A 40 anni dalla grande alluvione del 1966 l’Autorità di bacino del fiume confida sempre nel tunnel scolmatore. Ma la galleria Mori-Torbole non basta, sono gli affluenti a fare paura

Il Garda salvezza dell’Adige

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Di Luca Delpozzo

Quarant’anni fa si ver­i­ficò l’inondazione che tagliò in due l’Italia e mise sott’acqua Firen­ze. Per sal­vare i beni artis­ti­ci del­la cit­tà inter­ven­nero gli “angeli del fan­go”, gio­vani venu­ti spon­tanea­mente da tut­ta Europa. Per evitare al capolu­o­go toscano ulte­ri­ori inon­dazioni dell’Arno, a monte di Firen­ze si stan­no alles­ten­do baci­ni d’accumulo. Valv­ole di sicurez­za in caso di piene eccezion­ali. Nel 1966 anche la nos­tra provin­cia rischiò grosso. Sul cam­po del­la pre­ven­zione, Verona sta muoven­dosi come Firen­ze? «Il nos­tro pri­mo, grande baci­no d’accumulo è il », fa pre­sente Nico­la Dell’Acqua, seg­re­tario gen­erale dell’Autorità di baci­no dell’Adige, il nuo­vo ente sovrare­gionale che ha la com­pe­ten­za di stu­di­are piani com­p­lessivi per il gov­er­no del fiume. «Già nel novem­bre 1966 la gal­le­ria Mori-Tor­bole, che dal 1956 col­le­ga l’Adige al Gar­da, dirot­tò dal fiume al lago 500 metri cubi di acqua al sec­on­do per 72 ore con­sec­u­tive. Il Gar­da s’innalzò di 17 cen­timetri con la con­seguen­za indesider­a­ta, però, che all’accresciuto liv­el­lo i riv­ieraschi asso­cia­rono mod­i­fi­cazioni al micro­cli­ma lacus­tre. Ma quan­do il fiume in piena trasporta 2.500 metri cubi al sec­on­do», con­tin­ua Dell’Acqua, «l’inquinamento è ridot­to davvero al lumi­ci­no: l’acqua è solo sporca di fan­go che in breve si deposi­ta». Gli fa eco Gian­ni Sam­bugaro, grande conosc­i­tore del fiume Adi­ge, da 40 anni fun­zionario del Genio civile: «In questi casi la sed­i­men­tazione nel lago, 300 metri di fon­dale, sarebbe frazione di mil­limetro. Niente in con­fron­to ai gravi dan­ni ambi­en­tali, igien­i­ci ed eco­nomi­ci provo­cati da un’esondazione». Dell’Acqua sot­to­lin­ea poi che negli ulti­mi vent’anni la con­dot­ta Mori-Tor­bole è sta­ta aper­ta solo tre volte. Se la con­dot­ta fiume-lago — lun­ga 10.560 metri e del diametro di 5 — ha i numeri per fare da scu­do alla cit­tà, la provin­cia non può dire altret­tan­to. «Dal 1966 in qua le difese dal fiume sono aumen­tate», riprende dell’Acqua. «Ciò che ci pre­oc­cu­pa mag­gior­mente non è il fiume in sé, ma il reti­co­lo di suoi afflu­en­ti pen­sili, peri­colosi per­ché la loro base è più alta del ter­reno cir­costante. In caso di rot­ta gli effet­ti potreb­bero essere dirompen­ti, vista la com­pres­sione tra gli argi­ni e la cres­cente urban­iz­zazione». Parere del seg­re­tario gen­erale è che il liv­el­lo dell’Adige si pos­sa gestire gov­er­nan­done gli afflu­en­ti. Fiu­mi che han­no nome Tas­so, a Capri­no, Fib­bio, a San Mar­ti­no Buon Alber­go, Illasi, a Illasi, Alpone, nel­la zona di San Boni­fa­cio. Andreb­bero gov­er­nati alles­ten­do appun­to dei baci­ni in cui accol­giere le piene, che però richiedono inves­ti­men­ti di svariati mil­ioni di euro.

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