Il sito del Lavagnone, dopo aver restituito l’aratro più antico del mondo, regala altri tesori. Servirà a conservare importanti reperti del neolitico in vimini

Il museo in cerca del «frigo»

Di Luca Delpozzo
Maurizio Toscano

Dal Lavagnone, sito del bas­so Gar­da abi­ta­to fin dal VI mil­len­nio a.C., che ha resti­tu­ito quar­an­ta sec­oli dopo il più anti­co ara­tro al mon­do, che risale al 2000 a.C, sono di recente affio­rati altri impor­tan­ti reper­ti arche­o­logi­ci, tra cui due ces­ti di vimi­ni. Intan­to gli esper­ti e i ricer­ca­tori che da decen­ni lavo­ra­no ormai in pianta sta­bile a Desen­zano han­no avvi­a­to un cen­si­men­to del mate­ri­ale lig­neo o in fibra veg­e­tale rin­venu­to nel cor­so di scavi. I due ces­ti, oltre a numerosi man­u­fat­ti in leg­no, come mani­ci di asce e pug­nali, recip­i­en­ti, eccetera, per con­tin­uare a restare inte­gri dovran­no essere con­ser­vati in un’apparecchiatura refrig­er­ante, una sor­ta di frig­orif­ero «a tem­per­a­ture pos­i­tive», impianto che proi­et­terebbe il Museo «Ram­bot­ti» di Desen­zano, dove fra l’altro è con­ser­va­to l’aratro, all’avanguardia in àmbito regionale. Inoltre il «fri­go» per­me­t­terebbe la con­ser­vazione di altri ogget­ti in fibra veg­e­tale e leg­no, oggi scarsa­mente doc­u­men­tati nei musei arche­o­logi­ci. Il prog­et­to è rac­chiu­so nel­la doc­u­men­tazione che il Comune di Desen­zano ha inoltra­to alla per ottenere un finanzi­a­men­to per il prog­et­to annuale «La rete si conosce» di cui pro­prio il museo «Ram­bot­ti» è il capofi­la. Del­la rete dei musei arche­o­logi­ci del­la Lom­bar­dia ori­en­tale fan­no parte Cre­mona, Cre­ma, Castelleone, Aso­la, Piade­na, Gavar­do, Maner­bio, Maner­ba del Gar­da, Remedel­lo, Bres­cia, Viadana e Cavri­ana. Oltre al prog­et­to per la con­ser­vazione del leg­no, gli esper­ti dell’ufficio Cul­tura, uni­ta­mente agli arche­olo­gi, ne han­no mes­si a pun­to altri due: l’insediamento palafit­ti­co­lo del Lavagnone e la pro­mozione delle collezioni muse­ali. In totale la doman­da di finanziana­men­to si aggi­ra sui 53 mila euro, men­tre la spe­sa com­p­lessi­va è di 80 mila euro (i restanti saran­no a cari­co del Comune). I cir­ca 30 ettari del sito del Lavagnone rap­p­re­sen­tano un ines­tima­bile pat­ri­mo­nio arche­o­logi­co e stori­co mon­di­ale, per­ché è ric­co di tes­ti­mo­ni­anze di età preis­tor­i­ca: esso è sta­to fre­quen­ta­to dal Mesoliti­co (VI mil­len­nio a.C.) ed abi­ta­to in tut­ta l’epoca del Bron­zo sia su palafitte che su ter­ra. Il prog­et­to di stu­di, per­tan­to, per­me­t­terebbe di fornire un con­trib­u­to sig­ni­fica­ti­vo alla ricostruzione del­la sto­ria del cli­ma, cor­re­lando alle diverse fasi arche­o­logiche sicu­ra­mente data­bili il con­tin­uo alternar­si di fasi cli­matiche aride e umide, cal­do-tem­per­ate e fres­che. Sem­pre il Lavagnone è fino­ra l’unico sito arche­o­logi­co ital­iano in cui sia doc­u­men­ta­ta l’intera sequen­za crono­log­i­ca dell’età del Bron­zo, con det­tagli­a­ta arti­co­lazione in fasi e sot­to­fasi. Da qui l’esigenza, sosten­gono gli stu­diosi tra cui l’équipe amer­i­cana del prof. Kuni­holm del­la Cor­nell Uni­ver­si­ty, di con­tin­uare le cam­pagne di scavi in alcu­ni set­tori del sito. Infine la pro­mozione del­la rete muse­ale. Tra i prog­et­ti futuri ci sono l’ampliamento del sito web, la rac­col­ta e lo scam­bio di doc­u­men­tazione e lo svilup­po del­la ban­ca dati e, via via, una serie di inizia­tive per portare i musei «in mez­zo alla gente».