Aga Hruska figlio di una famiglia famosa sul lago di Garda racconta le confidenze di un amico milanese incaricato nel dopoguerra di investire le ricchezze sequestrate al Duce a Dongo Libro di memorie racconta un’altra verità sul bottino

Il giallo del tesoro di Mussolini

Di Luca Delpozzo
Attilio Mazza

L’oro di Don­go è una sto­ria ric­ca di mis­teri sen­za fine. Dopo «gli invi­ti» del­la sen­si­ti­va Maria Rosa Busi a cer­care nel gia­r­di­ni del Vit­to­ri­ale, ora viene alla luce un’altra ver­sione sul tesoro di Mus­soli­ni. Dal­la tes­ti­mo­ni­an­za di un den­tista di casa sul lago di Gar­da, Aga Hrus­ka, si viene a sapere che il tesoro del Duce venne trova­to dai par­ti­giani a Don­go, sul­lo stes­so camion sul quale si trova­va il capo del­la Rsi in fuga ver­sa la Svizzera. Aga Hrus­ka rac­con­tò come venne infor­ma­to del­la sto­ria del tesoro alle pagine 222?224 del­l’au­to­bi­ografia «Mem­o­rie seg­rete del den­tista di papi e di re» pub­bli­ca­ta nel 2002 da Biet­ti, un anno pri­ma del­la morte. Il libro è anco­ra disponi­bile dal­lo edi­tore con sede a ma con uffi­cio pure a Bres­cia in Cor­so Magen­ta 25; si può acquistare anche via Inter­net al sito www.bietti.it (573 pagine, 19,00). Il vol­ume, cura­to dal­lo stu­dioso Klaus Riehle, venne tradot­to dal tedesco da Car­lo Main­ol­di; era sta­to infat­ti edi­to prece­den­te­mente a Vien­na nel 1998 con il tito­lo Der tragis­che Karneval. Aga Hrus­ka rac­con­ta nelle Mem­o­rie la saga del­la pro­pria famiglia che incro­ciò più volte la grande sto­ria ital­iana ed euro­pea. Le cir­ca sei­cen­to fitte pagine intrec­ciano filoni moltepli­ci: dalle vicende per­son­ali, alle ricerche odon­toiatriche (che ebbero esi­ti stra­or­di­nari e riconosci­men­ti in cam­po inter­nazionale), dal­la grande sto­ria nel suo far­si e dis­far­si, allo spac­ca­to di vita gar­donese di epoca mit­teleu­ro­pea e suc­ces­si­va­mente dan­nun­ziana. Gar­done Riv­iera divenne defin­i­ti­va­mente il paese dei Hrus­ka con l’acquisto del­la bel­la pro­pri­età trasfor­ma­ta in famoso gia­rdi­no botan­i­co dal padre Arturo a par­tire dal 1912. I figli (Mathilde nata nel 1904, Jan nel 1906, i gemel­li Aga e Kurt nel 1907) ebbero nel padre (la madre morì presto) un edu­ca­tore stra­or­di­nario, severo al pun­to da spedire Aga e il gemel­lo Kurt gio­vanis­si­mi a Vien­na sen­za un sol­do affinché s’industriassero a guadagnare. Il gen­i­tore fu anche pro­fes­sion­ista di grande capac­ità: da vero caposcuo­la, iniz­iò i figli ai seg­reti dell’odontoiatria, dis­ci­plina nel­la quale ave­va rag­giun­to noto­ri­età inter­nazionale, e trasmise loro l’amore per la natu­ra, la botan­i­ca in par­ti­co­lare. Ma ecco la tes­ti­mo­ni­an­za rel­a­ti­va all’oro di Don­go che si legge nelle pagine di Aga Hrus­ka: «Le prime espres­sioni di dis­a­gio nei con­fron­ti del fas­cis­mo che domi­na­va in Italia le vidi a Par­ma. Dal momen­to che l’am­bi­ente a Par­ma era tutt’altro che fascista, a una man­i­fes­tazione di gio­vani cat­toli­ci si aggiun­sero, in seg­no di protes­ta, anche numerosi stu­den­ti. Ma presto i , soprag­giun­ti a cav­al­lo con le scia­bole sguainate, li dis­persero». «Anche a Par­ma, come in altre ital­iane, si pote­vano incon­trare numerosi stu­den­ti ebrei prove­ni­en­ti dall’Europa sudori­en­tale e dagli ex ter­ri­tori del­la monar­chia asbur­gi­ca, in quan­to a loro l’accesso agli stu­di uni­ver­si­tari, nei pae­si d’origine, era più o meno imped­i­to dal numero chiu­so. Almeno a Par­ma, tut­ti era­no i ben­venu­ti ed era­no aiu­tati il più pos­si­bile. Avrei sper­i­men­ta­to con mio fratel­lo gemel­lo Kurt ques­ta disponi­bil­ità in pri­ma per­sona: dal momen­to che la nos­tra conoscen­za del­la lin­gua ital­iana non era suf­fi­ciente nem­meno per la scuo­la media, ci offrirono di sostenere gli esa­mi, a sec­on­da delle conoscen­ze lin­guis­tiche dei pro­fes­sori, anche in altre lingue. Così die­di fisi­olo­gia con il pro­fes­sor Car­lo Foà, l’allievo del cele­bre fisi­ol­o­go Wil­helm Ost­wald, in inglese, e patolo­gia chirur­gi­ca con il pro­fes­sor Raz­z­aboni in tedesco». «Evi­tava­mo di fare nuove ami­cizie rite­nen­do che ci avreb­bero osta­co­la­to nel­la preparazione degli esa­mi. Se non che, un giorno, conoscem­mo ? alla lat­te­ria del­la ’tet­tona’, un’e­mil­iana nos­tra cor­dialis­si­ma ami­ca ? Rena­to Cig­a­ri­ni. Cig­a­ri­ni ci fu subito molto sim­pati­co, era sta­to un appas­sion­a­to seguace di d’Annunzio, ma non era per nul­la d’accordo con le idee dei fascisti. Ascoltava­mo affas­ci­nati i suoi rac­con­ti, di come da ragaz­zo avesse parte­ci­pa­to all’impresa dan­nun­ziana di Fiume e avesse abbrac­cia­to, al pari di molti ardi­ti tor­nati dal­la guer­ra, idee di sin­is­tra. Ave­va­mo final­mente trova­to un ami­co che la pen­sa­va come noi e che difend­e­va anche pub­bli­ca­mente le idee social­iste che ave­va­mo ered­i­ta­to da nos­tro padre». «In segui­to, non mi ricor­do più esat­ta­mente l’anno, Cig­a­ri­ni accusato di sovver­sione, fu dap­pri­ma detenu­to per tre anni in carcere giudiziario e poi manda­to al con­fi­no nel­l’I­talia merid­ionale. Per alcu­ni anni ci perdem­mo di vista. Dopo l’8 set­tem­bre 1943, benché ricer­ca­to dai tedeschi per la sua apparte­nen­za al par­ti­to comu­nista clan­des­ti­no, durante la Repub­bli­ca di Salò riuscì un paio di volte a venire a cena a casa mia». «Per tut­ta la sua vita Rena­to Cig­a­ri­ni rimase una figu­ra di grande dis­crezione. Non ritenne mai nec­es­sario trav­e­s­tir­si da par­ti­giano, come molti dei suoi com­pag­ni comu­nisti, e anche dopo la guer­ra rimase con i pie­di per ter­ra e un ami­co fedele quan­do assunse — se ben ricor­do — la rap­p­re­sen­tan­za per l’Italia di una dit­ta di Lip­sia che fab­bri­ca­va mac­chine da stam­pa. Rena­to non rius­ci­va a nascon­dere il suo amore per i tedeschi: per lui essi era­no grade­vol­mente e colti. La guer­ra era fini­ta, quan­do Rena­to mi tele­fonò a casa. Sem­bra­va piut­tosto pre­oc­cu­pa­to, così che subito gli domandai: «Rena­to, non ti van­no bene le cose, pos­so aiu­tar­ti?». «E come se puoi aiu­tar­mi, Aga. Mi han­no nom­i­na­to respon­s­abile delle finanze del Par­ti­to comu­nista, e devo inve­stire tut­ti i sol­di rimasti e una parte del tesoro di Don­go». «Cosa, anche il tesoro di Dongo?».«Sì, anche il tesoro di Don­go! Oro in barre, mon­ete d’oro, val­u­ta straniera a pro­fu­sione! Aga, non ho la min­i­ma idea di come ammin­is­trare queste ric­chezze. Ho asso­lu­ta­mente bisog­no del tuo aiu­to, dato che come col­lab­o­ra­tori mi han­no mes­so al fian­co un elet­tricista e un mec­ca­ni­co». «Dovet­ti rifi­utare: di econo­mia ne sape­vo ancor meno di Rena­to; inoltre, non vole­vo avere nul­la a che fare con il Par­ti­to comu­nista. L’unica cosa che pote­vo fare per lui era dar­gli l’indirizzo del mio ami­co Tito Car­ne­lut­ti, figlio del noto avvo­ca­to e docente Francesco Car­ne­lut­ti. Per motivi di sicurez­za, insieme con suo fratel­lo più gio­vane, Ser­gio, all’inizio del 1943 Tito si era trasfer­i­to in Svizzera. E come divenne affi­ata­to, dopo la fine del­la guer­ra, il binomio Cig­a­ri­ni-Car­ne­lut­ti. I sol­di ven­nero pri­ma usati per acquistare ter­reni agri­coli nei din­torni di , ter­reni che poi velo­ce­mente ven­nero trasfor­mati, con l’aiuto dei sin­daci comu­nisti, in ter­reni edi­fi­ca­bili ad alto cos­to. Nonos­tante la sua apparte­nen­za al par­ti­to comu­nista, Cig­a­ri­ni rimase, fino alla sua morte, un caro ami­co e un ospite ben accet­to in casa nos­tra».