio per pel­le­gri­ni si par­la già nel sec­o­lo XI”. Si trat­ta di una notizia lega­ta all’antica chiesa del­la Madon­na del Cor­lo, anti­ca­mente sede di una casa con ospizio dei “Cro­cif­eri”.

Il dis­cor­so, a questo pun­to, ci porterebbe lon­tano da quel­lo iniziale sul brac­cio.

Ci piace fer­mar­ci qui, invi­tan­do i lonate­si ad una passeg­gia­ta fino all’abside di San Zeno, per med­itare sulle loro orig­i­ni tes­ti­mo­ni­ate dal “brac­cio” inciso sul­la sec­on­da lese­na.

Lino Luc­chi­ni