Il vecchio rituale romano del matrimonio era stato proposto dalla Chiesa italiana 35 anni orsono. Semplicità e sobrietà caratterizzano dal 28 novembre le celebrazioni religiose

Il giorno del «sì» con nuove regole

05/02/2005 in Attualità
Di Luca Delpozzo
Elisabetta Nicoli

Le note del «Largo» di Haen­del che piovono dall’organo sull’ingresso del­la sposa in un proflu­vio di fiori, l’Ave Maria di Goun­od a sot­to­lin­ea­tu­ra di qualche lacrima di com­mozione… scene da un mat­ri­mo­nio-spet­ta­co­lo che rischia di allon­tanare il pen­siero dal­la cel­e­brazione dell’amore di Dio. La nuo­va for­mu­la, entra­ta in vig­ore nel­la pri­ma domeni­ca di Avven­to, richia­ma alla «sem­plic­ità e sobri­età che devono carat­ter­iz­zare le cel­e­brazioni cris­tiane, a van­tag­gio del­la loro ver­ità e coeren­za»: la sot­to­lin­ea­tu­ra si tro­va nelle indi­cazioni dell’Ufficio litur­gi­co dioce­sano, che alle novità del rito, dei gesti e delle let­ture aggiunge il «per­chè» dei cam­bi­a­men­ti. Il Rit­uale romano del sacra­men­to del mat­ri­mo­nio era sta­to pro­pos­to dal­la Chiesa ital­iana trentac­inque anni fa. Il «Rito del mat­ri­mo­nio» tende a rispon­dere in for­ma più adegua­ta alla sen­si­bil­ità spir­i­tuale delle nuove gen­er­azioni. Gli sposi, min­istri del sacra­men­to, sono chia­mati a tradurre nel­la loro espe­rien­za di vita il mis­tero dell’unione di Cristo e del­la Chiesa. Non si trat­ta di com­piere una sor­ta di sacra rap­p­re­sen­tazione, ma di met­tere in atto la pro­pria fede: la litur­gia è «il luo­go in cui si decide del­la vita al cospet­to di Dio». Il mat­ri­mo­nio diven­ta allo­ra qual­cosa di più di una fes­ta, di una cer­i­mo­nia, di una legit­ti­mazione pub­bli­ca: è di per sè «un atto d’amore» e gli sposi parte­ci­pano in modo atti­vo ai diver­si momen­ti del­la cel­e­brazione. Il sì degli sposi davan­ti all’altare ha la sua pre­mes­sa nel bat­tes­i­mo: il nuo­vo rito d’ingresso ricor­da questo momen­to iniziale del cam­mi­no di fede e li por­ta in pro­ces­sione al fonte bat­tes­i­male per la benedi­zione con l’acqua benedet­ta. La Paro­la di Dio illu­mi­na lo scam­bio dei con­sen­si e il rito insiste sul­la sua impor­tan­za. Dopo la let­tura del Van­ge­lo, gli sposi baciano l’Evangeliario in seg­no di ven­er­azione e di ade­sione. Nell’omelia, il cel­e­brante è invi­ta­to a fare sin­te­si tra i testi sac­ri e la vita: per questo la litur­gia del­la paro­la dovrà essere prepara­ta dal sac­er­dote con gli sposi. Si amplia la scelta tra i brani del­la Bib­bia, per la costruzione di «itin­er­ari cel­e­bra­tivi». La preghiera dei fedeli può essere pro­l­un­ga­ta con le litanie dei san­ti: in modo par­ti­co­lare si invocher­an­no quel­li che han­no vis­su­to la san­tità nel mat­ri­mo­nio. Al momen­to del «sì», gli sposi si pos­sono met­tere vici­no all’altare: pro­nuncer­an­no il loro con­sen­so guardan­dosi in volto. Cam­biano le parole. Non più «Io pren­do te», ma «Io accol­go te». Il part­ner non è un pos­ses­so, ma un dono che scende dall’alto. I due sposi si accol­go­no vicen­de­vol­mente come dono di Dio. La benedi­zione degli sposi può essere antic­i­pa­ta dopo lo scam­bio degli anel­li, come invo­cazione del­la forza del­lo Spir­i­to. Agli sposi viene con­seg­na­ta la Bib­bia, per­chè sia per loro la luce che illu­mi­na il cam­mi­no. Sem­pre più spes­so, la richi­es­ta del mat­ri­mo­nio cris­tiano viene riv­ol­ta al sac­er­dote da cop­pie che non han­no mat­u­ra­to un chiaro ori­en­ta­men­to cris­tiano e che non vivono una piena apparte­nen­za alla Chiesa: per questi bat­tez­za­ti che non rifi­u­tano esplici­ta­mente la fede le nuove dis­po­sizioni preve­dono la pos­si­bil­ità di cel­e­brare il mat­ri­mo­nio sen­za la Mes­sa. L’Eucarestia è il ver­tice dell’esperienza cris­tiana. Una cel­e­brazione imper­ni­a­ta sul­la memo­ria del bat­tes­i­mo e sul­la litur­gia del­la Paro­la «è pien­amente capace di illu­minare la dimen­sione sacra­men­tale del mat­ri­mo­nio e di esprimere il deside­rio dell’Eucarestia», dicono le indi­cazioni pro­poste da don Pieri­no Bosel­li, diret­tore dell’Ufficio litur­gi­co dioce­sano, in vista dell’entrata in vig­ore del­la nuo­va for­mu­la del mat­ri­mo­nio cris­tiano. Il nuo­vo rito, insom­ma, favorisce una visione del mat­ri­mo­nio meno fol­cloris­ti­ca e roman­ti­ca: trasporta decisa­mente nel cam­po del­la fede, invi­ta a vivere la deci­sione di sposar­si come rispos­ta ad una chia­ma­ta di Dio, che viene dal bat­tes­i­mo. Deci­den­do di unire le loro vite invo­can­do la benedi­zione del Sig­nore, gli sposi cris­tiani tes­ti­mo­ni­ano pub­bli­ca­mente la loro fede e richia­mano la perenne attual­ità dell’amore di Dio: procla­mano nel­la Chiesa la buona novel­la dell’amore coni­u­gale, nel rito si annun­cia la Paro­la che sal­va ed ele­va l’amore umano.